Incontro con Cédric Kahn

Abbiamo incontrato Cédric Kahn, regista di Roberto Succo e La noia, presente al Festival internazionale dil film di Roma con la sua nuova opera, Une vie meilleure.
Un vie meilleure è tratto da un racconto ma si distacca molto dall’originale...
Effettivamente all’inizio siamo partiti da un racconto ma abbiamo aggiunto sin da subito elementi molto diversi e abbiamo deciso di raccontare la storia di un bambino e di un adulto che non era presente nel racconto originale. Il racconto in fin dei conti è stato poco più che uno spunto, la storia del film è molto distante dall’originale. La trama del film fondamentalmente è il racconto di una coppia che lotta per migliorare la propria condizione di vita e che si trova incastrata nel terribile ingranaggio della povertà. Da molto tempo poi volevo raccontare del rapporto fra un bambino e un adulto, che non fosse però suo padre. Immaginavo un legame in cui fosse il bambino ad aiutare l’adulto a cambiare il suo modo di pensare, la sua visione del mondo.
Il suo film sembra intimamente legato al clima di crisi mondiale che stiamo vivendo.
Posso dire di esser stato in parte ispirato dalla crisi, tutto è nato da un servizio del telegiornale che mi ha profondamente toccato. I protagonisti di questo servizio erano un’anziana coppia che viveva in una modesta dimora. Grazie ai mutui subprime i due erano riusciti però, con grandi sforzi, ad acquistare una casa più grande. La cosa terribile di questa storia era che, con l’arrivo della crisi, la coppia si era trovata in una condizione peggiore di quella precedente. I due infatti avevano il sogno di un vita migliore, un’illusione alimentata proprio dalla tentazione di mutui così vantaggiosi. Il sogno però, inizialmente avveratosi, li aveva però portati a vivere in uno stato addirittura peggiore di quello da cui erano partiti. Era questo quello che volevo raccontare. Si parla sempre alla crisi in termini di cifre e bilanci, ma dietro la crisi ci sono persone e storie individuali terribili.
Pensa quindi che sia la società ad influenzare in modo così rilevante i nostri desideri e sogni?
Assolutamente. Penso che i nostri desideri siano fondamentalmente condizionati dai modelli esterni e dalla società capitalistica. Spesso pensiamo che il migliore dei mondi possibili sia quello che non vediamo nel mondo capitalista. Per questo ci lasciamo spingere dalla società a consumare, comprare ed indebitarci. La debolezza del protagonista è proprio quella di voler entrare in questo meccanismo di illusoria felicità, in questo mondo di apparenti ricchezze. Il suo percorso personale si basa proprio su questo: voler acquistare la felicità attraverso la ricchezza.
Nel suo film il protagonista sembra addirittura così condizionato dalla società tanto da tarsformarsi da persona profondamente onesta a disonesta...
La società ha un’influenza davvero profonda su tutti, ma penso che fondamentalmente il mio protagonista resti onesto. Diventa disonesto solo per necessità anche se sa che la disonestà non paga sempre. Ad esempio credo sia assolutamente sincero quando spinge il bambino a restituire le scarpe. Per questo credo che resti assolutamente onesto anche quando si trova costretto a dover restituire i soldi alle banche e agli strozzini. Posso dire che, però, a volte, si è costretti a diventare disonesti per necessità, è la vita che te lo impone.
L’immagine della Francia, insieme a quella della Germania, sembra essere la più forte di un’Europa in Crisi. Dal suo film però traspare ben altra realtà. Quella francese è dunque un’immagine irreale?
La Germania è sicuramente un paese solido, la Francia è molto più vicina ai paesi fragili di quanto si pensi. Noi però siamo bravi a far credere che non sia così. L’immagine che la Francia da di se è molto diversa dalla realtà. Da noi la situazione è molto difficile, il livello della povertà è cresciuto molto negli ultimi anni, il tenore e lo stile di vita sono calati enormemente rispetto ai tempi recenti e i servizi pubblici, che una volta erano uno dei punti di forza del sistema francese, sono molto degradati. Non mi sembra certo che si possa dire che la Francia sia un paese solido.
La vicenda del film è quindi molto legata al contesto francese?
No, penso che questa è una storia che avrei potuto ambientare in un qualsiasi paese europeo o negli Stati Uniti. La condizione che ho mostrato non è certo solo francese. Anche a causa della crisi la vita per le persone più povere è diventata sempre più difficile in tutto il mondo. Non parlo di certo della Francia ma di un problema endemico del sistema capitalistico.
Veniamo al film, come ha scelto il bambino protagonista di Une vie meilleure?
E’ stato un caso, potrei dire addirittura parlare di provvidenza. Quando si cerca un attore in questo modo è come pescare un pesce nel mare. Si cerca di usare una rete quanto più grande possibile per prendere una quantità enorme di pesce, così si hanno più probabilità di prendere qualcosa in un mare tanto grande. Il personaggio del bambino nella sceneggiatura era davvero molto semplice per non avere troppe briglie, perché nella mia testa volevo trovare proprio quel bambino in grado di interpretare alle perfezione quel personaggio. Posso dire che ero molto più interessato al carattere dell’attore che alla sua bravura. All’interno di una sceneggiatura di per se molto rigida c’era uno spazio di assoluta libertà per il bambino e tutto il lavoro, compreso quello degli altri tecnici, è girato proprio intorno a questo spazio. Per tutti sembrava un compito difficilissimo, invece è stato molto semplice e ammetto di esserne molto soddisfatto.
Il suo cinema sembra essere pieno di echi di altri cinema. C’è qualche regista che trova particolarmente interessante?
Non posso dire di avere dei registi di riferimento. Posso dire di amare molto autori come i fratelli Dardenne o Ken Loach anche se credo che il miglior regista la mondo in questo momento sia Terrence Malick, il suo The Tree of Life era meraviglioso.
Fra i molti echi sembra evidente quello di Ladri di biciclette...
Assolutamente. Credo che Ladri di biciclette sia un capolavoro e ho pensato molto a questo film. Avevo proprio l’immagine di questo padre che accompagna il bambino in questa città e diventano come “compagni di carcere”, creando uno strano legame fra loro. Per lungo tempo ho pensato che il bambino protagonista del mio film dovesse essere proprio italiano.
Anche in questo film si è trovato a dirigere un attore che è anche regista (Guillame Canet)...
Si, ma sul set non cambia molto. Ho lavorato spesso con attori che sono o sono stati anche registi. Nel mio ultimo film ad esempio (Les regrets n.d.r.) ho diretto sia Valeria Bruni Tedeschi che Yvan Attal, eravamo addirittura tre registi sul set. Ma il lavoro alla fine è lo stesso. Quando un regista diventa attore è esattamente come qualunque altro attore.
E lei, ha mai recitato in un film?
Si, ho anche un piccolo passato da attore. Mi è capitato parecchi anni fa, quando avevo circa vent’anni, era un ruolo secondario. Devo ammettere di aver ricevuto successivamente altre offerte ma le ho sempre rifiutate perché non trovare l’esperienza particolarmente interessante. Proprio quest’estate però son tornato davanti alla macchina da presa, per un’opera prima, dal titolo ancora provvisorio, che uscirà il prossimo anno.

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