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Questi Giorni di Piccioni e i giorni nostri

Pubblicato il 28 settembre 2016 da Antonio Pezzuto & Mazzino Montinari


Questi Giorni di Piccioni e i giorni nostri

“Esco dalla sala, ho appena visto Questi giorni, lontano dai clamori veneziani, dalle aspettative festivaliere, dagli esibizionismi e dalle cattiverie gratuite, forse il segno di una debolezza diffusa tra alcuni spettatori che rifiutano il senso di un lavoro per ribadire il primato (effimero) della loro presenza”.

È Mazzino che parla. A Venezia non era venuto alla proiezione, alle nove del mattino. Una proiezione formalmente per la stampa, in realtà dentro c’erano tutti, compreso me e tanti altri tra cui due, uno seduto in prima fila, l’altro casualmente al mio fianco. Quest’ultimo urlava “Vergogna”, quello in prima fila “Andate a lavorare” che detto da uno che si era alzato alle otto di mattina per vedere questo film, lasciava quanto meno perplessi. Altri applaudivano. Ma la stampa poi ha detto che il film è stato fischiato. Vabbè, e comunque sono loro due quelli che vedono un film e ribadiscono il primato della loro presenza!

Mazzino questa volta va al cinema con Gaia. Lei preferisce stare dietro le quinte e non giudicare i film, almeno in pubblico. È abituata a vederli e a sceglierli, ad esempio alle Giornate degli Autori dove lavora alla selezione al fianco del Delegato generale e del Vicedirettore, assieme a Renata Santoro, e coadiuvata da un gruppo di consulenti (alcuni dei quali, io per esempio, bravissimi). Ma, soprattutto, è persona, per motivi diversi, fondamentale sia per me che per Mazzino.

E appena finito il film, Mazzino ribadisce il primato della sua presenza e si lascia prendere da una suggestione: “Esiste un momento che mi piace chiamare ‘stato di grazia’. È quando siamo consapevoli che tutto il nostro passato ci ha condotto in quel preciso istante. E, al tempo stesso, quando siamo convinti che quell’attimo durerà per sempre. È un pensiero che non provoca alcun timore. Non abbiamo paura che il presente diventi un momento in cui passato e futuro riescono a fondersi, che quello che hai fatto si combini con quello che farai. Può essere una situazione amorosa, ma anche di tutt’altro genere, ad esempio quella di uno sportivo che vince una medaglia d’oro alle Olimpiadi. Ho pensato questa cosa perché guardando le quattro ragazze protagoniste del film, credo che nessuna di loro riesca ancora a vivere quello ‘stato di grazia’. E credo che per motivi diversi abbiano paura a farlo accadere”.

Io non c’ero con loro al cinema, questo discorso è Mazzino che lo racconta. Io lo leggo, rimango perplesso penso che abbiano visto un film diverso dal mio e confido che Gaia abbia sufficiente spirito critico per glissare. Invece Gaia sta sul pezzo, e replica:

“Per me lo stato di grazia ha un significato leggermente diverso. È quando si vive un momento di tale perfezione che non ti fa venire voglia di essere né un passo indietro né un passo avanti, ma semplicemente lì dove sei. È una sorta di resa al pensiero e al rimugino continuo. Ed è una specie di premio per gli inquieti come me che vivono questi momenti solo per le piccole cose, certamente non per le cosiddette grandi scelte esistenziali. Non ne avrò vissuti milioni, ma per fortuna più di uno”.

Continuo a non capire. Mi ripeto la trama del film in modo da intrecciarmi con il loro filo: quattro ragazze, una lesbica, una incinta, una col cancro e una che legge le candele, se ne vanno in auto lasciando a casa una mamma (parrucchiera), un babbo (Sergio Rubini), un fratello (prete), un professore universitario para amante della mamma e un fidanzato (per poco ancora). Tutte hanno qualcosa dietro che vorrebbero cancellare, ma nessuna può cancellare nulla, e le candele raccontano belle storie. Devono andare a Belgrado, e il viaggio diventa un viaggio vero. Portano a bordo persone, vanno in campeggio, lasciano altre persone, ritornano a essere quattro, scoprono di essere, in fondo, sole. E soprattutto vengono riprese dal regista italiano che più degli altri sa riprendere le donne, che sa guardare i volti, che se ne innamora ma sa mantenere una distanza, che racconta timidezza e rispetto. C’è il terrore della fine in queste inquadrature, c’è la paura che quella bellezza, quello stato di grazia, svanisca. E così, mi trovo anche io, senza aspettarmelo a parlare dello stato di grazia, e capisco di essere più d’accordo con Gaia che con Mazzino.

