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Il buono, il matto, il cattivo

Pubblicato il 18 novembre 2011 da Lorenzo Vincenti
VOTO:


Il buono, il matto, il cattivo

Inizia con un mirabolante assalto al treno l’omaggio in salsa agrodolce che il bravo regista coreano Kim Jee-woon (Two sisters, Bittersweet life) ha voluto dedicare al mito del genere western. L’ingresso dalla porta principale del suo Il buono, il matto, il cattivo sta a testimoniare la voglia di stupire sin dalle prime battute attraverso le mirabilie di un approccio che, senza mezzi termini, vuole entrare violentemente nei meccanismi del genere di riferimento per tinteggiarli di una coloritura esotica. Per questo il ritmo è subito incalzante mentre la narrazione prende un’andatura sostenuta che non abbandonerà mai sino al termine dell’opera. All’interno di questa giostra vorticosa, in cui i virtuosismi del regista emergono chiaramente e la sua capacità registica si innalza rispetto a tutto il resto, prende corpo una commistione tra la tradizione westerniana made in usa e quella artigianale dello "spaghetti" all’italiana. Il tutto condito con gli aromi tipici dell’action orientale fatto di sensazionalismo visivo e di maniacale cura della coreografia scenica. Il semplice scontro tra i tre personaggi principali diventa così il pretesto per mettere in scena un balletto di corpi, sia fisici che meccanici, in cui le dinamiche tipiche del genere comandano sin troppo sulla sceneggiatura. A lungo andare infatti la forza visiva del film di Jee-woon rinchiude in un angolo gli aspetti drammaturgici del conflitto raccontato per lasciare il campo ad un divertissement accattivante ma superficiale. La profondità dell’originale leoniano, a cui il film richiama non solo per il titolo, si perde così nelle lunghe scene di inseguimenti, sparatorie, scontri. Formalmente impeccabili ma sostanzialmente vuoti. Minuto dopo minuto, l’ipotesi di un affresco simile a quello del maestro italiano svanisce nella spettacolarizzazione eccessiva di una corsa all’oro di vecchio stampo, in cui i nostri tre protagonisti avanzano verso la meta “sgomitando” l’uno sull’altro ( e non solo) e cercando di conquistare la fatidica mappa che li guiderà a destinazione. L’esperimento di Kim Jee-woon, frequentatore di generi ed eclettico regista sudcoreano dalle ottime capacità registiche, è apprezzabile per il coraggio dimostrato nella traduzione orientale di uno dei generi più codificati e delicati del cinema. Ma se da un punto di vista estetico la sua opera può dirsi matura per una serie di fattori che ne costituiscono l’essenza come la messa in scena poderosa, la perfetta sintonia tra le parti (attori, scenografia e mdp), l’esemplare interazione tra movimenti di macchina sensazionali e un montaggio ottimamente calibrato; non altrettanto si può dire analizzando l’aspetto contenutistico. Troppo vuoto e scarnificato se si pensa alla struttura imponente che lo circonda, troppo poco determinante ai fini di una completezza soltanto sfiorata ma mai raggiunta. E il rammarico aumenta ulteriormente se si analizzano concretamente le potenzialità infinite di un progetto affascinante, grandioso, accattivante come questo. Un’opera che avrebbe segnato il passo, almeno nell’ambito di questo genere, e che avrebbe avuto ben altro impatto di quello ottenuto se solo si fosse approfondito il lavoro sui personaggi, sulle psicologie, sugli intrecci narrativi e si fosse creato uno spessore di fondo ben biù sostanzioso di quello prodotto.


CAST & CREDITS

(Joheunnom nabbeunnom isanghannom) Regia: Kim Jee-woon; sceneggiatura: Kim Jee-woon, Kim Min-suk; fotografia: Lee Mo-gae; montaggio: Nam Na-yeong; musiche: Dalparan, Jang Yeong-gyu; scenografia: XXX; costumi: Choi Eui-Yeong, Yu-Jin Gweon; interpreti: Song Kang-ho (Yoon Tae-goo / The Weird), Lee Byung-hun (Park Chang-yi / The Bad), Jung Woo-sung (Park Do-won / The Good); produzione: Barunson Co. Ltd., Grimm Pictures; distribuzione: Tucker Film; origine: Corea del sud; durata: 120’.


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