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Hellhole -Panorama

Pubblicato il 8 febbraio 2019 da Matteo Galli

VOTO:

Hellhole -Panorama

A cinque anni di distanza dal suo primo lungometraggio Violet anch’esso visto a Berlino e in una serie di altri festival ma praticamente mai circolato nei cinema, il giovane regista fiammingo Bas Devos (nato nel 1983) mostra al festival, nella sezione “Panorama”, il suo film successivo – che auspichiamo possa esser coronato da un successo più significativo - intitolato Hellhole (alla lettera “il buco infernale”) ma nei titoli di testa che si stagliano sull’azzurro del cielo (un Leitmotiv ricorrente nel film) la “o” del titolo non c’è proprio, quasi a voler evidenziare, come in certi collage d’avanguardia, proprio il buco di cui al titolo. Il buco infernale è il disagio che vive il gruppo di protagonisti che il regista nonché sceneggiatore si è scelto per rappresentare un malessere, un senso di oppressione e, usando un termine un po’ démodé, anche l’incomunicabilità di fondo degli individui. Ma il buco infernale è anche e soprattutto la città dove tutta la vicenda è ambientata, ossia Bruxelles, che sta vivendo una stagione di – seppur nient’affatto esaltante – notorietà, basti pensare al notevolissimo libro dello scrittore austriaco Robert Menasse intitolato La capitale, tradotto pochi mesi fa da Sellerio. Siamo nelle settimane che preludono o che seguono – il film gioca proprio su questa ambiguità – gli attentati del marzo del 2016 e sulla città sembra incombere un’autentica cappa, una minaccia fisicamente palpabile. Quel che rende pregevole il film sono tre cose, che non sono poche: la credibilità dei personaggi, destinati in un qualche punto del – breve – film anche a incontrarsi, la bravura degli attori, e un linguaggio filmico assolutamente personale. I personaggi chiave sono soprattutto tre, con importanti appendici. Un ragazzino marocchino che soffre costantemente di emicranie di evidente natura psicosomatica, il medico che lo visita, un’interprete italiana del parlamento europeo che si chiama Alba ed è interpretata da Alba Rohrwacher, in una delle sue prove più mature, con una enorme intensità e rara bravura nel reggere i numerosi primi piani che il regista le dedica. Il ragazzino appare disorientato, assente, avulso dalla famiglia e dalla scuola e anche nei campi di calcetto (il tutto reso di frequente in soggettiva acustica, ossia con una prolungata e straniante sospensione dell’audio), ed è fatto oggetto di pressioni dal fratello più grande che non vive più in casa e sembra esser dedito a loschi traffici, fra i quali, non è da escludersi qualcosa che lo abbia portato a contatto con gruppi terroristici; il medico appare depresso, sospeso com’è fra un lavoro routiniario che non sembra soddisfarlo più di tanto, le preoccupazioni per il figlio partito per una missione in Medio Oriente, la morte dell’anziano padre e la consolazione della sorella; l’interprete si stordisce con alcol, droghe e one night stands da un lavoro alienante che non l’appassiona, forse anche consumata da una nostalgia di casa, fin quando addirittura non subisce un tracollo, una specie di burnout che le dà il colpo di grazia. Le sequenze estremamente laconiche ma di rara intensità iconica sono intervallate da immagini fisse e di lunga durata che spesso inquadrano il cielo di giorno, di notte, sereno o nuvoloso, la sensazione è che proprio dal cielo possa arrivare una qualche minaccia che porterà l’apocalisse definitiva, il lungo carrello circolare finale che inquadra un aereo militare non fa che confermare quest’impressione. Lentissimi carrelli circolari sono un’altra delle caratteristiche stilistiche di Hellhole, del resto la fotografia è affidata a uno bravo, ossia a Nicolas Karakatsanis, che non molto tempo fa aveva curato la fotografia di Tonya. L’altra caratteristica della fotografia è l’indugiare a lungo, molto a lungo, sui volti dei personaggi, di quello di Alba già si diceva, e sugli spazi, interni e esterni, in totale o in semitotale, nel (vano) tentativo, da un lato, di delineare la psicologia dei personaggi che in realtà restano inafferrabili, nel (riuscito) tentativo, dall’altro, di raccontare la disumanità della Bruxelles dei ghetti e delle nuove costruzioni anonime in cui abita tutto l’indotto della EU. Quando Alba va a farsi visitare dal dottore, cercando non solo una diagnosi, ma anche qualcuno con cui anche parlare di sé e delle sue ansie, il tentativo si rivela fallimentare e l’appello “Look at me”, inesorabilmente privo di controcampo, l’epitome del film.


CAST & CREDITS

(Hellhole); Regia: Bas Devos; sceneggiatura: Bas Devos ; fotografia: Nicolas Karakatsanis; montaggio: Dieter Diependaele; interpreti: Hamza Belarbi (Mehdi), Alba Rohrwacher (Alba), Willy Thomas (Wannes); produzione: Minds Meet, Phanta Film, Shelter Prod; origine: Belgio, Olanda 2018; durata: 87’.


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