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Il Cineclub Detour ricorda Mario Monicelli

Pubblicato il 11 dicembre 2012 da Giammario Di Risio


Il Cineclub Detour ricorda Mario Monicelli

Si è conclusa domenica 9 dicembre, al Cineclub Detour di Roma, la quattro giorni di “Mario under ground”, rassegna in onore del regista Mario Monicelli. Molto spesso le retrospettive riguardo a artisti importanti passati a “miglior vita”, non sono altro che un insieme di titoli o di narrazioni di eventi che strumentalizzano la memoria dei suddetti presentando alla fruizione un’unica modalità: la proiezione del film di successo.

Non in questo caso. Grazie all’organizzazione e la competenza del critico cinematografico Daniele Lupi e la frizzante energia di Chiara Rapaccini, compagna di Monicelli, gli appassionati di cinema si sono potuti interfacciare con i contenuti del regista viareggino grazie a piccoli gioielli cinematografici sconosciuti al grande pubblico. La genesi delle serate ha avuto nel concetto di “spazio”, il quartiere Monti dove si trova il Cineclub, il suo collante granitico con l’esperienza di vita di Monicelli convergendo poi, nella visione delle proiezioni, in un elettrocardiogramma di suggestioni, riflessioni, confessioni e stupori.

Lo stupore è stato dato dalla capacità, e qui bisogna ringraziare l’ottima struttura creata da Lupi, di ri – conoscere l’occhio di un Monicelli albergante il mondo, e non solo il suolo italiano come la maggior parte della critica italiana non ha mancato di sottolineare. Monicelli è colui che ha saputo descrivere l’italiano medio in un paese irritante e fastidioso quanto affascinante.

Da questo punto sarebbe stato semplice fagocitare nuovamente i capolavori come La grande guerra o I soliti ignoti, ed invece gli spettatori hanno viaggiato in un immaginario che comprendeva come base di partenza il quartiere Monti, con il documentario Vicino al Colosseo c’è Monti, e come fermate una terra falcidiata dalla guerra, con il film collettivo Lettere dalla Palestina, un incontro surreale all’interno di un cimitero, con Intervista a Mario Monicelli del duo Ciprì – Maresco e un film di scarso successo girato nel 1979 da Monicelli in Belgio e Francia, dal titolo Temporale Rosy. Non è mancata poi la “tradizione”, con il documentario sui luoghi ospitanti il set de La grande guerra, con l’opera della giornalista Gloria De Antoni I sentieri della gloria, e la proiezione di Proibito.

Meglio sotto una duna nel deserto che sotto una lastra in Campidoglio; così esorcizzava la morte Monicelli e si raccomandava con i suoi amici di non avere grandi onori quando avrebbe salutato tutti, e che gli onori fossero di politici o cinefili (che detestava un po’) non faceva differenza; “Mario under ground”, titolo tirato fuori dal cilindro della Rapaccini, ha saputo raccontarlo rispettando questa modalità di pensiero di uomo rivoluzionario che aveva messo da parte le convenzioni.

Un Monicelli cremato e festante nelle acque di Viareggio, che in vita veniva soprannominato “battitore libero” dagli amici della radio “Onda Rossa”, presenti come ospiti alla rassegna. Un regista che ha cucinato la sua arte sempre mediante una dimensione “goliardico – surreale” ma che, attenzione, come ha giustamente fatto emergere questa rassegna con alcune riflessioni a margine delle proiezioni, ha sempre strutturato le sue opere mediante un grande rigore classico, che faceva da base ad ogni lavoro. Da qui la capacità di far slittare il genio di Totò dalla farsa al carattere, la bravura nel descrivere senza cali di tensione sia il gioco che la ruvidità espressa dall’italiano medio, e il continuo errare sui luoghi dell’esistenza con curiosità e abile originalità conoscendo le regole classiche del cinema.

Ed è in questa logica che la rassegna ha portato in dote un approfondimento esperienziale di alta qualità, avendo come nucleo centrale ciò che già si conosce di Monicelli e trasportando poi la riflessione su esempi nuovi, che fanno scoprire originali lati del personaggio.

In un mondo in cui l’informazione si esprime mediante innumerevoli piattaforme mediatiche contemporaneamente, il tirar fuori volta per volta, serata dopo serata, piccole brecce monicelliane, con le sue avventure, malefatte, provocazioni, ha concesso grande piacere agli spettatori. Quest’ultimi non hanno avuto bisogno, tornando all’introduzione, di estirpare dalla propria mente, una volta tornati a casa, un groviglio inestricabile di banalità e di cose che già si conoscono, ma, grazie a prove ed esempi “nuovi”, godere del piacere di sentirsi vicini alla sensibilità di un grande regista italiano.


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