X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



In Order of Disappereance - Concorso

Pubblicato il 10 febbraio 2014 da Matteo Galli

VOTO:

In Order of Disappereance - Concorso

Hans Petter Moland, quasi sessantenne regista norvegese, approda per la terza volta nel concorso della Berlinale, per la seconda volta col suo attore feticcio, lo straordinario Stellan Skarsgård che aveva interpretato nel 2010 A Somewhat Gentle Man, un film che aveva incantato il pubblico berlinese e che era stato distribuito un po’ dappertutto, ma non in Italia. Skarsgård, peraltro, è già al secondo ruolo berlinese quest’anno, dopo essersi ascoltato le confessioni di Charlotte Gainsbourg, ninfomane.

Questa volta Moland, brillantemente sostenuto dallo sceneggiatore Kim Fupz Aakeson (solo in un paio di casi certi snodi drammaturgici non convincono completamente), si cimenta in una tipica rivisitazione europea di un genere hollywoodiano, nella fattispecie un gangster movie, padroneggiandone e straniandone al meglio le convenzioni, anzi, a più riprese facendole citare dai propri personaggi, là dove, ad esempio, il protagonista, che si vede uccidere il figlio e decide di farsi giustizia da solo, viene apostrofato dal fratello come Dirty Harry. Il titolo inglese (quello norvegese è leggermente più rozzo: Kraftidioten) fa riferimento ai vari morti che punteggiano la vendetta implacabile del – fin qui – impeccabile cittadino Nils, talmente impeccabile da essere premiato nella prima sequenza del film con l’equivalente di quello che da noi sarebbe il titolo di cavaliere del lavoro. Ma, appunto, a Nils ammazzano il figlio, e lì ha inizio la vendetta, spietata e solitaria (la moglie letteralmente sparisce) organizzata secondo il principio della piramide: dal pesce più piccolo di una organizzazione criminale che gestisce il traffico della droga, fino al livello superiore, al livello ancor superiore, fino ad arrivare al vertice della piramide: il Conte, un giovane gangster fighetto e vegano che ha un figlio in affido congiunto con la moglie danese da cui è separato e con cui ogni volta che s’incontrano fa a sportellate.

Dopo ogni omicidio il regista inserisce una scritta su campo nero con la croce, nome, cognome e soprannome del defunto, in ordine di sparizione appunto, alla fine la lista sarà bella lunga. Salito di livello, il Dirty Harry norvegese cerca di farsi aiutare da gente apparentemente più esperta, killer di professione, producendo un escalation ancor maggiore, perché la vicenda, ricca di colpi di scena e di peripezie come prevede il genere, inizia a veder coinvolta anche la banda rivale rispetto a quella indigena, una banda di origine serba, il cui padrino è nientemeno che uno straordinario Bruno Ganz, a cui il regista ha appioppato una cicatrice sulla giugulare che, da un lato, lo rende particolarmente temibile ma dall’altro giustifica la sua raucedine, l’incomprensibilità delle poche sillabe in lingua serba, il suo mutismo e una recitazione tutta di sguardi e di gesti.

Intervistati in conferenza stampa sull’impressione più forte riportata nel corso delle riprese, Skarsgård e Ganz all’unisono hanno esclamato: Un freddo tremendo!. Il film è stato girato infatti nel comprensorio sciistico di Beitostølen, dove i pochi morti che ricevono una sepoltura ufficiale finiscono in un cimitero sommerso nella neve (gli altri vengono scaraventati da Nils giù per la cascata) e l’improvvisato killer insegue le sue vittime con lo spalaneve che guida come fosse una Buick o una Mustang. Il regista trae il massimo vantaggio iconico da questa location estrema, la quale contribuisce insieme a delle fulminanti battute politically incorrect sulle varie etnie/identità nazionali che incontriamo nel film ad aumentare il gradiente di esilarante paradossalità, accentuata da reiterate e fulminanti incursioni nella sfera del Conte, la famiglia e i goodfellas. Ottimi attori – non solo le star Ganz e Skarsgård – ottima regia e ottima fotografia, sceneggiatura di qualità. E’ forse pensabile che per una volta l’Orso d’oro lo vinca un film di genere, seppur rivisitato in salsa arthouse?


CAST & CREDITS

(Kraftidioten); Regia: Hans Petter Moland; sceneggiatura: Kim Fupz Aakeson; fotografia: Philip Øgaard; montaggio: Jens Christian, Fodstad ; musica: Brian Batz, Kaspar Kaae, Kare Vestrheim ; interpreti: Stellan Skarsgård, Bruno Ganz; produzione: Paradox, Paradox Film 2; origine: Norvegia, 2014.


Enregistrer au format PDF