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Il malinteso

Pubblicato il 24 marzo 2008 da Giovanna Vincenti


Il malinteso

Roma, Teatro Eliseo – Prima opera teatrale del premio Nobel Albert Camus, scritta nel ‘43, Il malinteso resta, purtroppo, un testo inspiegabilmente poco frequentato, nonostante la sua dirompente potenza drammaturgica dovuta alla fitta rete di simboli e richiami filosofici che si cela dietro uno stile semplice ed immediato. Tragico affresco di un mondo senza dio, di un’umanità sofferente e sola, unica vera responsabile del proprio destino, quest’opera, ispirata da un fatto di cronaca del ’35, narra di una madre ed una figlia che per errore – ‘il malinteso’, appunto - uccidono il figlio-fratello che fa ritorno da loro dopo vent’anni. Le due donne portano avanti, ormai da anni, un progetto ben definito: degli omicidi seriali – le loro vittime sono esclusivamente uomini ricchi e soli – come unica possibilità per riscattarsi da un’esistenza grigia ed insignificante in uno sperduto paesino dell’Europa centrale. L’altrui morte diviene la premessa indispensabile per la propria realizzazione, proprio come nel caso di un altro celebre sventurato assassino, protagonista di Delitto e Castigo; ma, a differenza di Raskolnikov, in questo caso non vi è traccia di alcuna aspirazione superomistica: per le due donne conta solo la speranza – vana – di ritagliarsi un piccolo angolo di felicità, un’esistenza tranquilla in riva al mare. Né, tanto meno, sopraggiunge in loro il delirio dettato dal senso di colpa, sentimento inconcepibile in un mondo in cui la giustizia si riduce esclusivamente ad un termine privo di senso. Le due complici, fredde e controllate, portano avanti il loro piano senza alcun intoppo, come se si trattasse di un gioco perverso, tanto che la figlia dà addirittura l’impressione di trarne un vero e proprio piacere sessuale. Solo alla vigilia dell’ultimo, infausto delitto la madre comincerà ad accusare un senso di stanchezza, attribuibile all’età ma che potrebbe suonare quasi come un triste presagio della tragedia che sta per compiersi; mentre la figlia fino all’ultimo rimarrà fedele al suo obiettivo e il suo cedimento avverrà solo quando le sarà chiaro che la complicità era l’unico legame possibile con la madre.

Carriglio mette in scena questa ‘tragedia moderna’ (come amava definirla lo stesso autore) intrappolando i sinistri personaggi in una scenografia scarna ed essenziale – poche linee tratteggiano sullo sfondo il corridoio della locanda – . Si scorge l’intenzione di esasperare l’atmosfera satura e soffocante che contraddistingue l’intero dramma attraverso un’interpretazione estremamente lenta, statica, alienata. Madre e figlia interagiscono in maniera fredda e innaturale e la loro comunicazione verbale è quasi sempre sottolineata da una gestualità marcata e solenne. L’unica eccezione è rappresentata dal ‘figliol prodigo’, Jan (Luca Lazzareschi) che, in qualità di elemento sostanzialmente estraneo a quella sordida realtà, si presenta come un personaggio che oscilla tra slanci di ingenuo ottimismo e espressioni di più che comprensibile disagio; ed è anche grazie a lui che, per contrasto, la disumanità e l’automatismo delle due protagoniste risalta ancora di più. Risultano, dunque, più che palesi e fedeli alla natura del testo le scelte registiche e interpretative ma, sebbene ci si avvalga di due attrici del calibro di Giuliana Lojodice, attrice di indiscusso e raro talento, e Galatea Ranzi, forte della sua formazione ronconiana, lo spettacolo porta sì a riflettere ma difficilmente appassiona. O forse il cinismo e l’esasperato autocontrollo delle protagoniste tacitamente contagia finanche la platea e l’assenza di forti emozioni si può ricondurre ad una più o meno conscia complicità…


Autore: Albert Camus; Traduzione: Vito Pandolfi; Interpreti: Giuliana Lojodice, Galatea Ranzi, Luca Lazzareschi, Valentina Bardi;Scene e costumi: Pietro Carriglio; Luci: Gigi Saccomandi; Musiche: Matteo D’Amico; Regia: Pietro Carriglio; Produzione: Teatro Biondo Stabile di Palermo.


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