Il Contagio

Roma, Colosseo Nuovo Teatro – Una serie di affreschi nel tentativo di raccontare quel desolato universo senza possibilità di riscatto che è la borgata di oggi. É questo Il Contagio, lavoro diretto da Nuccio Siano, tratto dall’omonimo romanzo di Walter Siti (Mondadori 2008).
Lo spettacolo vede coinvolti ben quattordici attori (tra cui lo stesso regista Siano, nel ruolo del singolare Professore), tutti presenti in scena per l’intera durata dello spettacolo, ben coordinati, convincenti nella loro interpretazione di un testo assolutamente non facile che richiede loro un considerevole dispendio di energie. Lo spettacolo, al limite tra messa in scena e lettura scenica, si caratterizza per un ritmo serrato che vede alternarsi momenti di toccante lirismo a momenti di cruda e pungente ironia. Il tutto sottolineato dalle coinvolgenti e suggestive note dei Radiohead che sembrano avere un ruolo preponderante nell’esito dell’allestimento.
Quella che emerge è una realtà del tutto priva di valori. La vita dei personaggi è ridotta a una semplice sopravvivenza per mezzo di facili espedienti che spesso vanno ben oltre la legalità e il rispetto dell’essere umano in quanto tale; i rapporti che si instaurano, lungi dall’essere sinceri e profondi, sono labili, basati sull’interesse o, peggio ancora, sul sospetto, sulla totale assenza di fiducia. Ciò che ne scaturisce è, quindi, la necessità di sopraffare il prossimo per non essere sopraffatti, di non mostrare la propria ‘debolezza’ nella vana speranza di non soccombere. La borgata come una giungla in cui solo il più furbo o il più spietato sarà a vincere. Ma vincere cosa? Non certo riscattarsi e cominciare una vita migliore ma semplicemente portare avanti una squallida esistenza.
Anime nere, anime dannate che scelgono di autocondannarsi e le cui soddisfazioni si riducono a pochi istanti di superficiale e apparente appagamento. Senza eccezione alcuna, tutte le vicende dei vari protagonisti che si vedono rappresentate testimoniano in modo diverso un progressivo ed inesorabile svuotamento di valori, che in un ambiente come la periferia romana, in questo caso, è esasperato dalla povertà ma che non risparmia assolutamente nessuna categoria sociale, e anzi, come più volte viene ribadito, ha proprio nel materialismo borghese la propria origine.
È questo, dunque, il contagio. Un virus subdolo e spietato che dilaga a qualsiasi livello sociale e che priva l’essere umano dell’aspetto più alto e nobile dell’esistenza - la poesia racchiusa nella bellezza delle semplici cose, della purezza delle emozioni sincere e spontanee, nei sentimenti disinteressati e incondizionati - per ridurlo ad un essere meschino asservito al dio denaro. Il risultato: nessuno si salva perchè nessuno ha qualcosa da salvare.
Lo spettacolo, dunque, se pure a tratti dà l’impressione di giungere a conclusioni leggermente semplicistiche (come si sa non esiste solo il bianco o nero, ma una serie infinita di sfumature), e tuttavia imposte probabilmente dall’immensa complessità del tema trattato, risulta, nel complesso, vibrante, carico di emozioni forti che attanagliano lo spettatore che viene colpito a fondo nelle proprie viscere (questo grazie anche alla fortissima carica espressiva degli interpreti), colto nel vivo delle proprie colpe, ed esce da teatro turbato e con qualcosa su cui riflettere. E, al di là di tutto, è questo ciò che conta.
Tratto da un romanzo di Walter Siti; Regia: Nuccio Siano; Interpreti: Tiziana Avarista, Marina Biondi, Michele Botrugno, Alessandra Costanzo, Riccardo Floris, Carmen Giardina, Fabio Gomiero, Mario Grossi, Anna Maria Loliva, Federica Marchettini, Isabella Martelli, Maurizio Palladino, Nuccio Siano, Maurizio Tesei; Luci: Luca Santini; Fonica: Davide Quatraro.
