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I ricordi del fiume

Pubblicato il 21 aprile 2016 da Veronica Flora


I ricordi del fiume

“Rispettare la legge, applicare la legge ma non abusare della legge” è il monito dell’uomo al bambino, gli occhi sgranati di chi aspetta il resto della favola, anche se la favola è il racconto avvincente di un furto, di una fuga, della prigione, della redenzione. Non sappiamo che relazione ci sia tra i due: padre e figlio, zio e nipote, passato e futuro.
Forse il bambino non sa ancora che dovrà lasciare la sua casa - la baracca, il campo dove vive - per andare chissà dove, ma ha due domande da fare all’uomo (ne hanno sempre almeno due i bambini: una compiacente, l’altra sfidante) che non hanno davvero bisogno di risposte.
“Sai che da grande voglio fare il poliziotto?”
“Sai che tanto tutti muoriamo?”

Non conosciamo i loro nomi. Di alcuni vedremo le facce, le spalle, un profilo. Bambini, uomini, donne, anziani. Sono tanti i ricordi del fiume, i ricordi del Platz. Così tanti e preziosi che tutti avremmo voluto incontrarli e rimetterli insieme, pezzi di un mosaico incredibile quanto invisibile come le esistenze dei suoi abitanti. Sembrano pensare questo i fratelli De Serio nel cercare di catturare non un naturale declino, ma la scomparsa improvvisa di una realtà. Quella del Platz, una delle più grandi baraccopoli d’Europa, abbarbicata sugli argini del fiume Stura a Torino, capace di ospitare fino a 1.200 persone di etnie rom, rumena, ungherese e in parte italiana. Oggi è quasi del tutto scomparsa a seguito di diversi sgomberi, del progressivo smantellamento pianificato nell’ambito di un progetto ad alto impatto sociale avviato nel 2014. Alla fine in mezzo ai detriti sono rimaste in piedi solo poche baracche. Degli ex residenti alcuni sono stati rimpatriati in Romania, altri hanno ricevuto un aiuto economico a tempo, altri ancora beneficiano di un affitto progressivo.

Un lavoro di indagine e osservazione durato un anno e mezzo, cominciato con un’immersione notturna nel campo, come nelle profondità di un oceano, alla ricerca di resti di civiltà estinte. E a lavoro concluso resta quella sensazione di un viaggio in apnea, dentro una realtà a cui è stata tolta l’aria, la possibilità di comunicare. Il film è una raccolta delicata di detriti - detriti di case, detriti di vite - che s’intrecciano in un racconto chiuso nel tempo immaginario del vagabondare di un bambino dal tramonto all’alba, nella notte della memoria.
Ci sembrano familiari queste storie appena svelate, anche se fatte di una boccata di sigaretta o del frugare dentro un cassonetto come nel buco del coniglio bianco alla ricerca di oggetti smarriti a cui ridare vita. Ci sembrano familiari perché racchiuse nei lineamenti, nelle rughe intorno agli occhi stretti, nelle code di cavallo tirate su, nelle catenine d’oro ciondolanti sopra le magliette che incontriamo nelle nostre strade. Certi scorci urbani - sovrapposizioni di pareti di cartone, reti metalliche, infissi rimontati, assi di legno e tende bizzarre - sono gli stessi che popolano angoli di tutte le nostre città ora, gemelle di certe borgate pasoliniane dell’Italia di quarant’anni fa.
Ci lasciano senza parole certi segreti nascosti nella ninna nanna dolorante delle giovani mamme che con il latte passano ai bambini il dolce e l’amaro della vita, riuscendo a sopportare l’insopportabile, per via dell’estrema giovinezza forse o per la medicina ereditata dell’ironia. Ci sembrano surreali questi gruppi umani che si rifugiano in una preghiera al limite della trance medianica in un’ennesima baracca chiamata chiesa che non si esiterà ad abbattere come le altre.
E ci sono sorrisi di curiosità negli occhi delle donne - appartenenti a gruppi famigliari prevalentemente composti da donne - che prendono possesso delle nuove abitazioni loro destinate e scoprono l’efficiente mobilità di un’anta nuova di zecca, la semplice apertura di una vetrata. E c’è del disagio nel loro mettersi alla finestra per guardare, da lì d’ora in poi, il mondo commentandolo da un altezza innaturale, da un isolamento domestico che nel caos estenuante e vitale del loro campo non erano abituate a provare.
Lo sguardo più bello che ci restituiscono i gemelli De Serio è quello dei quadri fissi, che ricorda certi ritratti dal Burkina Faso di Bakroman, lavoro del 2010, e l’esperienza dell’istallazione “Stanze”, senza dimenticare che parte del lungometraggio Sette opere di misericordia del 2012 era stato girato lì.
È infatti negli spazi domestici allestiti nelle baracche, nella postura di un essere umano, quasi sempre anziano, caduto dentro una sedia e come in attesa di qualche cosa, che cogliamo l’ineffabile. Nell’apparente immobilità della solitudine emerge l‘amo di una voce, il richiamo di una persona vicina, cara e strattonata compagna della quotidianità. Lì percepiamo lo smarrimento perpetuo di fronte a un’esistenza sempre in bilico e in balia degli eventi, affrontata attraverso una sorta di fatalismo comunitario, una sopportazione reciproca e del mondo che è anche, soprattutto nei legami femminili, solidarietà umana, tenerezza, affetto. Troppo breve rispetto all’intero film il viaggio sul fiume. Da lì la prospettiva cambia, da lì lo sguardo, dopo un lungo tempo costretti nel dedalo di vialetti casuali sorti tra fango e macerie, si apre; voltandosi avrebbe trovato il profilo delle fabbriche della periferia industriale, l’anima divisa e il passato tormentato di un’altra città.


CAST & CREDITS

(I ricordi del fiume); Regia: Gianluca De Serio, Massimiliano De Serio; sceneggiatura: Massimiliano De Serio, Gianluca De Serio; montaggio: Stefano Cravero; produzione: La Sarraz Pictures; origine: Italia, 2015; durata: 96’


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