Le Molière imaginaire o la malattia del teatro

"Il malato immaginario" andato in scena al Teatro Vascello rappresenta un delicato omaggio a Molière e con lui a tutti gli attori che hanno rappresentato la storia della tradizione teatrale: alle loro travagliate vite, alla loro difficoltà di essere riconosciuti artisti nella reale accezione del termine, alla loro completa dedizione all’arte, molto spesso intrecciata all’esistenza senza poter chiaramente distinguere le due cose. In questa pièce del grande drammaturgo e attore francese, la vita e il teatro si uniscono e nella loro sovrapposizione si sublimano l’un l’altro con una forza e intensità che rimangono visibili nel tempo, senza mai spegnersi. Il concetto moleriano di teatro è ciò che Teresa Ludovico ha ribadito con fermezza attraverso la regia del "Il malato immaginario o la malattia del teatro", grazie ad un adattamento gioioso e con degli spunti chiaramente mutuati dalla commedia dell’Arte e quindi dall’altra grande tradizione teatrale europea, precedente a quella del teatro francese di Molière, la quale la supererà senza però cancellarla. È in questa unione tra elementi provenienti da letture differenti, ma non inconciliabili, che lo spettacolo viene portato in scena. Appare così un malato brontolone accudito da una serva petulante e ficcanaso, insolente e fedele come sapevano essere certe nostre donne, un po’ zie un po’ comari, una figlia dolce e generosa, una moglie malefica, un fratello consigliere, un giovane innamorato e medici, tanti medici che millantano crediti, maschere che si muovono (all’interno di una scenografia molto funzionale, costruita su un impianto piramidale a più fessure) e che simboleggiano le acredini, gli screzi e la cattiveria umana nel quotidiano delle nostre vite. In tutto questo via vai di personaggi il malato Argante, rappresenta il desiderio di estranearsi dalla realtà: "per lui vivere è essere malati"! La malattia o l’immaginarsi malato celano solo uno sconfinata bisogno di rifuggire dalla normale esistenza e umana e immergersi invece nel mistero, nella possibilità di essere eterei, non appartenenti al reale.
La malattia come bisogno di non esistere, di addormentarsi, finché tutta la vita sia risucchiata da quel nulla che aspira all’eternità.
Come accenna la regista dello spettacolo solo la malattia può salvare dalla disperazione del vivere e permettere di potersi barricare dietro le formule dotte di sedicenti medici. In questo meccanismo perverso di patologie immaginarie, evocazioni delle fobie umane, il dialogo di Argante con altri personaggi è solo formale; in verità egli comunica solo attraverso un immenso monologo.
Nella sua solitudine viene compreso secondo l’interpretazione registica solo dallo stesso Molière, che infatti viene citato in scena, rompendo il limes tra teatro e realtà e inglobando la forte personalità dell’autore nello spettacolo, che non a caso lo rappresenta profondamente. Argante/Molière sono legati da un fil ruoge che è la separazione dalla brutalità dell’esistenza, amano entrambi rifugiarsi in un mondo patologicamente protettivo che potrebbe essere riassunto nella malattia/teatro.
(Le Molière immaginarie o la malattia del teatro) Regia: Teresa Ludovico; drammaturgia: Molière; adattamento e riscrittura: Teresa Ludovico; arrangiamenti musicali: Michele Di Lallo; Spazio e luci: Vincent Longuemare; assistente alla drammaturgia: Loreta Guario; interpreti: Augusto Masiello, Marco Manchisi, Ilaria Cangialosi, Cristina Mileti, Paolo Summaria, Michele Cipriani, Daniele Larsosa; costumi: Luigi Spezzacatene; musiche: Nino Rota; produzione: Teatro Kismet, Opera di Bari.
