Il prezzo della libertà

Il prezzo della libertà è un film del 1999 che, bloccato dalla miope distribuzione italiana per la sua particolarità strutturale (è un vero e proprio Giano bifronte a metà strada tra il musical tout court e il film in costume), viene rilanciato oggi in sala per sfruttare l’onda lunga del successo (non eccessivo, ad essere sinceri) di Chicago. Quella che abbiamo di fronte, si rivela, però, una pellicola sinistramente profetica e decisamente più scomoda del musical trionfatore alla notte degli Oscar perché, nel suo affermare a chiare lettere il tema della libertà dell’artista di esprimere le proprie convinzioni politiche anche nei momenti storicamente più cruciali e nella sua volontà di affrontanre di petto la situazione americana nei pieni anni del maccartismo, finisce, inequivocabilmente, per gettare una luce sinistra anche sui più recenti accadimenti della vita culturale americana dell’era Bush. Una considerazione, questa, da brivido, dal momento che l’opera in questione è in tutto e per tutto figlia della democratica temperie della presidenza Clinton quando ancora l’11 settembre e le Guerre in Afganistan ed in Iraq erano di là a venire. Siamo nel 1936, nel pieno di quel breve interludio che sapara la fine del New Deal di Roosevelt dall’inizio della “pulizia culturale” promossa dal senatore MacCarthy volta all’eliminazione di qualsiasi autore potesse odorare anche solo lontanamente di idee comuniste, si celebrano i fasti del comitato per la soppressione delle attività anti americane. Centro nodale della narrazione è la messa in scena di Craddle will rock, un musical politico fortemente voluto da un giovane Orson Welles, un vero e proprio j’accuse sullo stato del sottoproletariato a seguito della crisi economica della Grande Depressione. Tra la nascita dei primi sindicati in terra americana e l’inizio dell’affermazione dei vari fascismi in Europa, il film mette accanto alla narrazione del travagliato allestimento di quest’opera provocatoria altre storie esemplari del rapporto dell’artista con il potere: quella di Margherita Sarfatti (Sarandon) che tenta la strada del commercio abusivo di opere d’arte per finanziare Mussolini, quella di Tommy Crickshaw (Murray), un ventriloquo paranoico fino al suo incontro con Hazel Huffman e con il suo gruppo di artisti anti-comunisti e, infine, quella (già vista nel cronologicamente successivo Frida) di Diego Riviera (Blades) il cui affresco per il palazzo di Nelson Rockefeller (Cusack) sta per finire sotto i colpi di martello della censura per il suo argomento troppo sovversivo per i tempi. Insomma, quello che il film racconta è un caleidoscopio di storie esemplari, apparentemente diverse, ma che si innestano perfettamente l’una sull’altra a rendere una denuncia palpabile di certa politica corrotta e del suo rapporto con l’arte. Se da una parte gli esponenti della fascia più ricca della popolazione, infatti, sentono il bisogno di piegare l’arte ai propri fini (con un industriale banchiere che pretende che il maggior esponente della pittura proletaria gli vivacizzi l’atrio del palazzo e con la Sarfatti che trasforma i dipinti dei maestri del passato in contanti per sovvenzionare il regime), dall’altra si rendono conto del fatto che essa deve essere irregimentata e, dove abbisogna, censurata. Queste le lodevoli intenzioni che muovono tutto il film e si capisce da subito che se il film, alla fine, è un parziale fallimento, la colpa non può certo risiedere certo in queste nobili aspirazioni. Essa è da ricercarsi, semmai, nella quasi totale mancanza di problematizzazione in cui il regista indulge. Troppo preso nella dimostrazione del suo assurto, Robbins non si rende conto di come le sue idee risultino vanificate da un atteggiamento da troppo zelante compito a casa. Se il film fosse un tema scolastico dovremmo certamente affermare che esso è sempre perfettamente centrato sull’argomento proposto ma che, forse proprio per questo, risulta freddo e prevedibile come la dimostrazione di un teorema matematico. Restano alla fine i toni del musical che salvano il tutto dall’eccesiva ovvietà, e resta un’impressione di incredibile attualità che rende questo film più significativo oggi di quando fu realizzato. Perché, a vedere il film in questi tempi bui, non può non attraversarci la mente l’idea, certo non dimostrabile, ma, in fondo, avvertibile nell’aria come un’ombra di nube temporalesca che, oggi come oggi, nuove liste nere possono ancora essere stilate per impedire agli attori e ai registi che esprimono una forte opinione contro la condotta della politica estera statunitense di lavorare nel mondo del cinema. Ma resta, però, in fondo, anche la non piccola consolazione che tra McCarty e l’età presente è pur sempre passato un ’68, e che le stelle del nuovo cinema sembrano essere ben più agguerrite e consapevoli del potere di influenzare l’opinione pubblica che gli deriva dal loro essere costantemente “in immagine”. Forse ancora poco, ma meglio che niente.
(Craddle Will Rock); regia: Tim Robbins; sceneggiatura: Tim Robbins; fotografia: Jean-Yves Escoffier; montaggio: Geraldine Peroni; musica: David Robbins; interpreti: John Cusack, Susan Sarandon, Emily Watson, Bill Murray, John Turturro; produzione: Lydia Dean-Pilcher, Jon Kilik, Tim Robbins; origine: USA 1999; distribuzione: Filmauro
[giugno 2003]
