Il padre d’Italia

Il cinema italiano sta cambiando. E una volta tanto, si può dirlo: in meglio. Accanto alle immarcescibili commedie per trenta-quarantenni fighetti in crisi per età e per corna – senza contare i nuovi cinepanettoni, affidati a comici televisivi di sicuro richiamo, per riempire le sale di quel pubblico che al cinema ci va solo a Natale – spuntano meno rari di prima prodotti la cui onestà intellettuale e sincerità di ispirazione sono talmente evidenti che il pubblico, magari non numeroso come quello dei blockbuster americani, decide ugualmente di premiarli. Dopo Spaghetti Story di Ciro De Caro, uscito in sordina nel 2013 in pochissime sale e subito sostenuto da un convinto passaparola, e Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti – per citare solo due tappe, però indicative della nuova aria che tira sugli schermi tricolori – ecco una novità capace di coinvolgere e commuovere, divertendo e inducendo a riflessioni coraggiose e inedite su temi di stretta, anzi strettissima attualità e urgenza, un pubblico potenzialmente numeroso che al cinema non aspetta altro che ritrovare se stesso, in un contesto di “paese reale” lontano anni luce da quello cartonato e finto che ormai pare, per fortuna, definitivamente trasmigrato nelle fiction televisive: Il padre d’Italia, di quel Fabio Mollo che, già autore di un buon esordio (Il Sud è niente del 2013), provenendo da un Meridione poco battuto dal cinema nazionale come la Calabria, può permettersi di muoversi con agio senza doversi scrollare di dosso il ciarpame dei luoghi comuni regolarmente affibbiati, nelle commedie di qualche tempo fa, a napoletani, siciliani e pugliesi di stampo zaloniano. Attenzione: non si sta parlando di un capolavoro, né di un film esente da difetti. Ma Il padre d’Italia è un’opera seconda, e non sono molte le opere seconde in cui un giovane regista dimostri di saper gestire più elevate ambizioni, e mettere ulteriormente a fuoco una propria idea di cinema senza trascurare il gusto ormai più maturo del pubblico. Difetti, si diceva: Il padre d’Italia ne ha, e parecchi, che sono poi quelli riscontrabili in tanti, troppi film italiani degli ultimi quindici-vent’anni, che tuttavia non potevano vantare l’audacia, la mano sicura e la verve sanguigna del film di Mollo. Che ci fanno a Torino due personaggi che parlano con spiccata dizione romanesca? E quando ne spunta un terzo, il fidanzato di uno dei due, come mai anche lui ostenta un marcato accento capitolino? Si potrebbe continuare elencando una serie di consequenzialità incongrue che legano gli eventi in modo poco fluido e ai limiti del credibile, qualche prevedibile banalità (il gay che va a letto con la “bella tutta matta” incontrata, senza che mai se ne conosca la ragione, in un’improbabilissima darkroom omosex) e il déjà-vu di Luca Marinelli che canta Loredana Berté… Ma sarebbe come voler evidenziare per forza errori e pulci, con la matita blu di una maestrina pedante e antipatica. La forza, l’irruenza anche un po’ scomoda di questa stramba love story on the road, dipanata lungo l’intero arco della penisola, dalle Alpi torinesi fin giù allo Stretto di Messina, sta proprio nell’assunto politicamente non proprio corretto di rivendicare la sacrosanta determinazione di un omosessuale maschio a non adeguarsi alla filosofia e alle attitudini del “mondo gay” (cui il Paolo del film sembra, se non totalmente, parzialmente estraneo), dunque di non desiderare affatto di essere “come” chi può sposarsi e avere dei figli (la Natura, Regina e Madre di tutti noi ha stabilito diversamente, e nel film si fa un esplicito riferimento a un del tutto nuovo concetto di “contronatura”), ma di non sottrarsi al destino che può farti ritrovare in una situazione per la quale non eri predisposto (o programmato), e riscoprirti calato perfettamente in un ruolo, in questo caso quello di padre, che invece di inserirti in un ambito di regole e doveri sociali come un qualsiasi tipo di matrimonio imporrebbe, fornisce finalmente una chiave di libertà e di fuga dalla solitudine e dall’incertezza del futuro in cui rischiavi di barcamenarti fino all’arrivo dell’età d’argento. Scusate se è poco, per un film realizzato in uno dei periodi di maggior confusione tra omologato buonismo e caparbia retroguardia in fatto di diritti e doveri dei cittadini di questo paese nostro. Paese nostro che finalmente, cosa di cui il cinema italiano si era in buona parte dimenticato, un film non d’autore ma “per tutti” torna a raccontare senza stereotipi e scappatoie facili facili, specie nell’ultima parte, quando il regista, la sua troupe e la sua coppia di attori scendono in quel Sud dove Mollo, che è calabrese, è di casa, e ne sa illustrare con garbo e affezione gli umori, i colori, e le pieghe dell’anima. E’ in questa sezione de Il Padre d’Italia che si intrufola tra il magnifico duo dei protagonisti (Isabella Ragonese ormai corpo di carne e di fuoco che accende lo schermo con i suoi grandi occhi e la sua più che spontanea naturalità animale, e Luca Marinelli, praticamente il più grande attore italiano vivente) il bellissimo personaggio della madre, interpretato con vibrante e contenuto verismo dalla sorprendente Anna Ferruzzo, volto italiano di intensità destinata a restare a lungo nella memoria. Infine, lo sguardo scrutatore di Fabio Mollo, che si innamora di tutto ciò che guarda, con la voglia di restituirlo in tutta la sua verità “italiana”, senza giudicare né lanciare proclami ed editti, o prendere posizioni contro qualcosa o qualcuno, con l’unico intento di immergere tutto e tutti in un’immensa e torrenziale ondata di tenerezza, italiana anche quella, quindi dosata sapientemente perché non stucchi.
(Il padre d’Italia); Regia: Fabio Mollo; sceneggiatura: Fabio Mollo, Josella Porto; fotografia: Daria D’Antonio; montaggio: Filippo Montemurro; musica: Giorgio Giampà; interpreti: Luca Marinelli, Isabella Ragonese, Anna Ferruzzo, Mario Sgueglia; produzione: Donatella Botti, Bianca con Rai Cinema; distribuzione: Good Films; origine: Italia, 2017; durata: 93’
