Incontro con Bill Nighy

Roma, 2 novembre 2011. Bill Nighy è al Festival come protagonista del film di David Hare, Page Eight, in cui interpreta un agente dell’MI5 che scopre delle scomode verità.
Ci può parlare della sua collaborazione con David Hare?
Ho lavorato con David, in veste sia di sceneggiatore che di regista, da tutta la mia vita professionale, e questo è il primo film che lui ha diretto da molto tempo, per cui sono stato felice di prendervi parte. Amo i thriller in generale, e adoro le storie che siano contemporanee, che riflettano i tempi in cui viviamo. Quindi Page Eight era un film ideale per me, anche perché il mio è un grande ruolo. Ho interpretato vampiri, zombi e calamari, quindi è stato rinfrancante avere il ruolo di un normale essere umano, con un paio di pantaloni decenti. Se vi interessa sapere cosa mi piace, questo film ne è un esempio perfetto. Perché mentre lo giravamo sapevamo esattamente cosa stavamo facendo, e sapevamo che ciò ce facevamo aveva un grande valore.
Lei ha detto che da lungo tempo procrastina e rimanda il suo desiderio di diventare uno scrittore.
Riesco a procrastinare a livelli olimpici, sono arrivato ad un punto in cui è quasi una delle cose di cui sono più fiero, tanto è estrema questa mia capacità. La mia vita è una sorta di monumento al temporeggiare. Comunque, tutti in realtà vogliono essere scrittori. Specialmente quando ero giovane veneravo una serie di eroi, e cercavo di emularli, ma ero sempre troppo scombinato e scrivere è rimasto un sogno.
Ha parlato di eroi, ci può fare i nomi?
Tutti coloro che erano stati a Parigi negli anni Venti… Non ho ricevuto un’educazione universitaria, quindi non avevo una guida di orientamento per quanto riguarda la lettura, e saltavo da una connessione all’altra. Ad ogni modo miei eroi sono abbastanza prevedibili: Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, James Joyce e tanti altri. Ma in particolare i racconti brevi di Hemingway, che mi facevano letteralmente impazzire.
Ha visto Midnight in Paris quindi?
No assolutamente. Senza offesa per nessuno, mi sono fatto il mio film personale su Hemingway a Parigi e me lo tengo caro. Sono stato a Parigi, ho fatto tutto quello che Ernest faceva a parte scrivere… o fare l’amore con le donne.
Lei lavora tantissimo, quanto le piace tenersi impegnato?
Vengo spesso accusato di essere lavoro-dipendente, ed il fatto che mi metto subito sulla difensiva quando succede indica probabilmente che è vero... Quando me lo dicono la mia voce sale sempre di un tono. Lavoro compulsivamente, come molti attori. Perché è un mestiere che non da sicurezze e si cerca di lavorare il più possibile. Al momento sto cercando di non farlo, e sta andando bene... ma non posso negare che divento un po’ nervoso quando non sto facendo un film. Recitare è una cosa che è bene fare con frequenza: è già abbastanza difficile convincersi quotidianamente di poter entrare nei panni di un altro, reinventarsi ogni mattina. Quindi se non lo si fa per un po’ diventa più difficile: bisogna tenersi in forma, come nel football. Trovo questo mestiere molto impegnativo, per cui è meglio continuare a farlo senza interruzioni, così da non avere il tempo di preoccuparsi.
Lei ha detto di essere appassionato di moda. Che effetto le fa quindi essere a Roma?
Io penso sempre che gli italiani siano chic, anche se ovviamente è un luogo comune. Quando penso all’Italia mi vengono in mente cose come l’espresso, le Alfa Romeo, la Juventus, Armani e scarpe marroni con un abito blu scuro; che solo gli uomini italiani possono permettersi di indossare. Penso alla pelle olivastra, che ho sempre desiderato, mentre sono un mezzo irlandese mezzo inglese bianco e rosa.
