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Il libro della giungla

Pubblicato il 13 aprile 2016 da Veronica Flora
VOTO:


Il libro della giungla

Se c’è una cosa che quelli della Disney hanno sempre saputo fare, almeno fino ad oggi, è rendere accettabili, tra i personaggi, le differenze anche quando storicamente impossibile (l’amicizia tra volpe e coniglio del recente Zootropolis ad esempio); e fare di questo, al grido di “l’unione fa la forza”, il valore aggiunto dei loro film. Sappiamo di essere in una giungla, sappiamo di essere circondati da animali feroci dotati di zampe, zanne, proboscidi e becchi acuminati. Sappiamo di essere in pericolo perché una tigre vendicativa vuole divorarci e la nostra famiglia crede sia giusto per noi metterci sulla strada di casa. Ma quale casa, se non conosciamo nessun’altro posto al di là della giungla stessa? Bene, nella versione cinematografica, classe 1967, de “Il libro della giungla”, la straordinaria, seppur talora inquietante, atmosfera dell’originale storia narrata da Kipling lascia il posto a una altrettanto indimenticabile messa in scena che strizza l’occhio alle famiglie (come desiderava il vecchio zio Walt) ma anche a una visione delle cose dentro la quale si comincia a respirare il vento di rivoluzione che stava e avrebbe attraversato, e in parte cambiato, l’America e il mondo. In particolare nello spirito di Baloo, elemento destabilizzante del duo di angeli custodi che accompagna il protagonista nel viaggio iniziatico, esce fuori, non senza la giusta dose di pungente ironia ma in controtendenza con il modello americano del too big, too much, quello spirito di riscoperta hippie di valori quali la semplicità, la libertà e la pace, anche a costo di un po’ di sano fancazzismo, di cui “Lo stretto indispensabile” è perfetta sintesi.
Mowgli è un ragazzino in un mondo di animali feroci, eppure l’antropomorfizzazione dei tratti di Bagheera, Baloo e co. e l’ironia con cui i cattivi di turno vengono tratteggiati, graficamente quanto psicologicamente, restituisce un universo di personaggi che potremmo definire “uguali nei diritti e nei doveri” e in cui l’essenza del racconto sul coming of age trova il suo compimento nella comprensione che la ricerca di sé passa soprattutto attraverso la conoscenza e il rispetto delle differenze degli altri.
Nella versione di Jon (Favreau), invece, le dimensioni contano (anche se poi, come vedremo, non sono tutto). Nel nuovissimo film live action targato Disney, ora nelle sale di tutto il mondo, la disparità tra il fisichetto smilzo di Mowgli da un lato e l’enormità del volto squadrato di Bagheera, delle chiappe di Baloo e delle braccia di King Louie dall’altro ci parlano di una visione deformata, nuovamente e diversamente inquietante della natura. Una visione che ricorda l’artificiale maestosità e incombenza della prospettiva verticale delle metropoli americane e le bestie più o meno fantastiche (lucertoloni, gorilla giganti ecc.) che ne popolano l’immaginario cinematografico fantastico. Ma si tratta di un’inquietudine ancora diversa, forse più superficiale, rispetto a quella evocata da Kipling. Nell’autore britannico le vicende di Mowgli si muovono in una realtà che, nonostante le fattezze animali, funziona secondo meccanismi sociali simili a quelli umani, e il percorso di Mowgli lo porta a comprendere come relazionarsi in maniera “civile” con gli altri nel suo ambiente originario, la giungla, in mezzo ad amici e nemici, prima ancora che rispetto agli uomini. L’aspetto più incomprensibile e pericoloso risiede invece nell’animo umano quando è pervaso dall’avidità e accecato dall’idolatria. Questo aspetto, completamente assente nell’originale Disney, viene riassunto sbrigativamente nel film di Favreau con la scena del grande falò nel villaggio, simbolo di aggregazione, ma anche - la percezione è in certi movimenti delle ombre - di vanità. Inoltre il regista sceglie di chiudere il film con il ritorno del protagonista nel branco dei lupi (privando la storia dell’importante elemento di crescita del protagonista legato all’infatuazione primaverile per una bella ragazza del villaggio degli uomini che lo porterà in un successivo momento ad abbandonare la giungla).
Insomma Favreau, grazie alla perfezione tecnica del 3D ci offre uno spettacolo affascinante di plasticità e illusoria tangibilità dei personaggi e delle architetture naturali e non che fanno da sfondo; ha gioco facile a puntare tutto sull’effetto mostruoso e familiare dei personaggi: li si vorrebbe accarezzare, cavalcare ma quelle dimensioni alterate intimoriscono. Nella sua messa in scena da film d’azione non trovano assolutamente spazio adeguato i poetici momenti musicali tanto importanti nella versione del ’67 e il gioco del c’è non c’è su personaggi (colonnello Hathi, gli avvoltoi) e momenti che generazioni di bambini conoscono a memoria produce a tratti un senso di mancanza (o di eccessiva e inutile dilatazione, come nella scena della ricerca del miele di Baloo). Eppure i bambini inevitabilmente lo ameranno e succederà forse quello che è successo a me. Dopo aver chiesto a mio figlio quale delle due versioni preferisse, e sentendomi rispondere un “secondo te?” che non lasciava adito ad altre interpretazioni, mi sono profusa in un nostalgico “ti ricordi” di tutti i momenti più belli del cd sullo scaffale del televisore, logoro per le innumerevoli visioni degli ultimi cinque anni (lo spettatore in questione ne ha 7). Tutto per sentirmi rispondere con tono sconfortato “A ma’, tu non lo capisci proprio il 3D!”


CAST & CREDITS

(The Jungle Book); Regia: Jon Favreau; sceneggiatura: Justin Marks; fotografia: Bill Pope; montaggio: Mark Livolsi; musica: John Debney; interpreti: Bill Murray (Baloo), Ben Kingsley (Bagheera), Idris Elba (Shere Khan), Christopher Walken (Re Louie), Scarlett Johansson (Kaa), Lupita Nyong’o (Raksha); produzione: Fairview Entertainment, Walt Disney Pictures; distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures; origine: Stati Uniti d’America, 2016; durata: 96’


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