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Il generale del diavolo (DVD)

Pubblicato il 22 marzo 2012 da Alessandro Izzi


Il generale del diavolo (DVD)

I film di guerra tedeschi dell’era di Adenauer sono oggetti spuri, ambigui, opachi.
Non elaborano un lutto, ma ci mettono sopra, dopo generose palate di terra patria, di heimatland, una grossa corona floreale di fiori tutti bianchi e tutti uguali.
Adenauer è chiaro nelle indicazioni all’industria del suo tempo: continuare. Neanche a dire il gattopardiano “che qualcosa cambi perché tutto resti com’è”, ma, piuttosto, “ogni cosa al suo posto", quasi niente fosse realmente successo.
Così, sotto il suo sguardo benevolo ed assolutorio, i generi proseguono la loro corsa al nulla, quella stessa che Goebbles aveva imposto per un pubblico che doveva poco pensare e molto svagarsi. In questo modo tra un Heimatfilm e una Pincipessa Sissi (il più grande successo nazionale del tempo) poteva certo capitare di vedere un film raccontare il conflitto più recente, approfittando magari delle rovine pre ricostruzione, ma solo dopo essersi premuniti di gettare sulla ferita quanto più anestetico possibile.
Il cinema di guerra tedesco dell’epoca di Adenauer, che qualche volta non è neanche brutto, frutto del lavoro di abili maestranze passate indenni da un governo all’altro, è un’anestesia prima dell’estrazione del dente. Terribilmente attento a dare le giuste colpe ai giusti colpevoli, lavando le mani di molti nel sangue di pochi.
“Tutta colpa di Hitler” ci si dice senza troppi mezzi termini e senza troppe discussioni, “di Hitler e di una manciata di seguaci ottenebrati dalla propaganda”. Il resto è un mondo di massaie che pensavano solo ai figli lontani in guerra, di fidanzate afflitte dal dolore della separazione, di proprietari d’industria attenti a far sì che le fabbriche, riconvertite ad uso bellico, non chiudessero sotto le morse fameliche dei creditori.
Il generale del diavolo insinua il dubbio sin nel tempio delle SS. Nell’esercito c’era , sì, qualche fanatico legato al verbo nazista e alle sue derive ideologiche, ma il grosso era tutto composto di buoni padri di famiglia che sognavano solo la fine di una guerra che nessuno aveva voluto veramente. Neanche nelle prime fasi, quando la Germania sembrava essere diventata un asso pigliatutto pronto a metter bandiera su ogni palazzo del governo.
In questa nazione sbandata, composta di eroi all’occorrenza che il tempo inclemente avrebbe presto dimenticato, c’è anche il protagonista del film, pronto al suicidio pur di salvare i buoni soldati da aerei difettosi, certamente sabotati.
Non si era appresa la lezione brechtiana che recitava “sfortunata la nazione che ha bisogno di eroi”, il cinema di guerra dell’era di Adenauer è ancora disperatamente affamato di glorie da riscoprire. Anche se non le cerca tanto nelle file dell’esercito, ma se le va a trovare tra la gente comune, tra quella che s’era caricata sulle spalle il peso di un conflitto e lo portava in giro per puro spirito di orgoglio nazionale.
Essere tedeschi, in fondo, è anche questo: prendere una missione e portarla avanti malgrado tutto. E la domanda diventa: di chi è la colpa se la missione imposta fu delle più nefande?
Käutner, regista abile nel costruire scene epiche, meno a suo agio nel romanzo amoroso, mette tutto se stesso nella descrizione di un eroe burbero, a tratti buontempone. Uno che, mancandogli ogni altra occasione, dimostra il suo disappunto per le scelte del governo con un’ironia di grana grossa che si ferma sempre ad un passo dal fargli perdere il suo posto nell’esercito. C’è opportunismo anche in questo, ma il regista non lo vede, lo brucia tutto nell’eroico atto finale che isola un pezzo di buono nel generale putridume.
Frattanto la svastica è diventata poco più un oggetto d’arredo e del sangue sparso nel resto d’Europa il tedesco medio ha appena un sentore, un sentito dire che lascia le generazioni successive con l’amaro in bocca.
Resta alla fine il dubbio su cosa avrebbe fatto Fritz Lang, chiamato, ma (guard un po’!) troppo tardi a realizzare il film, con siffatto materiale. Ma in fondo, di questo anonimato di gran classe, prono a rileggere la Storia in chiave intimista e lontana da ogni responsabilità, ce n’è anche nel suo splendido capolavoro Die 1000 Augen des Dr. Mabuse.

La qualità audio-video

Considerando l’età della pellicola, il riversamento in digitale ci pare aver avverato dei piccoli miracoli nella restituzione di un film che è opportuno vedere soprattutto come documento di un’epoca di rimozioni. Il bianco e nero, nitido e abbastanza profondo, sta bene su disco anche se i neri netti dell’espressionismo ormai lontano lasciano il campo ad un grigio indistinto che lo vedi anche di notte. Corretta l’aspect ratio.
Filologiche le due tracce audio, abbastanza pulite da fruscii e scricchiolii ovvi segni dell’età. Nel complesso una buona edizione.

Extra

Un trailer, ed una gallery piccola piccola. Ma è il recupero del film e la sua proposta sul mercato a bastare.


(Des Teufels General); Regia: Helmut Käutner; interpreti: Curd Jürgens, Marianne Koch, Viktor de Kowa, Karl John; distribuzione dvd: Koch Media.
formato video: 1.33:1 (4/3); audio: Italiano e tedesco Dolby digital 2.0; sottotitoli: italiano

Extra: 1) Trailer 2) Gallery


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