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Il reality tra televisione e cinema italiano

Pubblicato il 7 febbraio 2007 da Edoardo Zaccagnini


Il reality tra televisione e cinema italiano

Il cinema è quella cosa che se sei uno famoso rischi di finirci dentro. Si può essere famosi per merito, per demerito o per televisione. E la televisione è quello strano posto che se ci finisci dentro rischi di essere famoso. Solo che fino a non molto tempo fa, per finirci dentro, o meglio per salirci a bordo, dovevi saper fare qualcosa “d’artistico”. Oggi no, o non necessariamente, almeno.
Elena Santarelli, per esempio, paragonata avventatamente, da qualcuno, alla Brigitte Bardot di mezzo secolo fa, è una che aveva provato a leggere la schedina per Rai Sport, ma avendolo fatto maluccio se ne era tornata all’anonimato in educato silenzio. Poi la rivoluzione del reale, e qualche ovvia conoscenza giusta, ce l’ha regalata esotica, nuda e se stessa, a litigare coi vicini di lettino. Da allora il suo corpo allungato e la sua dentatura generosa sono stati chiari e familiari a tutti. E così eccola ad opinionare il pomeriggio e la sera, a raccontare tutto e niente agli italiani complici, e, nel bel mezzo di un Natale caldo, a fare la prima donna nel film di punta di Rai Cinema: Commediasexi. Costringendo, si fa per dire, chi cerca di studiare i film, a risalire il fiume e a ricostruire la nascita del rapporto tra reality show e cinema italiano, a partire dalle sue origini.
Il primo, il vero, l’archetipo, fu un ragazzo casertano e muscoloso, un mezzo cow boy bonaccio di provincia, dal frasaglio rustico e dalla piccola filosofia d’origine contadina. Fece l’amore, o qualcosa di simile, con una ex bagnina bresciana che sarebbe scomparsa poco dopo. Se ne disinteressò immediatamente ma, complice una tv che con la scusa della parodia non fece altro che benedire il nascituro Grande fratellino, si guadagnò i gradi di caporale di giornata e se ne uscì di "casa" qualche mese dopo tra la folla festante.
Era Pietro Taricone e quel nome tozzo, quasi romano, divenne orecchiabile e tollerato dal costume. Lui sembrò soffrire di tanta improvvisa fama ed accettò la breve meditazione nell’attesa di capire. Del resto, quel pezzetto di mutazione antropologica, non era una cosetta passeggera ed è immaginabile che sballottò davvero lui per primo.
La cosa si risolse con un film a basso costo, meno peggio del pregiudizio e legato poco all’ambiente tariconico: Radio West di Alessandro Valori, con la produzione (e la recitazione) di PierGiorgio Bellocchio. E, naturalmente, col buon meridionale a recitatare una specie di ex se stesso in circostanze straordinarie. Il film parlava di una missione militare dell’Italia in Kosovo e Pietro non fallì come esempio di italiano brava gente, con un fucile di buone parole e di pensieri malinconici, semplici e sani. Ma il suo film serio e corretto politicamente fu visto poco e male. Egli cessò di esistere mediaticamente e si riconsolò con la conoscenza della bella Casia Smutniack, della quale si innamorò e dalla quale ebbe un figlioletto certamente bello. Intanto, il primo reality show vide crescergli accanto tutta una generazione di “fratelli”, in un vecchia Italia di nuovi scandali e stesse lobbie.
Passarono, e continuano a passare, come anonime e sbagliate bellezze extra quotidiane, un sacco di corpi semi nudi o vestiti dalle griffes con un mare di colori. E a turno, e quasi a sorte, il cinema se ne inghiotte qualcuno. E’ interessante il caso di Luca Argentero: il suo granfratellismo si sta risolvendo inaspettatamente in una carriera di vero attore. Prima una seria medio-piccola parte nel film italianissimo di Francesca Comencini (A casa nostra), ora al fianco di un cast di prima fascia nel nuovo film di Ferzan Ozpeteck: Saturno contro. Entra nei personaggi con una certa facilità, il bellissimo televisivo, e non è detto che il patentino di attore, prima o poi, non gli arrivi proprio da quei rompipalle che leggono i film.
