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In through the wall of sound - l’evoluzione della musica verso l’elettronica

Pubblicato il 13 maggio 2011 da Emiliano Paladini


In through the wall of sound - l'evoluzione della musica verso l'elettronica

21 luglio 1990, Berlino, tra P.za Potsdamer e Porta Brandeburgo - questi la data e il luogo che segnano l’inizio di una strada nuova per l’esecuzione di musica rock in concerto. Roger Waters porta in scena The Wall, penultimo disco da lui registrato coi Pink Floyd e distribuito a fine novembre del 1979. Dopo di lui, tra i moltissimi altri sicuramente, e probabilmente molti altri anche prima di lui, Bruce Springsteen in diverse occasioni raccolte tra gli ultimi due o tre giri di concerti, presenta in sala i suoi primi sette dischi; Lou Reed gira con Berlin e Metal Machine Music (17 marzo 2002, MaerzMusik, Haus Der Berliner Festpiele); i Sonic Youth rispolverano l’intera sequenza di Daydream Nation; e quest’anno, Roma, 22 luglio 2011, Auditorium Parco Della Musica, i Primal Scream propongono Screamadelica nella sua versione originale e integrale.
Quello che ancora c’è di musicale, davvero musicale, nell’attuale music business, lo sa solo chi lavora con la musica; ma ci sono due cose molto importanti da osservare relativamente a questo punto. La prima è che se la musica oggi non è più musica, ma qualcosa di significativamente molto diverso - se di più o di meno, dipende dal gusto soggettivo - gran parte delle motivazioni stanno nell’impatto dei Pink Floyd a livello globale; e la seconda è che se pure un concerto non è più solo un concerto nell’accezione classica del termine, anche questo è dovuto all’iniziativa di gruppi tipo i Pink Floyd. E’ però altrettanto vero che proprio grazie all’intuizione di Roger Waters, la musica ritorna alla sua origine, eseguendo live gli spartiti di una sola composizione autoconclusiva, per intero e consequenzialmente, nello stile delle vecchie sonate, o nell’esecuzione delle sinfonie, dei concerti, e delle opere insomma, pensate per essere eseguite nella loro forma compiuta.
Nemmeno Frank Zappa ha quasi mai eseguito integralmente, salvo rare precise e studiate occasioni, i suoi lavori, quasi tutti concepiti per essere ascoltati come delle narrazioni interpolate da storie che portano avanti un discorso, un soggetto e un quadro fabulistico compatto - ma la storia musicale di Frank Zappa, oltre che essere ricorsiva è parallela a quella di diecimila altri generi (Them or us è uno dei suoi dischi più belli). E al di là della somiglianza con le antiche esecuzioni classiche, la proposta live di The Wall nella sua integra struttura narrativa è una proposta che valica l’idea comune di concerto e si stampa direttamente in un dizionario che conosce più termini di storia dell’arte che altro.
In questo senso Roger Waters rimane fedele alla linea artistica impostata coi suoi Pink floyd, nella trasformazione di un concerto in uno spettacolo di luci e suoni; ma in questo caso deve accodarsi a iniziative precedenti ai Pink Floyd. I primi Pink Floyd infatti volevano ricostruire in Europa una scena il più possibile pedissequa al mainstream delle giovani arti americane loro contemporanee; sulla scia di quello che stavano già facendo in California tra luci rotanti e suoni cuneibondi i membri di quello che sarebbe diventata la più grande community band al mondo per creazione spontanea dal grande disegno ateo dei primi comportamentisti americani (anche se c’è un elemento religioso di riferimento, ed è quello delle tiepide e tranquille credenze del Pacifico e delle forme di aggregazione Polinesiane legate al surf, che precedono e contornano i presupposti delle frenesie naturaliste ecologiche estreme e tipiche di San Francisco). O parallelamente alle dinamiche dei Velvet Underground, il primo gruppo di Lou Reed, addirittura prima immagine, film (1966), prima ancora teatro-danza, performance, video-arte, tra le prime in assoluto, (1965) e solo dopo disco/musica (1967) incarnando una colonna sonora, staccandosi dall’immagine in direzione di un percorso anacronistico per l’epoca, materializzando suoni ciechi e sordi proto-punk, ideali o concettuali (1975), disgreganti non solo musicalmente, ma pragmaticamente e anti-psichedelici, contro-luce, sporchi e innaturali, inauditi.
