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Il grande Flebowsky

Pubblicato il 3 giugno 2014 da Monia Manzo


Il grande Flebowsky

L’ultimo spettacolo che vede protagonista Nicola Pistoia è tratto dal libro Storie di ordinaria corsia di Fabrizio Blini, una base piuttosto sicura, in quanto a successo, su cui è stato operato un ottimo adattamento teatrale.
La storia del nostro Flebowsky oltre a far riflettere è a dir poco divertente, senza mai essere ripetitiva oppure scadere nella banalità delle solite battute del teatro/cabaret contemporaneo.
Il tema centrale è quello della vita all’interno di un ospedale italiano, senza nessuna intenzione di volerne criticare il funzionamento, ma piuttosto con l’intento di approfondire un aspetto che definiremmo sociologico, senonché antropologico.
L’eccellente Pistoia, una macchina da guerra del teatro, ci ha offerto divertentissime descrizioni e metafore, percorrendo tutti i livelli professionali e le diverse tipologie di malati e donandoci una panoramica "spaventosamente" comica.
Le allusioni al decadimento, gli stereotipi dei ruoli e il senso di precarietà, insediatisi da decenni nelle nostre strutture ospedaliere, si trasformano man mano che lo spettacolo va avanti, sempre più in assiomi e in concetti indiscutibili.
Il medico diventa così una rarità, se inteso come colui al quale affidare la nostra vita senza temerne la poca esperienza, la non professionalità oppure in alcuni casi si evince che una sua scarsa presenza nell’ospedale è causata da una carriera ingombrante, che lo fa sembrare quasi una star agli occhi dei pazienti o dello stuolo dei dottori che lo circondano.
I personaggi più grotteschi e al pubblico più simpatici risultano però essere gli ausiliari e gli infermieri, un mondo intermedio, un purgatorio al contrario, che divide il mondo infernale dei pazienti da quello dorato dei medici.
Allora la caposala ci appare come una nazi-tenente, intenta a tenere unita la corsia, la suora invece un essere ermafrodito, forse asessuato, quasi a voler ricordare che in un ospedale si respira già aria di pseudo-santità, infine il portantino perfetto nelle sue espressioni del romanesco più verace, non raro da sentire risuonare nei corridoi dei nostri ospedali capitolini.
In questa Babele ospedaliera la vita si muove con dei ritmi differenti dal mondo esterno e tutto appare trasfigurato dall’occhio del paziente Flebowsky, finalmente giunto al giorno dell’operazione chirurgica. Il ritorno a casa sembra quello di un sopravvissuto alla peste manzoniana e l’ambiente domestico un rifugio di cui andare fieri, perché non è scontato che nella nostra esistenza si possa sempre godere delle piccole gioie quotidiane, soprattutto se si passa per una corsia dell’ospedale italiano.


(Il grande Flebosky); Regia: Gigi Piola; drammaturgia: Fabrizio Blini; interpreti: Nicola Pistoia, Ketty Rosselli, Armando Puccio.


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