Il Sesso Aggiunto

“Tre cose mi hanno colpito particolarmente quando ho parlato la prima volta con il regista Francesco Antonio Castaldo a proposito de Il Sesso aggiunto: 1) voglio raccontare una storia d’amore, non di eroina… 2) voglio raccontare chi è un eroinomane, e non cosa fa… 3) voglio raccontare tutto questo attraverso l’introspezione psicologica di un personaggio che è prima di tutto un poeta…”
Così esordisce alla conferenza stampa Giuseppe Zeno, il quale, nella parte del primo attore Alan, mostra cosa vuol dire vivere facendo a tempo pieno il tossicodipendente. La sua vita e quella della stretta cerchia di persone che Alan può ancora permettersi di frequentare, perché complici e schiave del suo stesso autodistruttivo circolo vizioso, è priva di qualsiasi ventaglio di possibilità. Non ci sono veri interessi, non ci sono grandi sogni da rincorrere, non ci sono strade alternative da seguire trovando la forza di andare sempre avanti, e soprattutto, non ci sono né vie di fuga né possibilità di redenzione.
E’ un baratro buio e di immensa portata quello che avvolge le abitudini di questi burattini senza anima né forza, che si muovono solo supportati dal grande Mangiafuoco, l’eroina, che prima subdolamente lusinga e poi senza pietà assale e schiaccia.
Una dose, due dosi, tre dosi. Voglia a tutti i costi della “roba”. Occhi iniettati di sangue e di una (conscia o inconscia?) bramosia di uccidersi nel vedere la “spada” pronta per essere iniettata in vena.
Dal taglio nettamente critico, inquietante e carico di denuncia sociale, Il sesso Aggiunto esprime la volontà del regista di raccontare e raccontarsi a causa di e grazie ai dati statistici recentemente emersi, che mettono in evidenza un aumento del 40% dei dipendenti da eroina, del 5% da cocaina e via discorrendo con gli altri scarti chimici ed industriali con cui molti giovani di oggi sembrano dover necessariamente fare i conti per trovare il modo di passare la serata, il dubbio, la crisi e, più in generale, il tempo.
Tema sicuramente non originale. Sulla scia di grandi cult come Requiem for a Dream, non c’è in questa prima di Castaldo una novità tanto eclatante da mettere in luce cose mai viste o sentite che possano suscitare scandalo e/o entusiasmo presso il pubblico cinefilo. C’è sicuramente un modo molto personale di raccontare l’esperienza del tunnel degli stupefacenti: attraverso gli occhi dell’amore, di una famiglia sconquassata dal dolore per quella che può essere a buon diritto definita la “perdita” di Alan, e della pietà delle persone che provano commiserazione, più o meno priva di verità e sentimentalismo.
Orribile è vedere uomini, donne, ragazzi e ragazze immancabilmente soli di fronte alla propria fragilità e di fronte al proprio senso di vuoto; orribile è vedere che tutto scompare nella vita di un tossico da quando in essa comincia a farsi strada e poi pian piano a troneggiare questo veleno dall’aspetto innocuo che porta verso i vicoli sperduti dell’al di là.
Ma il film ha un suo quid: Alan porta in sé l’animo di un poeta che cerca di trovare attraverso le parole il senso del tutto a cui aspira e che gli sfugge. La sua dote, la sua indole, la sua sensibilità vengono però stravolte dal passaggio dirompente di quest’Attila dietro al quale nulla che sia bello può più crescere. E così, al passaggio di questo flagello, abbassano gli sguardi bagnati di lacrime sia la madre, casalinga povera e disperata, sia il padre, lavoratore in doppio petto che si dedica all’educazione sportiva del fratello minore di Alan, nel quale sembra riporre tutte le proprie speranze, andate in frantumi, e tutte le speranze riposte in un primo tempo in Alan stesso e poi svanite con l’irruzione, da parte di quest’ultimo, nel mondo altro e irreversibile dell’eroina.
Tecnicamente e artisticamente valida la rappresentazione di Giuseppe Zeno; buona la regia, che però pecca di troppi momenti introspettivi e silenziosi (volutamente costruiti da Castaldo, ma obiettamene un po’ pesanti nella loro eccessiva ripetitività); azzeccate e tanto angoscianti quanto eufonicamente piacevoli le musiche del maestro Nicola Piovani, che sottolineano, specie in alcuni attimi, la drammaticità delle vite spezzate e la perdita di tutto quello per cui vale la pena vivere. Un po’ troppo lunga la pellicola, di circa centoventi minuti, alla luce di questioni proposte e riproposte, sicuramente importanti, ma anche ridondanti nel finale in cui prevale la stanchezza e l’insofferenza per un messaggio che sembra essere arrivato senza bisogno di continue ripetizioni con poche varianti.
(Il Sesso Aggiunto) Regia: Francesco Antonio Castaldo; sceneggiatura: Francesco Antonio Castaldo ; fotografia: Maurizio Dell’Orco ; montaggio: Giovanni Madonna; musica: Nicola Piovani; interpreti: Giuseppe Zeno (Alan), Myriam Catania (Nancy), Valentina D’Agostino (Laura), Lino Guanciale (Valentino); produzione: Madcast; distribuzione: Iris Film ; origine: Italia ; durata: 120’.
