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Helle Nächte

Pubblicato il 14 febbraio 2017 da Matteo Galli

VOTO:

Helle Nächte

Fra un anno si celebrerà il ventennale della “Berliner Schule”, il movimento di cinema d’autore tedesco più celebre e consapevole dai tempi del Nuovo Cinema Tedesco. Comprensibilmente il festival di Berlino è stata la platea privilegiata della “Berliner Schule”, quasi ogni anno il concorso ha presentato almeno un film di Christian Petzold, di Ulrich Köhler, di Benjamin Heisenberg, di Maren Ade. Thomas Arslan (1962), insieme a Petzold uno dei registi senior del gruppo, presenta i propri film a Berlino dal 2001, e nel 2013 ha fatto il proprio esordio nel concorso con il non memorabile Gold, uno western su cercatori d’oro tedeschi. La Berlinale è in fondo il palcoscenico e la tomba della “Berliner Schule”. Rari i casi di registi e di film che abbiano fatto breccia al di là di Berlino o che siano stati accolti in modo definitivo nel pur ampio novero del cinema d’autore europeo. L’unica eccezione è Toni Erdmann, il grande film di Maren Ade, presentato l’anno scorso a Cannes, che uscirà in Italia fra due settimane, e che, unico caso di un film tedesco ambientato nel presente, è riuscito persino ad arrivare nella cinquina degli Oscar. L’originalità di Toni Erdmann fa risaltare ancora di più, invece, il carattere scarsamente originale, manierista del film di Arslan, “Berliner Schule” da manuale: “Dialoghi artificiali. Volti inerti. Dettagliate riprese di spalle. Tempi enormemente dilatati”, così scriveva il regista Dietrich Brüggemann nel suo blog qualche anno fa, intitolando il pezzo Ma va’ all’inferno, Berliner Schule! Protagonista di Helle Nächte (Notti luminose), il film che Thomas Arslan presenta quest’anno, è Michael, un ingegnere sulla cinquantina, interpretato da Georg Friedrich (lo avevamo già visto al Prater nel film di Josef Hader). E’ morto suo padre, stabilitosi ormai da tempo in Norvegia, con cui da tempo non aveva grandi rapporti. Decide di partire per il Nord, per presenziare al funerale e sbrigare faccende pratiche. E chiede al figlio, con cui da tempo non aveva grandi rapporti, se lo vuole accompagnare. Il figlio al telefono recalcitra. Ma poi i due, alla fine, partono insieme. La costellazione di partenza è perfetta per la “Berliner Schule”: i personaggi non si parlano, dunque lunghi silenzi, molte inquadrature del paesaggio. E anche quando, concluse le cerimonie e svuotata la casa del nonno, il padre decide di allungare la permanenza con escursione nel nord della Norvegia, comprensiva di trekking, le cose cambiano poco: ogni tentativo di avvicinamento del padre viene ricusato dal figlio Luis (Tristan Göbel, lo stesso attore che interpretava il protagonista di Tschick, l’ultimo film di Fatih Akin, visto al festival di Roma) vittima di quello che tecnicamente si chiama DOP (disturbo oppositivo-provocatorio), alla eziologia del quale il padre, evidentemente, ha contribuito non poco, avendo abbandonato la famiglia e non essendosi più fatto vedere, sentire per anni. La costellazione di partenza va avanti, immodificata, per minuti e minuti: malgrado la ricchezza del paesaggio, malgrado gli incidenti del percorso, malgrado qualche incontro per strada. Il regista e Reinhold Vorschneider, direttore della fotografia (è il direttore princeps della “Berliner Schule”, come Thomas Mauch lo era del Neuer Deutscher Film), si compiacciono di belle inquadrature, di bei movimenti di macchina, fra i quali spicca un lunghissimo camera car silenzioso nella nebbia, che sembra girato apposta perché lo si ricordi come il più lungo camera car silenzioso nella nebbia della storia del cinema…Ma non accade nient’altro. O quasi: verso la fine padre e figlio vengono alle mani e da lì nasce un timido accenno di riavvicinamento, prima di tutto fisico, culminante nel fatto che il padre porta il figlio adolescente a cavalluccio per qualche decina di metri. Poi tornano a Schönefeld e si separano, unica speranza: il figlio si volta brevemente. Finale aperto, of course, così prevede il road movie, così prevede la “Berliner Schule”. Ah, il titolo! Il film è girato tutto d’estate, ed è sempre giorno, ecco spiegato il non originalissimo ossimoro.


CAST & CREDITS

(Helle Nächte). Regia: Thomas Arslan sceneggiatura: Thomas Arslan fotografia:Reinhold Vorschneider; montaggio:Reinaldo Pinto Almeida; interpreti: Georg Friedrich (Michael), Tristan Göbel (Luis); (produzione: Schramm Film Koerner und Weber, Berlin, mer FILM, Bergen, FilmCamp, Overbygd, WDR, Colonia origine: Germania, Norvegia 2017; durata: 86’.


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