I demoni di San Pietroburgo (Conferenza stampa)

Roma. Un loquacissimo ed entusiasta Giuliano Montaldo, accompagnato dalla troupe completa della sua ultima fatica, I demoni San Pietroburgo, spiega il film, la sua genesi e i suoi obiettivi ai giornalisti riuniti nella sala grande del cinema Quattro Fontane di Roma. Presenti, accanto al regista genovese, i protagonisti Miki Manojlovic, Roberto Herlitzka, Carolina Crescentini, Anita Caprioli e Filippo Timi, che non dirà una parola. Il film, co-prodotto da Rai Cinema, uscirà in 100 copie.
Bentornato al cinema, maestro! Un film è sempre frutto di un lavoro corale…
[Giuliano Montaldo] Un film è un lavoro di gruppo, c’è bisogno di un gruppo di persone che credono nel loro lavoro, io ho avuto l’onore e il privilegio di trovare una troupe e un cast di amici e di professionisti eccezionali. Molti degli attori hanno voluto partecipare anche solo per un cammeo. Io ho avuto anche la vicinanza famigliare sia nell’aiuto regia con Vera che nei costumi con mia figlia Elisabetta, ma anche un eccellente direttore della fotografia come è stato Arnaldo Catinari. Un film è come un’opera lirica: per avere successo deve funzionare lo spartito, deve imbucare l’orchestra e i cantanti devono essere all’altezza, il tutto gestito e diretto con la sua bacchetta dal regista che è il direttore d’orchestra!
Una carriera di regista che è iniziata davanti alla macchina da presa…
La mia carriera era iniziata come attore (nel1950 protagonista di Achtung!Banditi di Carlo Lizzani, ndr),ma ho ben presto lasciato e ora so anche perché: ho visto Miki Manojlovic e Roberto Herlitzka duettare in un momento del film e li ho trovati davvero fantastici! Ho fatto bene a continuare a stare dietro la macchina da presa!
Come si è trovato a lavorare per la prima volta con Arnaldo Catinari alla direzione della cinematografia?
Un giorno avevamo bisogno di girare simultaneamente con tre macchine da presa, che tra l’altro prevedevano alcuni movimenti di macchina: essendo a San Pietroburgo non sapevo a chi rivolgermi per trovare degli operatori e Arnaldo ha messo alle due mdp, oltre alla sua, il capo-macchinista e il capo-elettricista e siamo riusciti a girare la scena! Non avendo mai lavorato con lui all’inizio ero più diffidente, ma episodi come questo mi hanno dato una enorme fiducia: nella mia carriera di regista ho lavorato con grandi direttori della fotografia, da Nannuzzi a Storaro, da De Sanctis a Di Palma, ora posso dire di aver lavorato anche con Catinari!
Ci sono stati problemi durante le riprese in esterni?
Problemi di luce, si. Troppa! Essendo il film ambientato a San Pietroburgo avevamo bisogno di un certo cielo plumbeo. Abbiamo girato molte parti del film a Torino e durante i mesi di febbraio e marzo abbiamo avuto sempre sole, così come abbiamo avuto del tempo inutilmente meraviglioso anche quando siamo volati a San Pietroburgo per girare alcune scene. Abbiamo dovuto ovviare iniziando a girare per le quattro di notte, svegliandoci all’una…come dico sempre il miglior produttore di un film è il buon Dio, ma non poteva stare a badare a noi..
Ci racconta la genesi di questo film?
Girare questo film è stata davvero una lunga avventura: era in realtà stato pensato molti anni fa. Mi avevano fatto leggere una sceneggiatura di Serbandini già molto strutturata, ma quando nei primi anni Ottanta la facemmo leggere a dei produttori a Mosca, ebbi l’impressione che i sovietici non lo avrebbero mai voluto girare e infatti rimase nel cassetto fino ad oggi! La sceneggiatura si presentava molto densa anche di avvenimenti e ci aveva molto lavorato il regista Andrei Konchalovsky.
Perché secondo lei i sovietici non amavano la sceneggiatura e non diedero inizio alla produzione?
