In Zeiten des abnehmenden Lichts

Capita di andare al cinema un po’ prevenuti, e di sbagliarsi. È quanto ci è accaduto andando a vedere In Zeiten des abnehmenden Lichts (In tempi di luce declinante), film (presentato nella sezione "Berlinale Special") tratto da un romanzo di Eugen Ruge (1954), risalente al 2011 che venne premiato col Deutscher Buchpreis, il Booker Prize tedesco o diciamo il Premio Strega. Il libro, al di là dello splendido titolo, non ci aveva entusiasmato. Era la storia frammentaria e multiprospettica (e qua e là un po’ meccanica) di una famiglia, lungo tutto l’arco del ventesimo secolo, declinata soprattutto al maschile. Il bisnonno Wilhelm che nasce nel 1899, comunista della prima ora, emigrato in Messico durante il Nazismo, poi tornato in Germania, quella Orientale, s’intende, a costruire, o provare a costruire il socialismo in terra tedesca, nel primo stato degli operai e contadini, assumendo ruoli importanti nell’amministrazione pubblica; il figlio Kurt, che nasce nel 1921, che passa più di vent’anni in URSS, fra mille traversie politiche, e diventa poi un importante storico alla Humboldt Universität, a Berlino Est; il nipote Sascha, del 1954, che nasce in URSS si trasferisce in DDR con la famiglia e alla vigilia della caduta del muro lascia Berlino Est per fuggire a ovest, ormai del tutto disamorato al proprio paese; il pronipote Markus, nato nel 1977, neanche adolescente quando cade il muro, per il quale la DDR è solo il passato remoto. E poi le varie donne, fra le quali spicca la russa Irina, moglie di Kurt, fascinosa e tormentatissima donna che accompagnerà il marito nelle peripezie famigliari e professionali, affogando le proprie molteplici frustrazioni nell’alcool. Una storia, oltremodo interessante, perché è forse la prima a raccontare la caduta del muro, la fine della DDR, dalla prospettiva dell’élite che quel paese aveva guidato (di cui la famiglia di Ruge faceva parte). Il libro trapassa continuamente fra i vari personaggi e i vari piani temporali, ponendo come fulcro narrativo principale (6 capitoli su 20) il compleanno del patriarca, il 1° ottobre del 1989, pochi giorni prima dei disordini in occasione del quarantennale della DDR, quando lo sfaldamento era ormai ampiamente percepibile. Il compleanno del patriarca diviene al contempo l’occasione per un omaggio privato e per un omaggio pubblico, con discorsi di circostanza, ennesimi diplomi, ennesime medaglie. Il film fa di quel nucleo principale, il nucleo esclusivo, cancellando del tutto quel che verrà dopo (con l’eccezione della morte di Irina nel 1995) e riportando in forma di flash back raccontato (e in rari casi: visivo) quanto accaduto prima. Il Messico, ad esempio, dove è emigrato Wilhelm e dove andrà a morire Sascha nel 2001, non si vede proprio. Il lavoro di concentrazione e di selezione verrebbe da definirlo semplicemente esemplare, magistrale. Andrebbe portato ad esempio nelle scuole di sceneggiatura. Molto merito va a quel grandissimo personaggio che risponde al nome di Wolfgang Kohlhaase, che fra un mese compie 86 anni, forse il più grande sceneggiatore tedesco, non solo orientale, dai tempi dei “Berlin-Filme” i primi a tentare, già negli anni ‘50 una importazione in DDR di temi e stili mutuati dal neorealismo italiano, non senza cozzare contro l’élite politico-culturale di quel paese, che voleva sì il realismo a patto che rientrasse nelle anguste prescrizioni di marca zdanoviana. Kohlhaase è stato poi lo sceneggiatore di alcuni film del grande Konrad Wolf o di Frank Beyer, per giungere, dopo la caduta del muro, a scrivere alcuni film di Andreas Dresen.
Molto merito, ma non proprio tutto il merito perché questo film è un autentico showdown del meglio del meglio degli attori tedeschi, cominciando dal patriarca interpretato da un Bruno Ganz semplicemente inarrivabile, seguito da un’altra icona del nuovo cinema tedesco, ossia Angela Winkler (Katharina Blum, per intenderci), ripresa in pochissime ma memorabili sequenze (quando balla Gardel, che meraviglia). A Ganz e Winkler si affiancano grandissimi attori di formazione teatrale e cinematografica DDR e post-DDR: da Sylvester Groth a Thorsten Merten, da Gabriela Maria Schneide a Alexander Fehling. Senza dimenticare la splendida Evgenia Dodina, nel ruolo di Irina. Con un parterre de roi di questa fatta, il regista (in buona parte televisivo) Matti Geschonnek, il cui ultimo film presentato a Berlino (Boxhagener Platz) non ci aveva affatto entusiasmato, ha avuto gioco facile. Il film è una riflessione amara sulle speranze tradite, la fine delle utopie, su ipocrisia e sincerità, su rapporti famigliari contrassegnati da dolori e tradimenti. La luce declinante, di cui al titolo, è quella delle sere russe ai tempi della raccolta delle patate, ma è chiaramente la fine di un’èra, la fine di un mondo. Non ci stupiremmo che questo film arrivasse in Italia. E la cosa ci farebbe piacere.
(In Zeiten des abnehmenden Lichts). Regia: Matti Geschonnek sceneggiatura: Wolfgang Kohlhaase; fotografia:Hannes Hubach; montaggio: Dirk Grau; interpreti: Bruno Ganz (WilhelmJ, Sylvester Groth (Kurt), Hildegard Schmahl (Charlotte), Evgenia Dodina(Irina), Alexander Fehling (Sascha), Gabriela Maria Schmeide (Lisbeth), Angela Winkler (Stine), Thorsten Merten (Tabbert); produzione: Moovie GmbH, Berlin, origine:Gran Bretagna 2017; durata: 100’.