Ma è Mazzino che continua a ribadire il primato della sua presenza in sala e dice: “Sono uno che aspetta e molte volte si fa accadere le cose e questo mi porta a chiedermi se, così facendo, non si rischi continuamente di restare in una terra di nessuno, di non interpretare la vita, come in un certo senso accade alle quattro ragazze del film”. “Un’altra volta - replica Gaia - dipende cosa intendiamo con stato di grazia. Un giorno una persona mi disse che i venti anni sono fatti apposta per essere sprecati. Le ragazze stanno sprecando i loro venti anni? Secondo me, no, non stanno sprecando la loro vita. O meglio, non la stanno buttando, possono permettersi il lusso di perdere tempo”. E Mazzino continua a divagare: “Qui vien fuori la differenza d’età, tra chi può perdere tempo, le ragazze del film, e chi no, io che come quel personaggio di Kafka, mi sento mio malgrado sempre tirato da due forze, quella del passato e quella del futuro”.

Io, che però volevo parlare di altro, inizio a distrarmi. A me interessava cercare di capire perché nel cinema italiano vincono i documentari che narrano la realtà mentre i registi di finzione cercano sempre più di parlare dell’immateriale. A me interessa capire se queste quattro figure archetipiche raccontano la donna oggi, o che senso abbia la presenza di Rubini nel film o del prete che a me è piaciuto tanto. Io volevo sapere che cosa si può vedere nelle candele, se Piccioni ci ha visto qualcosa che ci vuole raccontare, e che cosa ci vorrei vedere io. E poi penso a Marcella l’aiuto regista del film che è nostra amica e le vogliamo un sacco di bene da ormai un po’ di tempo e a Lucilla segretaria di edizione che è simpaticissima e vorremmo che diventasse anche lei nostra amica, e che abbiamo conosciuto tre giorni fa e ci ha riferito alcuni aneddoti sul set che però non possiamo dire.

Ma Mazzino e Gaia sono concentrati sul ribadire il primato della loro presenza, e sul senso di questa presenza, in sala e nel mondo. Sento le loro voci e li ascolto identificare le protagoniste del film. Liliana, invaghita del suo professore, malata di cancro e con la paura che tutto possa finire, e dunque perché iniziare, perché interpretare la vita quando tutto è destinato a terminare? Caterina, la lesbica, che è quella che avrebbe le idee più chiare. Lei parte per Belgrado perché vorrebbe vivere uno stato di grazia, amare e essere amata, ma non ha la forza di andare fino in fondo, ha bisogno di segnali più forti, da sola non se la sente di indirizzare le sue sorti. Laura, forse il personaggio meno complesso e riuscito del film, o forse quello con il quale è più difficile condividere un’esperienza comune, in un certo senso è come se sentisse di non meritarsi di più. Pensa che la sua famiglia non sia all’altezza e ha un fidanzato che sta con lei senza che sia un complice amoroso. Quindi lo stato di grazia nel suo caso è impossibile perché non c’è un passato che la possa condurre a quell’attimo. E Anna che invece è il personaggio più complesso perché in teoria porta con sé tante esperienze. Aspetta un figlio, è una musicista, ha le amiche come “modelle”. Però non sa letteralmente come sia arrivata a quel punto. Perché il nodo forse più difficile da sciogliere è rispondere alla domanda: riusciamo a fare quello che ci piace?

E quest’ultima domanda mi risveglia altri pensieri, sul film e sulla vita. E penso e vorrei dire a me, a Mazzino e Gaia che forse in questi giorni, come in ogni giorno, dovremmo sempre più concentrarci sul nostro stato di grazia che ci permette costantemente di ribadire il primato della nostra presenza (effimera) nella nostra vita.


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