Sono un feticista di ciò che si usava chiamare “un decente abito da salotto”, ed è da tutta la vita che medito sui due pezzi perfetti di un vestito da uomo. Non ho mai smesso di cercare la perfezione assoluta in quei due pezzi da abbinare. Ma quando li troverò, ne comprerò in gran quantità, anzi me li farò fare appositamente. Il mio sogno è di indossare costantemente sempre la stessa cosa: ogni abito sarà numerato e assolutamente identico all’altro. Andy Warhol andava a comprarsi la biancheria intima e faceva prendere alle sue assistenti tutta la biancheria psichedelica, verde limone, rosa elettrico. Ma sapeva che alla fine avrebbe sempre comprato un centinaio di paia di classiche mutande bianche. E amo il fatto che ne comprasse cento, solo perché poteva. Ricordo quando non avevo soldi, già solo comprare tre paia di calze era un evento…
E quando pensa all’Italia pensa anche al cinema?
Assolutamente, e anche ai grandi pittori italiani. Domani andrò a vedere Caravaggio nella chiesa di San Luigi dei francesi.
Dato che è stato spesso un vampiro, ha mai girato in Transilvania?
Non sono mai stato in Transilvania per un film, ma una volta ho preso un treno da Budapest appositamente per andare lì. Era ai tempi in cui per la prima volta mi venne chiesto di interpretare un vampiro , e avevo due paia di zanne: un paio erano quelle “da strada”, quelle casual da tutti i giorni, e le altre erano quelle da battaglia, per quando ero -diciamo - "emotivamente scosso". Il problema con le zanne “da battaglia” era che quando le indossavo non riuscivo a parlare, perché mi sarei ferito il mento. Comunque sono stato in Transilvania su un treno incredibile, che durante l’occupazione comunista dell’Ungheria era gestito da bambini, si chiamava infatti "il treno dei bambini": indossavano l’uniforme, vidimavano i biglietti e guidavano addirittura il treno, con la supervisione di un adulto. Poi la giornata in Transilvania l’ho passata in una foresta, cercando ispirazione per il mio vampiro.
Dato che la retrospettiva sul cinema inglese organizzata dal Festival di Roma è intitolata Punks and Patriots, lei cosa si sente di più, un punk o un patriota?
Quando il Punk è iniziato, prima che i Sex Pistols diventassero molto famosi, ricordo di essere andato a vederli. Johnny Rotten dal palco si mise a gridare al pubblico “siete un ammasso di…”, e poi una parola che non posso ripetere. Allora mi ricordo di avergli urlato e di aver avuto un alterco con lui. Ci accusava di essere pecore perché non ballavamo, e io gli ho detto “perché allora non balli tu?”. Stava sempre aggrappato al microfono: quando un cantante sta aggrappato al microfono è sempre un chiaro indizio che non sa ballare. E anche se hanno un tamburello: vuol dire che non sanno ballare. Avendo interpretato il frontman di un gruppo in due occasioni – Love Actually e Still Crazy – ho imparato a riconoscere questo genere di cose. Ma il Punk non è mai stato qualcosa di cui fossi appassionato. A me piace il Blues.
Il patriottismo invece è un argomento complicato: ho capito che stare vicino a qualcuno che sventola una bandiera mi rende molto nervoso. Adoro il football, ma il football a livello internazionale mi mette a disagio: sembra essere sempre un pretesto per parlare male di altri paesi.
Ci sono molte poche cose che mi fanno essere un patriota: i Rolling Stones ovviamente, David Hare, Harold Pinter... queste sono le persone che mi rendono orgoglioso di venire dalla Gran Bretagna. Ma non sono un patriota, e la parola stessa mi mette a disagio, è un termine che è stato preso in ostaggio da molti cialtroni per motivi personali. Come dice Bob Dylan: il patriottismo è l’ultimo rifugio a cui un cialtrone si aggrappa; ruba solo un po’ e ti metteranno in prigione, ruba molto e faranno di te un re.

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