IL COLORE DEL CRIMINE

L’incipit di un racconto dovrebbe servire a fissare le coordinate stilistiche e narrative dentro le quali la storia proseguirà, lasciando negli occhi e nella mente l’impressione forte di quella prima immagine che ha spiazzato, disturbato, conquistato.
Ciò vale in particolare in quei casi dove il racconto prevede un percorso di ricerca e di indagine di specifiche realtà sociali, come il quartiere degradato e periferico del New Jersey, chiamato Dempsey, dove prende il via il romanzo di Richard Price, di cui questo film è l’adattamento per il cinema: una donna bianca, inequivocabilmente Wasp, ricoperta di sangue e in stato di shock, che si presenta in ospedale per denunciare il furto della sua auto e il rapimento del figlio di quattro anni addormentato sul sedile posteriore.
Il nome di quella donna nella finzione è Brenda, ma è impossibile non riconoscere immediatamente nelle sue sembianze camaleontiche Julianne Moore, la più imprevedibile interprete del cinema americano dell’ultimo decennio, che qui propone con la solita precisione e incisività il suo stile in equilibrio tra commovente intensità e straniante isteria. Peraltro il personaggio di Brenda si fa vestire perfettamente dall’abito dell’ambiguità di una persona che si muove tra un passato oscuro (è una ex tossicomane) e il tentativo di ricostruzione (si impegna come insegnante nel doposcuola del ghetto) lasciando lo spazio al volto irregolare e segnato della Moore per diventare il caleidoscopio di tutti i conflitti, le contraddizioni e le fobie che attraversano i sobborghi multietnici. L’indiziato numero uno per aggressione e rapimento è infatti un uomo afroamericano e la focalizzazione del sentimento di paura e precarietà come espressione di una fragilità esistenziale e sociale, viene poi calata nel tessuto della complessa comunità di Dempsey, dove le risposte alle domande e alle angosce di neri e bianchi, entrambi abbandonati a un comune destino di miseria e marginalità, sono il razzismo e la violenza e l’africano è l’equivalente dell’uomo nero che continua a spaventare una società malata di infantilismo.
Ma se la Moore è in grado, in alcuni momenti, di toccare queste piaghe intime e scottanti del racconto, facendo diventare il suo corpo strumento evocativo a parte, e la semplice presenza di Samuel Jackson (l’ispettore chiamato a muoversi sul terreno fragile del reato a sfondo razziale) dà la giusta statura di razionalità e lucidità di chi deve dare ordine e logica agli eventi, la regia del mestierante Joe Roth rischia di azzerare l’incandescente materia che svicola sempre, trovando nel confronto Moore-Jackson la porta d’oro, il confine da oltrepassare per entrare nel territorio minaccioso di sentimenti radicali.
(Freedomland) Regia: Joe Roth; soggetto e sceneggiatura: Richard Price dal suo romanzo Freedomland; fotografia: Anastas N. Michos; montaggio: Nick Moore; musica: James Newton Howard; interpreti: Samuel L. Jackson (Lorenzo Council), Julianne Moore (Brenda Martin), Edie Falco (Karen Collucci), Ron Eldard (Danny Martin), William Forsythe (Boyle); produzione: Revolution Studios, Scott Rudin Productions; distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia; origine: U.S.A. 2006; durata: 116’; web info: sito ufficiale, sito italiano.
