IL NUOVO TEATRO DI JEAN PAUL DENIZON: DA PARIGI ALL’EUROPA.

Nello scenario teatrale italiano, diviso tra un teatro borghese vincolato a dei canoni drammaturgici obsoleti ed un teatro “off” tendenzialmente autoreferenziale, poco accessibile al grande pubblico, brillano delle personalità: una di queste è senza dubbio Jean Paul Denizon. Nato e cresciuto a Parigi, frequenta dal 1974 al ‘76 il Conservatorio d’Arte Drammatica e nel 1979 incontra il più grande regista teatrale del nostro tempo: Peter Brook. Negli anni successivi Denizon lavora egregiamente sia come attore che come aiuto-regista del maestro, fino a sostituirlo nella regia di una produzione molto importante nel ’94 come Carmen, che va in scena al Lincoln Center di New York. Dal ‘93 al ‘95 è il direttore artistico del Giovane Teatro Europeo del Lussemburgo e nel 2000 mette in scena Salto mortale di cui è anche autore a Ingolstadt, aggiudicandosi il premio del Pubblico e della Giuria al Festival bavarese. La sua produzione artistica, ormai di chiara fama internazionale, si manifesta anche in Italia: nel 1992 mette in scena il testo kafkiano Una scimmia all’Accademia, con la preziosa presenza di un attore di grande portata e genio come Roberto Herlitzka. Da quel momento Denizon non rinuncia più all’Italia, al nostro teatro, caratterizzato da vizi e virtù sconosciuti al sistema francese. Lo abbiamo incontrato in una fredda mattinata parigina, nel suo quartiere “Belleville”, un delizioso sfilare di case su di una scoscesa collina. È un uomo dai profondi occhi verdi e dalla calma serafica, che sorridente mi racconta la sua esperienza italiana e come gli studenti abbiano risposto al suo metodo d’insegnamento: semplicemente lo adorano. Senza farci suggestionare, conoscevamo già le doti didattiche del maestro: gran parte del suo metodo rappresenta una possibile soluzione all’incapacità dell’attore italiano di relazionarsi in maniera naturale con il proprio corpo, senza essere vittima di cliché e di grossolane interpretazioni dei metodi:
L’espressione in scena dovrebbe essere il risultato dell’equilibrio tra il nostro universo mentale, il nostro mondo affettivo e il nostro corpo, nel rapporto con gli altri. E’questo equilibrio che dà un senso alle parole, ai gesti, alle emozioni.
Nella vita è facile perché questo equilibrio “si fa” da solo, la nostra coscienza non ha bisogno di intervenire: ad ogni posizione del nostro corpo corrisponde uno “stato d’animo”, e per ogni nostro “stato d’animo” il nostro corpo si piega sempre in perfetta adeguazione con il pensiero e il cuore, in maniera viva, diretta, sia che siamo a nostro agio o che non lo siamo.
Denizon fonda il suo modo di portare in scena l’attore sul concetto basilare che si debba creare un’armonia tra corpo, anima e sentimento, senza ricorrere a metodi che imprigionino la performance attoriale all’interno di artificiosi metodi interpretativi. L’equilibrio auspicato si raggiunge solo attraverso una continuo sperimentazioni dell’attore nel mettere in relazione il corpo, il pensiero e il cuore, con lo scopo di poter comprendere le loro interazioni, i rapporti, i limiti e la ricchezza, la varietà d’espressione che derivano dalla loro fusione.
