Il quinto potere

Il vero Julian Assange lo ha definito il frutto di un “patto diabolico tra governo e industria hollywoodiana”. A noi basterebbe più semplicemente dichiararne l’inefficacia artistica per inaugurare qui la disamina critica di uno dei film evento di questa stagione. Quello che agli occhi del giornalista-hacker più famoso del mondo appare come una sorta di atto terroristico teso a distruggere la sua figura attraverso i mezzi più suadenti dell’arte cinematografica a noi sembra, in realtà, più come un esame fallito. Incapace non soltanto di chiarire appieno tutti i passaggi che dal 2006 ad oggi hanno caratterizzato la nascita e la crescita di Wikileaks ma anche di riprodurli per gli spettatori sotto forma di una spy story di tutto rispetto. Non è quindi il giudizio “tranchant” del canuto australiano a farci relegare Il quinto potere di Bill Condon nel novero delle “storielle” appena intriganti ma la sua reale (in)consistenza, la sua incapacità di chiudere il cerchio attorno ad una faccenda intrigata senza aver dato il giusto sfogo (aggravante non da poco per gli autori) alle formidabili potenzialità della storia. E’ d’altro canto scontato ritenere opinabili le dichiarazioni di Assange vista la legittimità, da parte di chiunque rappresenti un’arte “personale” come quella cinematografica, di attingere anche solo ad alcune delle fonti disponibili per raccontare una storia che vuole essere realistica ma non pretende né la puntualità di un documentario (per questo c’è We steal Secrets – The story of Wikileaks, il meraviglioso lavoro di Alex Gibney) nè la completezza di un reportage giornalistico. Il film è dichiaratamente parziale. Sin dai titoli di testa sappiamo che il suo punto di vista è uno e che non coinciderà di certo con quello del suo protagonista. Non sarà certamente questo però a scandalizzare l’opinione di una platea capace, come ben sappiamo, di appassionarsi più al lato oscuro di personaggi e vicende che alla “facciata” ufficiale da tutti conosciuta (è sufficiente pensare all’appeal di The social network, “unofficial movie” su Zuckerberg da sempre osteggiato dal fondatore di Facebook). Saranno gli spettatori a cercarsi la completezza dell’informazione (come, del resto, consiglia sempre lo stesso giornalista), saranno loro a valutare se e come digerire la cronistoria riprodotta dal film di Condon, se fidarsi del racconto direttamente proveniente dalle pagine di Daniel Berg, ex collaboratore di Wikileaks in contrasto aperto con la filosofia adottata in maniera oltranzista da Assange, o credere a quest’ultimo e ritenere la ricostruzione cinematografica che lo riguarda il più meschino gioco di manipolazione della realtà. Dal nostro punto di vista, quello che, per paradosso, Julian Assange imputa al film, vale a dire l’eccessiva “spettacolarizzazione” (della realtà, dei fatti), risulta essere l’elemento assente che avrebbe quanto meno contribuito a sollevare le sorti di uno script poco incisivo. Sempre che la spettacolarizzazione a cui facciamo riferimento sia quella che si alimenta dell’esaltazione della narrazione, della ricerca di una precisa e ben definita identità filmica, della costruzione e alimentazione del pathos. In tal caso avremmo avuto di certo un’opera più coinvolgente, meno lacunosa e più vibrante per intensità e tensione emotiva. Bill Condon, bravo nel sapersi destreggiare con tematiche e progetti di diversa natura, è autore in questo caso di una prova registica molto poco ispirata, capace solo di mettere a proprio agio il talento dei due bravi attori (il volto nuovo Cumberbatch sembra avere un destino già segnato) senza mai farsi notare o lasciare un segno evidente sul film. Fatta eccezione per un finale dall’intento apparentemente riparatore, la cui inopportuna presenza svilisce ancor di più la pellicola, relegandola in una sufficienza che non disturba l’opinione pubblica, non provoca le reazioni tanto attese e, cosa ancor più grave forse, non intrattiene nella maniera dovuta il proprio pubblico.
(The Fifth Estate) Regia: Bill Condon; sceneggiatura: Josh Singer, basato sui libri "Inside Wikileaks" di Daniel Domscheit-Berg e "Wikileaks" di David Leigh e Luke Harding; fotografia: Tobias Schliessler; montaggio: Virginia Katz; musiche: Carter Burwell; scenografia: Mark Tildesley; costumi: Shay Cunliffe; interpreti: Benedict Cumberbatch, Daniel Brühl, Anthony Mackie, David Thewlis, Alicia Vikander, Stanley Tucci, Laura Linney; produzione: Dreamworks Pictures, Reliance Entertainment, Participant Media, Anonymous Content; distribuzione: 01 Distribution; origine: USA; durata: 128’.
