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I segni del male

Pubblicato il 5 aprile 2007 da Fabrizio Croce


I segni del male

Alcuni attori possiedono la qualità rara di suscitare nello spettatore una ’simpatia’, un legame di affetto e rispetto che va oltre i personaggi che sono, di volta in volta, chiamati ad interpretare e che sopravanza il valore delle pellicole a cui partecipano. Forse perchè, ancora memori di quell’interpretazione che fece scattare in noi il proverbiale colpo di fulmine, sentiamo l’obbligo, anche a fronte di film palesemenete scadenti, di essere comunque indulgenti o bonari nei loro confronti.
E’ il caso anche di questo rozzo horror biblico diretto senza troppa fantasia dal mestierante Stephen Hopkins e ispirato molto presuntuosamente nello spunto drammaturgico all’Abominivole Dott. Phibes, il classico con Vincent Price nei panni di un dottore folle che si vendicava dei medici che non avevano saputo sarvargli la moglie malata infliggendo loro torture ispirate alle dieci piaghe bibliche. Quelle stesse piaghe che ora, perso il loro valore di ingegnosa seppur disperata vendetta umana, acquistano una molto più altisonante (ma goffa) dimensione divina nello scagliarsi su una piccola cittadina della Louisiana che cova in sè un’anima satanista e profana, scatenando l’ira del Cielo e costingendo a intervenire un’esperta svelatrice di falsi fenomeni religiosi, il cui scetticismo nasce ovviamente da un passato di missionaria e fervida credente messo duramente in crisi dalla tragica scomparsa della sua famiglia (ovviamente per perdere la fede bisogna essere sempre colpiti da qualche disgrazia micidiale che ci porta a rifiutare l’esistenza di un Dio buono e misericordioso).
In realtà non si proverebbe molto interesse per questa Khaterine Winter, il nome della nostra eroina, se nei sui panni da pseudo Lara Croft del misticismo non ci fosse quella Hilary Swank che aveva provacato tumulti e passioni contrastanti in ben altre storie e con personaggi di ben altra profondità: la Brandon Teena, maschio imprigionato in un corpo di femmina, di Boys Don’t Cry, e la Maggie Fitzgerald, femmina imprigionata in un destino da combattente, nell’ultimo capolovoro eastwoodiano, Million Dollar Baby. Dopo tanta gloria e due Oscar prima dei trant’anni, è ovviamente difficile aspettarsi lo stesso livello di intensità e di emozione a ogni nuova apparizione sullo schermo, ma qui rasentiamo veramente l’indecenza.
Neanche la migliore Swank può risolvere i didascalici, scontati e a tratti sconfortanti nodi psicologici, chiamiamoli così, in cui viene a trovarsi il suo personaggio, tra i più opachi e fiacchi del cinema d’azione hollywoodiano. Da credente negata a nuova salvatrice del Bene, i cui panni sono vestiti dalla solita ragazzina vittima delle strumentalizzazioni dei grandi malvagi, si toccano argomenti anche alti e complessi, di natura esistenziale, nel binario morto della detective story paranormale ed in un mix di generi, rimandi, citazioni lontane e presenti, delle quali il menzionato Dr.Phibes è il punto più alto. Il lavoro di sovra-scrittura sul personaggio di Khaterine è di conseguenza spaventoso: Lara Croft (con annesso senso di colpa),Buffy l’ammazzavampiri, la Scully di X-Files, ma anche un pò, nel progredire della disperazione e dell’identificazione con il modello di novella vittima sacrificale, la Ripley di Alien.
Ovviamente questo bignami dell’eroismo al femminile non porta da nessuna parte e ciò che non può la sceneggiatura non viene certo compensato dall’occhio di Hopkins, inghiottito da rutilanti effeti speciali, incapace di creare una reale dialettica tra il corpo attoriale, ora imponente ora vulnerabile e, al di là di tutto, magnifico, della Swank, lo spazio dell’azione e l’inserimento dello stesso effetto speciale. Per fare un esempio, il molto simile Silent Hill di Cristian Gans riusciva un minimo a creare un’atmosfera, a cogliere un senso d’inquietudine oltre il didascalico succedersi di mostri, squartamenti e riti satanici. Dove sta in tutto questo il valore metaforico dello spettacolo da baraccone fin qui descritto? Nel voler liberare Hilary, e non Khaterine, dalle catene di un cinema commerciale sterile e anonimo che svilisce le sue qualità e non le permette di diventare la diva da botteghino che una certa mentalià mainstream le impone come ruolo. Se Katherine porterà in grembo il figlio del male dunque, speriamo che Hilary non partorisca più cattivo cinema di questo ’peso’.


CAST & CREDITS

(The Reaping); Regia: Stephen Hopkins; sceneggiatura: Carey Hayes, Chad Hayes; fotografia: Peter Levy; montaggio: Colby Parker Jr.; musica: John Frizzell; interpreti: Hilary Swank (Khaterine Winter), David Morissey (Doug), Idris Elba (Ben), AnnaSophia Robb (Loren), Stephen Rea (Padre Costigan); produzine: Susan Levin, Joel Silver, Robert Zemeckis; distribuzione: Warner Bros.; origine: Usa, 2007; durata: 96’


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