Questo è un giudizio basato su una mia viva sensazione che provai allora. Andai a Mosca per un primo tentativo per una produzione, ma ogni sera i miei interlocutori mi ubriacavano di vodka e non riuscivo mai a introdurre l’argomento del film. Ad un certo punto mi stufai e non se ne fece più nulla. Poi un bel giorno, anni dopo e dopo aver diretto Rai Cinema per quattro anni, incontrai Paolo Serbandini, mi rammentai della sceneggiatura e presentai il progetto alla produttrice Monica Capelli, reduce dal grande successo de I cento passi. Fu lei che ha creduto nel progetto, dopo che altri due produttori mi avevano abbandonato precedentemente.
Che rapporto ha con i produttori?
Devo dire che nessun produttore mi ha mai rincorso per fare un film con me! Basti pensare che Carlo Ponti mi produsse Giordano Bruno per disperazione, visto che mi vedeva ogni giorno nel suo ufficio! Ogni film per me è un’impresa e provo anche soddisfazione se passano i miei film in televisione. Certo, li passano a orari notturni impossibili, tanto che è il mio garagista che mi informa, dicendomi “Gajardo il suo film, dottò!”. Ma almeno il passaggio notturno evita che i film siano interrotti da dieci piani di morbidezza…
Cosa la affascina del Dostojevskij intellettuale?
Dostojevskij era un uomo che ha sempre sofferto per rimanere l’intellettuale moralmente integro che è stato. Nel film sottolineo il fatto che fosse vittima dell’incubo della scadenza: da quella della consegna del libro a quelle terribili della sua vita. Ho voluto considerare il suo percorso umano, frutto del fascino di mie vecchie letture giovanili che sono riaffiorate splendidamente. Mi sono lasciato anche guidare dall’intuito quando, di fronte al plotone di esecuzione gli faccio dire: “Mio Dio”. Una mia scelta arbitraria, ma legata profondamente a quella che sarà la svolta della sua vita, per un uomo rincorso dai demoni e dai suoi fantasmi, rovinato dalla malattia dell’epilessia.
Una storia che si vorrebbe attuale, quella di un intellettuale fermo e onesto nel suo pensiero..
Lo credo un argomento molto attuale di cui dibattere, come è tornato attualissimo il mio Sacco e Vanzetti, a causa della moratoria sulla pena di morte. Nel film tra l’altro inserii un episodio di un anarchico che viene fatto cadere dal quattordicesimo piano. Quando il film uscì, era appena stato ucciso nello stesso modo Giuseppe Pinelli e tutti pensarono che avessi fatto un riferimento esplicito, mentre la scena l’avevo girata prima di quel 15 dicembre 1969. Io ho sempre sofferto per le espressioni di intolleranza, di violenza, per coloro che credono che si possa cambiare la storia anche uccidendo, per chi pratica dei crimini nascondendoli dietro falsi ideali. Paradigma di questo mio pensiero è la scena iniziale de I demoni.. in cui si vede la bambina uccisa a causa dell’attentato.
Come dice la famosa massima di Mao “La rivoluzione non è un pranzo di gala, [..] ma è un atto di violenza”: pensa che sia il filo rosso del Novecento appena trascorso?
Io non c’ero nel 1905 né nel 1918, mentre il 1945 l’ho vissuto anche se ero piccolo e si sognava un mondo fatto di speranze e di ottimismo. Qualcuno mi ha rubato quell’ottimismo e i ladri di ottimismo sono davvero i peggiori.. Se solo si potessero fare delle rivoluzioni con le sole idee…
Come si è trovato a tornare dietro la macchina da presa dopo 18 anni?
Ricordo in modo traumatico l’esperienza delle riprese di Tempo di uccidere. Inizialmente dovevamo girare in Etiopia, nei luoghi precisi descritti da Flaiano, ma chi possedeva i terreni non ci diede i permessi. Andammo in Kenya,dove gli americani che detenevano il possesso dei terreni, alzarono troppo il prezzo per l’uso delle scenografie naturali. Finimmo a girare in Zimbabwe, con un’ambientazione completamente fuori dalla storia. E’ come se avessimo girato I demoni.. a Marrakech! Mi sentii svuotato e girai quella bella sceneggiatura scritta da Virzì e dai Scarpelli senza lo smalto giusto e questo traspare dal film. Ho messo da parte il cinema e mi sono dedicato alla lirica,con Puccini,Verdi, Mozart, potendo usufruire del miglior teatro “cinematografico” esistente, l’Arena di Verona. Era come se fosse il teatro in cinemascope!
