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Identità

Pubblicato il 20 giugno 2003 da Alessandro Izzi


Identità

Titolo esemplificativo per una pellicola che esplora da più punti di vista e attraverso le dinamiche fortemente connotate del genere thriller-orrorifico, il tema dell’identità individuale, Identità si lascia apprezzare dallo spettatore per la sua sapiente (anche se a volte troppo virtuosistica) costruzione ad incastro. Dieci persone sono costrette a trovare rifugio all’interno di un fatiscente motel di hitchcockiana memoria mentre fuori infuria una tempesta di proporzioni quasi epociali. Dieci persone che, a prima vista, non sembrerebbero avere proprio niente in comune, tranne il fatto di diventare, di colpo e senza un motivo apparente, il bersaglio ideale per un efferato serial killer che comincia ad ucciderli (uno per volta come impone la grammatica dello slasher) in modi sempre più spettacolari. La domanda che attanaglia il cuore dello spettatore e il sempre più sparuto gruppo di superstiti è, ovviamente, chi sia, tra loro, il temibile pluriomicida perché non c’è dubbio alcuno sul fatto che egli debba essere in mezzo a loro, abilmente mimetizzato. Lo schema narrativo del whodonit, lo si vede bene, è profondamente debitore del meccanismo drammaturgico tipico di quasi tutte le opere di una scrittrice come Agatha Christie, ma esso è abilmente ibridato con la violenza irrazionale tipica di tanto horror contemporaneo (che deriva, a voler rintracciare nobili radici, tutto dalle ultime opere di Hitchcock) e con una visione psicoanalitica assolutamente impensabile per l’autrice anglossasone. Ne deriva quello che potremo considerare un vero e proprio compendio drammaturgico di situazioni ed episodi che non possono non apparire a loro modo già abbodantemente risaputi, ma che si miscelano tra loro in modo abbastanza originale. Per questo motivo, pur conservando in superficie la logica giallista del meccanismo di causa ed effetto, il film, perde rapidamente per strada quel lucido razionalismo che muove la scrittura di un qualsiasi giallo, per inoltrarsi in una visione assai allucinata di quello stesso schema da cui pure era partito. Attraverso una serie di omaggi incorciati che fanno di Dieci Piccoli Indiani (dieci è anche il numero degli ospiti del motel) il proprio centro gravitante viene, insomma, portata avanti un’operazione che pesca a piene mani nel gorgo di una tradizione assolutamente inflazionata e lo spettatore è totalmente libero di ricercare (sulla base della propria cultura personale) tutti i riferimenti letterari e cinematografici possibili. Quello che abbiamo di fronte è, quindi, una serie di scatole cinesi entro cui è possibile trovare sempre qualche nuovo indizio che si contraddice palesemente con i precendenti e in cui è sempre più evidente che nessuno è ciò che era sembrato a tutta prima. Come interpretare, infatti, la scoperta che tutte le persone chiuse nel motel abbiano la stessa data di nascita? Come spiegare la curiosa coincidenza che ciascuno dei presenti abbia il nome o il cognome di uno degli stati degli Stati Uniti d’America? In breve tempo ci si rende conto che il vero giallo non è, forse, l’identità dell’assassino, ma quella delle sue vittime che viene presto pirandellianamente demolita a suon di coincidenze assurde e di paradossi di sapore quasi dickiano. Ed è proprio nel momento in cui ci si rende conto che qualcosa non va nel malsano rapporto che lega questi sconosciuti l’uno all’altro che il film, abbondante le dinamiche di genere fin lì genuinamente rispettate con una certa sapienza (non sono poche le sequenze che fanno letteralmente sobbalzare sulla poltrona) si avvia verso territori meno esplorati perdendo, putroppo, le coordinate della risoluzione del giallo prospettato. Mescolando insieme le atmosfere di Seven con la visione dissociata e psicanalitica di The cell, Mangold ci consegna, alla fine, un thriller abbastanza sapiente ed adrenalinico, ma che ha il triste difetto di diventare intorcinato proprio nel momento in cui comincia a farsi interessante. Un risultato triste, date le premesse, perché quel che meglio si imprime nello spettatore è solo il lucido meccanismo iniziale (i primi venti minuti) di una piana esercitazione di stile sui meccanismi della paura e dell’irrazionale.

(Identity); Regia: James Mangold; sceneggiatura: Michael Cooney; fotografia: Phedon Papamichael (II); montaggio: David Brenner; musica: Alan Silvestri; interpreti: John Cusack, Ray Liotta, Amanda Peet, Alfred Molina, Clea DuVall, Rebecca De Mornay; produzione: Cathy Konrad; origine: Usa, 2003 distribuzione: Columbia Tristar

[giugno 2003]

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