Degli altri, dei Luca e Pedro, degli Ale e Franz, dei Ficarra e Picone, degli Enzo Salvi, degli Alessandro Siani, dei Dario Cassini, delle Luciane Lettizzetto, dei Dario Bandiera, degli Aldo, Giovanni e Giacomo, dei Fabio Volo, dei Paolo Bonolis indeciso tra Sordi e Totò, insomma di tutto l’esercito dei comici televisivi che dalla fine degli anni settanta aggredisce ad ondate, ognuno con una propria storia personale, un cinema che paradossalmente oggi sopravvive grazie a loro, non c’è più molto da dire.
Perché tutto inizia un mucchio di anni fa, quando i ragazzi del Derby di Milano (Pozzetto, Boldi, Abatantuono, Teocoli, più i veronesi Calà, Smaila e Oppini) si fecero trasportare dall’allor giovane Carletto Vanzina, sul treno del cinema d’attore comico.
Quei film piacquero e piacciono ora ancor di più. Non si può essere morbidi con loro solo perché sono profondi nella nostra memoria, ed essere nauseati da quello che accade oggi solo perché avviene oggi. Non dobbiamo commettere la leggerezza di seppellire e riesumare i comici da cinema, come hanno fatto i nostri padri, forse per motivi commerciali. Ed attendere un documentario d’autore per rivedere in tutt’altra veste la comicità di Franco e Ciccio. E poi senza la tv non avremmo, forse, mai avuto al cinema la grandezza della saga fantozziana (perché anche Villaggio inizia in tv).
Non c’è nulla di male a piacere, e nemmeno a piacere senza fare nulla. Se così non fosse non ci spiegheremmo l’ammirazione e l’importanza per la Bellucci e la Canalis. Non certo brave e non certo attrici, ma certamente belle. E quanto! Anzi, ce le negheremmo e staremmo male inutilmente.
A dispiacerci e a preoccuparci, senza retorica e ipocrisia, è invece che la nostra società sia sempre più basata sull’immagine. Questo è un fatto, ed è un fatto enormemente sbagliato. Perché induce a pensare la vita diversamente da come essa è. Obbliga a vedere nella bellezza rappresentata del vip, e nel suo sogno realizzato, il polo positivo dell’esistenza, ovviamente contrario a quello degli esclusi.
Ma la colpa non è di chi riesce a navigare e pescare in questa società, vedi gli esempi diversi di Taricone, Santarelli ed Argentero. E’ un problema culturale e politico, radicato profondamente nel paese. Un accidente che costituisce anche il vero male del cinema. Di quel cinema fatto da intellettuali con la macchina da presa, da attori di esperienza e di spessore umano, da scrittori di storie che prescindano dal riscontro commerciale. E chi lo ama, questo cinema in estinzione, perché pensa che vederlo lo aiuti a vivere meglio con se stesso, a darsi delle risposte, a calmare certe angoscie, soffre quando vede che non ce n’è quasi nulla.
Ed è sconsolato che il cinema italiano trovi cibo grazie ai film di Natale, oggetivamente modestissimi, e ai Giovanni Veronesi, ai Carlo Verdone e ai Fausto Brizzi. Non ce l’ha con loro nella maniera più assoluta, li rispetta e cerca di leggere nel loro adunare pezzi di tv e gossip, un frammento utile di presente.
Però è molto felice quando un Giacomo Rizzo (L’amico di famiglia) fa vedere, ormai anziano, cosa sia un ruolo d’attore, e lo è ancor di più quando un giovane regista italiano, Alessandro Angelini, va a prendere un attore vero, quasi sconosciuto ai più, e gli regala un ruolo che fa benissimo al cinema italiano. Avere molti Alessandro Colangeli, (il co-protagonista di L’aria salata) vivi nel nostro cinema, significherebbe che la nostra società sta meglio.


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