Hold Om Mig - Roma 2010 - Alice nella città

Hold Om Mig, opera prima del regista danese Kaspar Munk, il cui titolo in italiano si traduce in "Stringimi forte", è un film incentrato sui temi dell’amicizia e dell’amore che si rivolge al tormentato universo adolescenziale, centrando il suo raggio d’indagine alle difficoltà, più forti in questa fascia d’età, a comunicare pensieri ed emozioni. La pellicola è ispirata da un fatto di cronaca: una notizia riguardante una ragazza che, dopo aver subito una violenza, si è tolta la vita.
A partire da questo spunto iniziale il regista ha saputo costruire il suo film con lucido e controllato rigore, scegliendo di indagare in profondità il significato di un gesto così estremo. Un gesto più diffuso in età adolescenziale di quanto generalmente si creda e che troppo spesso viene frettolosamente archiviato all’interno di anonime statistiche annuali.
La vicenda di Sara, il personaggio chiave, per il regista è prima di tutto la dimostrazione che le emozioni e i sentimenti provati da un individuo non possono essere scissi dalla capacità che questi ha di esprimerli.
Questa capacità, che si acquista soprattutto con l’aiuto degli adulti, è fondamentale per instaurare rapporti sinceri e leali con le altre persone, soprattutto in un età, come quella dei protagonisti di quest’opera, in cui la personalità non è ancora strutturata e protetta da una corazza in grado di proteggere l’anima dalle violenze e dall’indifferenza di chi ci è vicino.
La trama del film procede in modo lineare e con un carico di tensione sempre maggiore, attraverso un montaggio alternato che sposta di volta in volta i piani d’azione nei diversi luoghi dove vivono i quattro protagonisti.
Su un piano più distaccato e indistinto l’autore ha poi collocato le famiglie dei ragazzi e la scuola che frequentano. Ambienti sociali che si rivelano assolutamente estranei e indifferenti ai bisogni e alle fragilità dei ragazzi.
Visti questi ingredienti di base, e l’ambientazione fredda di una città nordica, ce n’era abbastanza perché ne scaturisse un film duro, privo di soluzioni facili e consolatorie.
Dal punto di vista cinematografico, a giocare un ruolo fondamentale è soprattutto l’uso attento delle inquadrature, quasi tutte composte di primi piani montati a determionare un ritmo disteso che si rivela assai funzionale nel cogliere in modo efficace la microfisionomia dei volti. Ad essi si inseriscono, per contrasto, sporadici campi medi che rendono, grazie alla gestualità e ai dialoghi dei personaggi, il senso di un mondo sempre più distante dai desideri più intimi dei protagonisti.
Sicchè acquista un senso strategico la scena in cui, Sara consiglia a Jonas, suo fratello minore, di costruirsi una corazza che gli servirà a controllare le emozioni ogni volta che riceverà un’offesa dall’esterno.
Una corazza che ben viene raffigurata nel gesto, compiuto dalla ragazza, di chiudere le braccia al petto, come a simulare quell’abbraccio di cui tanto avrebbe bisogno, ma che nessuno compie nei suoi confronti.
Il finale del film evita di mostrare le emozioni e le reazioni dei familiari e dei compagni di Sara e, in segno di speranza, si chiude con il piccolo Jonas, il quale dopo aver scoperto il corpo senza vita della sorella corre verso la scuola e, prima di entrare nell’edificio compie il gesto di auto abbracciarsi, lasciando così volutamente allo spettatore la libertà di immaginazione e di giudizio.
(Old Om Mig); Regia: Kaspar Munk; sceneggiatura: Jannik Tai Mosholt; fotografia: David Katznelson; montaggio: Ida Bregninge, Nanna Frank Moller; musica: Mikael Simpson; interpreti: Julia Brochorst Andersen (Sara); Frederik Christan Johansen ( Mikkel); Sofia Cukic (Louise); Hicham Najid ( Hassan); Will Julius Findsen (Jonas); produzione: Nimbus Film Productions; origine: Danimarca, 2010; durata: 76’.