Una battuta del film recita più o meno così:” Lo Stato deve preoccuparsi dell’arte..” Visti i tempi, non sembra che sia solo l’ispettore Pavlovic a recitarla..
[Roberto Herlitzka] Si spiega da sola: lo Stato deve essere servitore della cultura,ma dovrebbe prima esserci della cultura…
Konchalovsky ha visto il film e che rapporto c’è tra di voi?
[Giuliano Montaldo] Se fosse stata una sceneggiatura sulla biografia di Dostojevskij avrebbe potuto girarla solamente un regista russo. Ma il film, che tra l’altro deve molto alle pagine del Santo Inquisitore non è una biografia. Konchalovsky io l’ho incontrato di sfuggita tre volte nella mia vita, sono curioso di sapere cosa ne pensa, non ha ancora visto il film, ma non credo che mi toglierà il saluto, visto che aveva letto la sceneggiatura e gli era piaciuta.
Per le due protagoniste femminili: si parla molto di una “nuova generazione” di giovani attori e attrici italiani, cosa ne pensate?
[Carolina Crescentini] Non è una questione di nuove generazioni, solo c’è stato un lasso di tempo in cui gli attori giovani non erano attori,ma solo frutto del mondo televisivo della visibilità. Ora lavorano invece solo coloro che hanno studiato e che applicano metodi come quello che ho imparato al Centro Sperimentale. Metodi che ti insegnano quanto un personaggio da interpretare sia un involucro, un personaggio che vive sulla carta e a cui bisogna dare un’anima e un corpo.
[Anita Caprioli] Sono d’accordo: più che nuova generazione di attori parlerei di nuova generazione di produzioni, con operazioni di giovani registi davvero interessanti. Aggiungo che negli ultimi tempi si da molta importanza finalmente agli attori di provenienza teatrale.
Per Miki Manojlovic. Come ricorda questa esperienza di recitazione? Per gli attori affrontare Dostojevskij può essere una esperienza duale e contrapposta: un incoraggiamento o un blocco.
[Miki Manojlovic] Dostojevskij non si può recitare,si può solo vivere come una riflessione profonda personale. Per chi come me vive di recitazione da tutta la vita, recitare è vita. Personalmente io credo nel teatro, sono arrivato al cinema solo a22 anni, quando avevo già molta esperienza sui palcoscenici. Sono davvero felicissimo di aver lavorato con Giuliano Montaldo, un uomo di rara cultura e intelligenza, che mi ricorda molto Peter Brook..
Quanto conta l’umorismo e il senso dell’umorismo che in lei è proverbiale, se poi gira film molto cupi e pessimisti?
[Giuliano Montaldo] Quando vado a parlare nelle università dopo le proiezioni dei miei film, trovo subito un’aria mortuaria che mi accoglie. Faccio rimanere tutti sbalorditi quando poi si accorgono che non sono affatto una persona triste. Lo stesso Dostojevskij era un uomo spiritoso, anche se doveva vivere sempre con tempi stretti e minato dagli attacchi di epilessia, che lo colpivano anche 5 volte al giorno. Per raccontare questo suo senso dell’umorismo,che per me non deve mai mancare nell’essere umano, ho messo una scena bizzarra in cui una signora gli chiede di autografare un libro non suo e lui lo firma! Voglio dire: non è che se si mette in scena l’Otello prima di salire sul palco bisogna uccidere qualcuno…
Un bilancio per questo film?
Devo dire che abbiamo fatto un piccolo miracolo, girando in 8 settimane e 3 giorni. Se poi consideriamo che la settimana di riprese dura in realtà cinque giorni e mezzo, i tempi si riducono drasticamente. Se poi aggiungiamo che abbiamo utilizzato 52 ambienti diversi e ogni giorno bisognava passare sotto i tempi del trucco, dei costumi, degli spostamenti…abbiamo fatto una piccola impresa che spero possa servire a una cosa: spingere gli spettatori appena usciti dalla sala a leggere Dostojevskij …
