X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



Il figlio dell’altra

Pubblicato il 14 marzo 2013 da Marco Di Cesare


Il figlio dell'altra

Un rimbaldiano ’Io è un altro’, indubbiamente e in modo esplicito, potrebbe essere la marcata sottolineatura sottesa a questo film diretto da Lorraine Lévy, cittadina francese di origine ebraica.
Rimbaud, perciò: il poeta nato ai confini col Belgio, lo scrittore di mondi mentalmente lontani e che in un mondo lontano (dalla letteratura) ha trovato il suo fine e la sua fine. Mentre la sua espressione dell’alterità dell’io ha rappresentato la condizione di un costante e continuo divenire.

Allo stesso modo, più umilmente, Il figlio dell’altra (presentato fuori concorso al 30° Torino Film Festival, quello del 2012) incarna i sé la dicotomia di esistenze tra loro distanti, eppure fisicamente vicine. Come quelle di Joseph e Yacine: il primo israeliano, l’altro palestinese; il secondo musulmano, l’altro ebreo. Entrambi nati il medesimo giorno, nel 1991, durante la Prima guerra del Golfo, in un ospedale sotto i bombardamenti nei territori occupati della Cisgiordania. Uno figlio di una dottoressa ebrea francese, Orith (Emmanuelle Devos), e del militare israeliano Alon Silberg; l’altro dei palestinesi Leïla e Saïd Al Bezaaz. Due neonati, scambiati nella culla. Solamente diciannove anni dopo le rispettive famiglie verranno messe al corrente dell’errore.

Provare a capire e comprendere l’altro: una sfida, certamente, nel dolore di sapere che si hanno due figli e non più uno. Ma cosa accade quando l’altro è l’io stesso e quando, vicendevolmente, un individuo diviene l’altro? Lo sradicamento del sé è indubbiamente una crisi della percezione che si ha di se stessi, una conoscenza costruita in particolare grazie all’intervento della società, la quale si basa su di un insieme di individui, tra loro affini e, in più, nel corso del tempo resi sempre più tali. Ma ad ogni crisi, ad ogni sbandamento dell’alveo delle sicurezze più o meno falsamente acquisite, può nascere il cambiamento, la capacità di vedere la realtà non più attraverso i soliti, oramai stanchi, occhi. Così assumono un aspetto fortemente funzionale al concetto espresso dalla regista le fattezze fisiche dei due protagonisti (Joseph, il palestinese, sembra il ’tipico’ ragazzo ebreo; Yacine, l’ebreo, invece ha i lineamenti da palestinese), come per volere confondere l’altrimenti semplice e antitetico rapporto che lega i due opposti termini di una dualità (leggasi ’razza’, nel caso specifico). Allo stesso modo vi è la presenza dell’alta, forse invalicabile, barriera di cemento che divide Israele e Palestina, monumento del e al Presente che può riportare alla memoria storica un qualsiasi ghetto come, anche, un Muro del Pianto. O, ancora, l’educazione religiosa ebraica che non può più andare bene per un palestinese nato ebreo ed educato come tale, ma che dovrà scegliere di essere riconvertito all’ebraismo per essere ebreo. Barriere, quindi, di ogni ordine e tipo, muri da abbattere al fine di poter cominciare a provare a parlare e a capirsi l’un l’altro.
Ma la comunicazione, affinché possa nascere senza anzitempo perire, ha bisogno di vivere in un territorio scevro da aprioristici, od oramai incancreniti, condizionamenti psico-culturali: necessita, quindi, di un territorio ’franco’. E, in Il figlio dell’altra, questo è raffigurato propriamente – nomen omen - dalla Francia: Parigi come città lontana dai conflitti, la Ville Lumière, la Città dei Lumi dove studia Yacine; il francese come lingua parlata in casa Silberg.
E però, in quell’altra dualità rappresentata da ogni coppia marito-moglie, saranno le due donne, le due madri ad avere il coraggio e la sensibilità, diversamente dai loro mariti, di non chiudersi di fronte alla nuova realtà, mantenendo aperto il canale della comunicazione.

È un film, Il figlio dell’altra, che si nutre della metaforizzazione cinematografica di una realtà politica, culturale e sociale, proponendo il superamento di quest’ultima per dirigersi verso una nuova e diversa realtà, la quale forse è già in fieri ma che viene qui proposta con occhi quasi da veggente. Gli occhi della giovinezza, tra l’altro, lo sguardo di chi ha il Futuro di fronte a sé.
Una pellicola, però, quella della Lévy, che a volte sembra fin troppo costruita, vera e propria messinscena a tratti semplicistica, continua figurativizzazione di una situazione politica e sociale, misto di dramma e commedia con un tocco non invadente di sentimento e di sensibilità del sentire che rendono più vivo e, quindi, leggero il messaggio, ma non così tanto da farci dimenticare che ci è stato comunque proposto un meccanismo troppo preciso e didascalico in taluni snodi per risultare fino in fondo interessante e completamente apprezzabile.


CAST & CREDITS

(Le fils de l’Autre); Regia: Lorraine Lévy; sceneggiatura: Nathalie Saugeon, Lorraine Lévy, Noam Fitoussi; fotografia: Emmanuel Soyer; montaggio: Sylvie Gadmer; musica: Dhafer Youssef; interpreti: Emmanuelle Devos (Orith Silberg), Pascal Elbé (Alon Silberg), Jules Sitruk (Joseph Silberg), Mehdi Dehbi (Yacine Al Bezaaz), Areen Omari (Leïla Al Bezaaz), Khalifa Natour (Saïd Al Bezaaz), Mahmood Shalabi (Bilal Al Bezaaz); produzione: Rapsodie Production, Cité Films, France 3 Cinéma, Madeleine Films, Solo Films, Orange Cinéma Séries, France Télévisions, Useful Production, Sofica Hoche Artois Images; distribuzione: Teodora Film, Spazio Cinema; origine: Francia, 2012; durata: 105’; web info: sito del distributore italiano.


Enregistrer au format PDF