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In Trance

Pubblicato il 29 agosto 2013 da Lorenzo Vincenti
VOTO:


In Trance

All’indomani del successo di Slumdog Millionaire, che ha consacrato definitivamente il regista inglese Danny Boyle di fronte all’opinione pubblica internazionale, due progetti si sono fatti largo contemporaneamente nella mente dell’autore di Manchester. Due direzioni diametralmente opposte per due distinte idee di cinema. Se, da un lato, 127 ore (il primo dei due ad entrare in produzione) ha rappresentato infatti la necessaria fuga in una storia intima, solitaria e per certi aspetti silenziosamente sperimentale (quella realmente accaduta ad Aron Ralston), dall’altro il successivo In trance – scritto praticamente in contemporanea – gli ha permesso di riaffacciarsi nuovamente al cinema di genere, dando sfogo ad una sete di magniloquenza narrativa a lui propria. Di maggior respiro rispetto al precedente ma con una medesima indole claustrofobica a fare da sfondo all’approccio registico, questo nuovo film, oggi in uscita nelle sale, ha la pretesa di rappresentare il tema della terapia ipnotica alla maniera con cui Inception ha rappresentato i sogni. Ossia attraverso una messa in scena nevrotica e una spasmodica attività narrativa.

Quello che ad un primo impatto ci sembra un classico robbery movie, con tanto di atmosfera thriller e un sottofondo da gangster story, in realtà si trasforma, nel corso dell’opera, in una storia sofisticata, dagli innumerevoli volti e dagli intrecci multipli. Scopriamo perciò che il furto di un quadro di Goya non è altro che lo spunto iniziale da cui un’incerta e travolgente storia, fatta di sorprese, capovolgimenti di fronte, relazioni personali e strategie comportamentali, prenderà il via nel segno di una pronunciata spettacolarità e di una enigmaticità imprevedibile. Lo sviluppo dell’opera si appoggia così, al valore sia materiale che simbolico del quadro per mettere in scena un triangolo shakespeariano in cui ognuno dei protagonisti coinvolti tenta di raggiungere la propria personalissima redenzione. La collisione tra i mutevoli personaggi diviene con il passare del tempo la vera impalcatura drammaturgica che sorregge l’opera, mentre la prevaricazione che ognuno di loro tenta di mettere in pratica nei confronti dell’altro si fa preponderante all’interno di un crescendo emozionale che, con l’andare dei minuti, si spoglia di tutto il superfluo. L’influenza di Shakespeare si fa notare anche nella verbosità esagerata dello script, completamente intriso di simbolismi ed enigmatici confronti tutti mai definitivamente risolti. In una sorta di balletto metaforico la verità si confronta con l’illusione e l’incertezza comincia a farsi largo nella testa dello spettatore lasciandolo nella difficile situazione di dover definire ciò che la storia mette in crisi. In Trance è per questo un film pretenzioso e convulso. Se in alcuni tratti sconta una certa predilezione alla teatralità esasperata, con tanto di sovrastrutture e ripetizioni ridondanti, dall’altro concupisce lo spettatore con una coreografia della mente umana. Intrigante, coinvolgente e raffinata dal punto di vista stilistico. Merito soprattutto della fotografia del solito innovatore Dod Mantle, che corre dietro ai tre protagonisti alimentando il loro egocentrismo e la loro fame di rivalsa sull’antagonista di turno e ad un montaggio che, con il passare dei minuti, accentua progressivamente la sensazione di claustrofobia propria del film. Ispirati anche gli attori. Su tutti James McAvoy, convincente nel rappresentare la deriva psicologica di un personaggio difficile da decifrare e gestire. Esclusi alcuni passaggi, in cui la sceneggiatura sospende la ricerca di pathos per respirare nei territori della prevedibilità il film di Boyle risulta comunque molto ben congegnato. Forte e coerente nella struttura, esso segna di certo un passo in avanti rispetto al precedente film e un arricchimento nel processo di spettacolarizzazione solitamente ricercato dal cinema del britannico.


CAST & CREDITS

(Trance) Regia: Danny Boyle; sceneggiatura: Joe Ahearne, John Hodge; fotografia: Anthony Dod Mantle; montaggio: Jon Harris; musiche: Rick Smith; scenografia: Mark Tildesley; costumi: Suttirat Larlarb; interpreti: James McAvoy, Vincent Cassel, Rosario Dawson; produzione: Pathé, Cloud Eight Films, Decibel Films, Film4; distribuzione: Fox Searchlight Pictures; origine: UK; durata: 101’.


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