"Il Castello" al Teatro Due: un giovane Signor K.

"Il Castello" tratto da celebre romanzo di Franz Kafka Das Schloss è andato in scena Al Teatro Due, nella rassegna "Il viaggio nella drammaturgia contemporanea" per il progetto a cura di Roberta Azzarone “Cantieri contemporanei” con il patrocinio dell’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico.
Regista la giovane Francesca Caprioli, classe 1991, che si diverte attraverso una vecchia filastrocca per bambini ad evocare il tanto agognato luogo simbolo del potere accentratore:Regina reginella, quanti passi devo fare per arrivare al tuo castello? Il castello è quello delle delle canzoni popolari, il castello di sabbia, il castello di carte, il castello di Kafka. Che cosa c’è dietro queste torri? Perchè lo cerchiamo così avidamente? Un uomo che cerca disperatamente di capire le catene che lo legano ad un sistema che non comprende. Un sistema che lo guarda e non lo riguarda, che è fatto di immagini e non immagina, che produce segreti fatti di carta e uomini di ferro.
La regista ha strutturato la sua visione dell’opera tentando di sciogliere gli innumerevoli incastri del Castello kafkiano, senza però mai tradire lo stile frammentario del geniale scrittore praghese, e rimanendo fedele al testo letterario attraverso un buon adattamento teatrale.
Il signor K., emblema dell’uomo schiacciato e fagocitato dal Sistema statale burocratizzato è stato il primo potente soggetto letterario a parlare dell’alienazione sociale dell’uomo moderno attraverso i meccanismi perversi delle Istituzioni.
Cogliamo l’occasione per intervistare il protagonista, l’attore Flavio Francucci, classe 1987, romano e ex-allievo dell’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico" (così come la Caprioli).
Come hai capito che amavi il teatro? C’è un avvenimento che te lo ricorda? Cosa pensi degli attori dell’Accademia? Cosa suggerisci di prendere da altri tipi di formazione?
È una passione nata in modo classico: dalle recitine scolastiche alle elementari che hanno portato alla frequentazione dei laboratori pomeridiani "Piero Gabrielli" del teatro di Roma alle scuole medie e superiori (probabilmente la preparazione più completa che si possa pensare visto che si lavorava con i ragazzi disabili). L’istante in cui ho capito chiaramente di voler fare l’attore, è stato alla vista de "I 7 re di Roma" con Gigi Proietti, sono andato dalla Maestra di storia che ci aveva portato a vedere la videocassetta - parliamo della terza elementare - e le ho detto: io voglio fare quello che fa quel signore. Quello è stato quello il punto d’inizio chiave. Degli attori dell’Accademia penso che dovrebbero semplicemente prendersi un pò meno sul serio e dalle altre scuole, parlo più di quelle estere, in particolare delle francesi, prenderei il costante insegnamento che questo mestiere è un gioco, che va fatto seriamente nel modo più assoluto e alle cui regole bisogna attenersi ma è e resta un gioco, solo e soltanto gioco. Per fortuna nella mia classe ho trovato persone, specie nei ragazzi, che hanno sposato questo pensiero.
Come hai proceduto nello studio della parte di K? Un ruolo tanto complesso.
Il ruolo di K è stata una sfida più sotto l’aspetto della fiducia che Francesca ha avuto nei miei confronti, visto che in tre anni non abbiamo mai lavorato insieme. Io non credo molto nei ruoli difficili, ci possono essere quelli più divertenti, quelli più noiosi, quelli più conformi al carattere dell’attore e quelli completamente differenti, ma per il mio modo di vedere è la disponibilità che l’attore mette in gioco a fare la difficoltà, con questo voglio dire che tutti sono ruoli difficili da K. al Servo di scena, da Rugantino a Cooper di interstellar, ma se si è disposti a fare sul serio ciò che è previsto dal testo e dalle indicazioni registiche (quando entrambe sono utili ovviamente, poi ci sono registi e scrittori cani) allora le difficoltà sono limitate all’interpretazione. Tornando a K: questo personaggio nasce dallo studio approfondito del testo di Kafka e nell’idea che io e Francesca ci siamo fatti del personaggio e del testo in generale. Confortando aspetti comuni e aspetti differenti di valutazione abbiamo creato questo personaggio goffo con questo cappotto scuro, una forma del corpo particolare quasi fosse costantemente confuso nei suoi atteggiamenti, ma con l’idea costante di voler entrare a tutti i costi dentro il Castello. Anche il lavoro con i colleghi è stato senza dubbio fondamentale per la creazione del personaggio.
Cosa stai preparando ora?
Adesso mi trovo a far parte di un progetto del quale sono molto soddisfatto: "L’istruttoria" di Peter Weiss. Nel giorno della memoria, il 27 gennaio, va in scena la prima, poi ci saranno altre nove repliche nei successivi weekend. È la messa in scena delle testimonianze sia dei sopravvissuti ai lager sia delle guardie naziste, tratte dai processi che si tennero a Francoforte sul Meno tra il 1963 e il 1965. Molto suggestiva è stata la scelta del regista Roberto Marafante che ha deciso di far recitare gli attori nei vagoni dei treni esposti al museo ferroviario del quartiere romano di Ostiense: quindi il pubblico, ovviamente limitato alle sedute dei vagoni da museo, assisterà agli avvenimenti nello strettissimo corridoio del vagone stesso.
Con chi vorresti lavorare e perché.
Mi piacerebbe molto lavorare con registi cinematografici dai nomi roboanti come Tim Burton o Christopher Nolan. È un sogno che credo abbiano tutti gli attori anche se si rivela a pochi, perché pare sia impossibile ma io credo che sia il momento di trovare il modo di riuscirci. Noi abbiamo in Italia attori di qualità altissima anche tra i giovani oltre che tra i vecchi, potrei citare a dozzine ma finché nel nostro paese si rimane attaccati al mercato facendo lavorare cani e porci è ovvio che non riusciremo mai a tornare alla competitività di un tempo. Cioè se ancora lavorano persone come Luca Barbareschi e Manuela Arcuri, è ovvio che poi ci troviamo a dire che Brignano è tra i migliori attori che ci siano ora in Italia. Se si riuscisse a istruire il pubblico italiano alla qualità non avremmo nessun rivale al mondo.
Cosa vedi nel tuo futuro artistico?
Nel mio futuro artistico per ora non vedo nulla ma perché non voglio vedere nulla. Preferisco non crearmi aspettative. Io farò tutto il possibile per fare sempre di più e sempre nel miglior modo possibile. Ma è un momento storico complicato e non c’è molto spazio per l’impegno. Quindi io ci proverò: farò i corsi nelle scuole ai ragazzi e cercherò di insegnare loro quel poco che so e che accrescerò col tempo. Tra coloro con cui vorrei lavorare ho dimenticato di ricordare che vorrei lavorare con Proietti e per Proietti, cioè in scena con lui e diretto da lui. È il motivo per cui recito, lo devo a lui in realtà. Inoltre vorrei collaborare ancora con Massimo Popolizio perché mi ci trovo molto bene, avendoci già lavorato e poi perché lo ritengo tra i migliori se non il migliore nonostante si sia invecchiato anche lui.