Se quindi questo è il contesto nel quale i Floyd hanno detto la loro, a lungo e con gusto; questo è anche il contesto in cui si è mosso Roger Waters nel 1990 prima e nel 2010/2011 poi, proponendo il penultimo disco dei Pink Floyd nella sua dimensione live completa. Musicalmente di The Wall non si può dire nulla che non sia già stato detto: sull’educazione (insegnamento), sulla società, sulla sua psicologia, sulla sua pedagogia (questa è una tematica nuova e tipica, considerando sia la data, il 1979, che le propensioni tematiche di Waters), sulle aspirazioni giovanili, sul futuro di una generazione e tutto il resto che si pensava sepolto tra le macerie della distruzione punk, e che i Pink Floyd hanno raccolto, minuziosamente osservato, rimesso in piedi e studiato.
L’impianto visivo è la consueta giostra caleidoscopica floydiana all’avanguardia nello studio e nell’utilizzo di apparecchiatura che escono per la prima volta da chissà quali laboratori e finiscono a uso civile come conseguenza dei primi liquid light shows di Mike Leonard, amalgamata con alcune altre trovate spettacolari pensate per lavori precedenti a The Wall e inseriti nei relativi concerti (The Dark Side Of The Moon, prevalentemente, di cui la NASA ha prodotto una versione ad altissima definizione e precisione audio, e anche questo presentato live nel 2007/2008 da Roger Waters).
Ma nello show presentato a Milano (D’Alessandro e Galli), l’1, il 2, il 4 e il 5 aprile 2011, con seconda infornata di date prevista per luglio, il 3 e il 4, che dovrebbero chiudere il tour in Europa, sempre al Mediolanum Forum, c’è un’intera generazione che ha avuto la possibilità di meravigliarsi di quanto questo signore che suona il basso, che canta, che non salta e non balla, che sembra uno dello staff piuttosto che la leggenda da sgranare con occhi increduli, sia stato capace di tenere il passo coi tempi, presentando un concerto di cui per parecchio tempo si vede solo la sua immagine trasformata in film di animazione, con i musicisti che non si vedono nemmeno e nemmeno si vede da dove arriva il suono prodotto (musica concreta e straniamento da teatro assieme a dei comics in formato cinematografico), e che imbastiscono vere e proprie azioni di scena cantando la trama del racconto con le loro canzoni.
In realtà non è così. Quello che si è potuto vedere era tutto quello che i Pink Floyd avevano pensato nel 1979, con la differenza che all’epoca i films di animazione erano l’evento una-tantum, magari natalizio, che prosperava sull’ingordigia del Natale.
Solo molto tempo dopo (soprattutto considerando i Pink Floyd del dopo Waters), le animazioni 3D, il plasma, i monitors impossibili, i CVL a luci gialle e verdi, e tutte queste stroboscopie muscolari da sublimazione live sono diventati mezzi per la costruzione di un nuovo cinema e di una nuova musica, anche, dal momento che il passo successivo a The Wall è la massificazione della musica elettronica, della videomusica e di minikolossal tipo Wild Boys, a cui Zappa avrebbe quasi contemporaneamente contribuito diffondendo la composizione col synclavier, nella costruzione di musiche ultraumane, perfezionando il percorso della musica elettronica da minimal per atteggiamento (Suicide, Kraftwerk, Clock DVA, Pink Dots) a sinfonica tipo classica-moderna senza effetti speciali.


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