I FIGLI DEGLI UOMINI

All’interno del suo album d’esordio nel 1993 la cantautrice islandese Bjork incluse una canzone che si intitotolava One Day e che si apriva sui versi di un bimbo, probabilmente il figlio della stessa Bjork, a illuminare le parole di un testo pieno di luce e di speranza ("Due soli saranno pronti a splendere solo per te"). Il film di Alfonso Cuaron che si ispira all’omonimo racconto di P.D. James sceglie, invece, questa immagine sonora, moltiplicata per più bambini e non per la voce di uno solo, a conclusione della cupa e apocalittica trafigurazione del presente, nel quale non si immaginano due soli che splendono, ma neanche un unico sole opaco che riesce a brillare all’interno di una condizione esistenziale e politica che si manifesta anche e soprattutto nel paesaggio urbano devastato dal conflitto e attraversato dalla paura.
Siamo nella Londra del 2027 ma la connotazione temporale e spaziale è puramente indicativa, visto che gli scenari di guerriglia urbana evocano visioni del passato, del presente e del futuro: i paesi sotto assedio durante la seconda guerra mondiale, l’Irlanda del nord messa a ferro e fuoco dall’esercito britannico, il Cile del golpe militare di Pinochet, la Bosnia, il Libano di ieri e di oggi....
L’elenco potrebbe proseguire ancora a lungo poiché le immagini sporche di fango e sangue che invadono lo schermo, trasportate dai crudi e potenti piani sequenza di Cuaron, sfondano letteralmente il nostro archivio di orrore delle realtà, alimentato in maniera ben più anestetizzante e amorfa dal linguaggio televisivo. Ma i meriti di Cuaron non si limitano ad un elementare e brutale realismo di matrice anti-televisiva, andando ben oltre e riuscendo a toccare con l’efficacia della messa in scena le questioni morali ed etiche che affronta il racconto di James, interrogandosi sulle responsabilità dell’uomo nei confronti del suo prossimo e in particolare dell’espressione più innocente, più indifesa e più "sacra" dell’umanità, i bambini (che sono, come ci ricorda il titolo, figli degli uomini).
E chi sono gli uomini che popolano questo ipotetico e minaccioso futuro? Sono il riflesso di una codardia e di una debolezza che si fa incosciente eroismo nel personaggio di Theo (Clive Owen), l’ottusità ideologica che pensa di poter liberare l’uomo attraverso la violenza e il terrore in quello di Luke (Chiwitel Ejiofor), esponente di un gruppo di attivisti chiamato i "Pesci" e che finiranno, appunto, per divorarsi e annullarsi gli uni con gli altri; ma gli uomini, anzi l’uomo per eccellenza, rimane lo Stato, l’istituzione, l’ordine costituito che, non avendo volto, non ha la capacità di guardare l’orrore che ha generato. Sono gli uomini i figli dello Stato cieco e l’oscurità in cui Cuaron abbassa la mdp è scossa dalle vibrazioni di corpi fucilati senza una loro identità etnica e culturale, stipati come animali, annullati nello squallore e nella sporcizia delle bidonville che incutono particolare timore a Londra, città multietnica e multirazziale per eccellenza. Cuaron e James rintracciano questo fenomeno nell’attuale fobia verso l’Islam e i musulmani, ma la scena dell’inglesissimo Owen, trasportato anche lui come un maiale su un camion pieno di clandestini, rende con dirompente forza fisica la degenerazione a cui porta la paranoia verso l’altro.
C’è però, testarda e disperata, la volontà di sopravvivere, di contrapporre la forza della natura (una ragazza incinta in un mondo inevitabilmente malato di infertilità) contro la violenza culturale della società e per questo Cuaron stabilisce una tensione dialogante tra la speranza (perfino con qualche tocco di umorismo e di tenerezza) e l’abisso, mettendo in gioco il prolungamento meccanico della sua umanità, la mdp, in mezzo al sangue e al delirio, come dire che l’eticità dello sguardo e della testimonianza devono resistere anche in mezzo alla follia. _ E il pianto della nascitura bambina al termine di questa odissea, oltre a dirci di quale sesso sia la speranza, si perde tra la nebbia stordente e la luce rossa di una boa in mezzo al mare che ha tutta la concretezza della realtà e tutta la visionarità del sogno.
(Children of men); Regia: Alfonso Cuaron; sceneggiatura: Alfonso Cuaron, Timothy J.Sexton dal racconto omonimo di P.D. James; fotografia: Emanuel Lubezki; musica: John Tavener; montaggio: Alex Rodriguez; interpreti: Clive Owen, Chiwitel Ejofor, Julianne Moore, Michael Caine, Claire-Hope Ashitey, Charlie Huffman; produzione: Marc Abraham, Eric Newman, Hilary Shor, Iain Smith, Toby Smith; origine: Gran Bretagna/Usa, 2006
