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Hungarian Rhapsody: Queen Live in Budapest ’86

Pubblicato il 20 novembre 2012 da Marco Di Cesare


Hungarian Rhapsody: Queen Live in Budapest '86

Erano trascorsi oramai trent’anni da quella tragicamente messa in atto dai carri armati sovietici e un’altra, ben più pacifica invasione, questa volta proveniente da Occidente, si apprestava a colpire nuovamente Budapest e l’avamposto dell’Europa orientale, l’Ungheria tutta, situata al confine tra due mondi forse opposti, comunque due modi diversi di intendere la realtà e, perciò, la società. L’Ungheria, una delle perle della cultura dell’Europa orientale tra Ottocento e primi del Novecento; l’Ungheria, il primo Paese a smantellare la cortina di ferro, durante l’ultimo annus mirabilis vissuto dal nostro continente, il 1989. E, stavolta, pochi anni prima di quell’ultima rivoluzione, al rumore delle bombe, a quello dei muri che crollano e a quello delle vite spezzate nel ’56 erano andati a sostituirsi il tenore di Freddie Mercury con i suoi acuti e il carisma della sua presenza sul palco, con dietro le quinte il sostegno ritmico di John Deacon e Roger Taylor, mentre dalla prima fila gorgheggiavano gli assolo della chitarra di Brian May.

Un concerto che non c’entrava nulla con la politica.
Forse.

Giacché la musica di massa - Sixties docent – probabilmente non è altro che la prosecuzione della politica con altri mezzi. Da qualunque parte si stia.
Magari una lieve contraddizione, questa, se si pensa come proprio i Queen siano stati l’esempio di un disimpegno non tanto e non solamente politico (fatto che, nel loro caso, appare alquanto scontato), quanto di un altro, a livello ben superiore, posizionato su di un piano assolutamente esistenziale e, perciò, di natura primigenia, se non addirittura primordiale. Non un urlo, però, che rappresentasse il soddisfacimento di un ancestrale, primitivo bisogno, sconvolgente scuotimento per il corpo e, di conseguenza, per la mente, il segno di un sentirsi al mondo che il rock inglese aveva già espresso con efficacia grazie agli Stones, agli Who, ai Led Zeppelin, ai Deep Purple, gruppi che avevano dato oramai tutto, o quasi (a loro stessi e alla scena musicale), quando i Queen dovevano ancora pubblicare il proprio debutto.
Gruppo, i Queen, che si era quindi trovato ad agire in un periodo che poteva apparire come una terra di mezzo, territorio di nessuno (una «You’re too old to lose it, too young to choose it» di bowiana memoria, in quella Rock ’n’ Roll Suicide datata 1972), un tempo di stasi collettiva che i membri della band cercavano di rivitalizzare attraverso idee non sempre interessanti e tra loro coese, commistione di glam, hard, pop rock e quant’altro altri avevano già fatto scorrere sotto i ponti, trovandosi poi completamente spiazzati dal 1977 in poi (casualità e semplice coincidenza con l’esplosione del Punk e di un nuovo modo di vedere il mondo intorno a sé da parte di tanti ragazzi?), dinosauri che avevano all’improvviso perso di vista qualsiasi compattezza della forma-album e, quindi, di qualsivoglia concezione della musica popolare come forma d’arte e di espressione di un sé specifico, personale e d’autore. Emblema di questo nuovo atteggiamento sono i tanti loro mediocrissimi dischi da News of the World in poi (escludendo forse giusto l’ultimissimo, Innuendo, grazie alla sua sentita emotività, legata probabilmente alla sofferenza psico-fisica vissuta da Mercury durante gli ultimi giorni di vita), opere raffazzonate, ognuna delle quali presentava in scaletta alcune canzoni anche grandiose, altre solo accattivanti, mentre per il resto unicamente riempitivi spesso assai imbarazzanti e che di certo in nessun modo potevano motivare le tonnellate di dischi venduti e la fama della band (al contrario giustificata nel caso di capolavori come Bohemian Rhapsody, Somebody to Love, The Prophet’s Song o Don’t Stop Me Now). La musica, quindi, al servizio esclusivo del commercio, i singoli al di sopra delle pluralità dell’insieme, la musica liquefatta della quale le playlist di mp3 sono oggi divenute l’espressione più (in)felice.

Così la riproposizione, rimasterizzata in alta definizione, del concerto tenuto al Népstadion di Budapest il 27 luglio del 1986, tappa del Magic Tour, ultima tournée della band britannica, nelle sale italiane nell’unica data del 20 novembre (ossia nella settimana dell’anniversario della morte di Mercury, avvenuta il 24 novembre del 1991), più che reperto di un passato tuttavia non troppo lontano, diviene la messa in mostra di questa concezione della musica di massa, in un modo tale che anche i pochi episodi felici dell’esibizione non sanno risollevarne l’insieme, affossato dalla mancanza di qualunque abilità nello stupire (anche a causa di talune scelte registiche e di un montaggio eccessivamente statico, in particolare nei modi, esageratamente didascalici e misurati, tramite i quali inframezza la performance con momenti più intimi vissuti dai membri della band nella loro gita a Budapest). Pertanto verrebbe a mancare lo status di classico (parola che dovrebbe stare a simboleggiare qualsiasi opera umana capace di destare ogni volta meraviglia e nuovi spunti di riflessione).
In ogni caso questa non è più musica viva, ma solamente memoria di un’invasione, di quella messa in atto dalla nascente globalizzazione di stampo capitalistico-occidentale, che avrebbe fatto di lì a poco crollare il Muro di Berlino non tanto per fare dono della libertà ai popoli oppressi, quanto per aprire nuovi mercati alla commercializzazione dei prodotti di consumo. Musica compresa.


CAST & CREDITS

(Varázslat - Queen Budapesten); Regia: János Zsombolyai; fotografia: Elemér Ragályi; montaggio: Katalin Kabdebó, Teri Losonci, Mari Miklós, Mariann Pálfia, Zsuzsa Pósán; interpreti: Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor, John Deacon; produzione: Mafilm Dialóg Filmstúdió, Queen Films Ltd.; distribuzione: Microcinema; origine: Ungheria, 1987; durata: 118’; web info: minisito del distributore italiano.


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