X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



Incontro con Charlotte Rampling

Pubblicato il 31 ottobre 2011 da Giovanna Branca


Incontro con Charlotte Rampling

Roma, 30 ottobre 2011. Abbiamo incontrato Charlotte Rampling al Festival di Roma per parlare del suo ultimo film: The Eye of the Storm, diretto da Fred Schepisi

Come è stata convinta da Fred Schepisi ad accettare il ruolo?

C’è voluto un po’: ho accettato solo dopo aver letto il libro. Il problema che mi sono posta dato che dovevo attraversare un processo di invecchiamento artificiale è che spesso in questi casi bisogna mettere dei materiali sul viso dell’attore per invecchiarlo. Ma poi ho pensato che ci saremmo potuti riuscire anche senza aggiungere nessuna “protesi” alla mia faccia. Non ho mai fatto niente al mio viso: tutte le rughe sono le mie mano a mano che invecchio. Ci siamo limitati ad intensificarle, senza aggiungere niente.
Ma accettare non è stato difficile solo per questo. All’inizio non sapevo se volevo farlo, se volevo interpretare la parte di una vecchia donna morente. Il mio personaggio sta a letto tutto il tempo ed è stata un’incredibile sfida capire come avrei potuto renderlo interessante. C’è una piccola parte in cui la si vede più giovane, ma il cuore della storia è questa donna malata, morente, con un carattere terribile, in attesa dell’arrivo dei suoi figli.
Poi però recitare non è stato difficile. Non c’è tanto bisogno di riflettere quando si recita: si ha necessità della propria mente quando si sta preparando il personaggio, quando si sta cercando di incarnare un’altra persona in se stessi. Ma poi quando sto recitando non penso a ciò che faccio, lo faccio e basta. Perché è il modo in cui si vive la vita; senza pensare continuamente a ciò che si sta facendo, come e perché. Ad ogni modo mi piace tantissimo interpretare personaggi che hanno un brutto carattere, perché mi consentono molte cose che nella vita reale non farei. Non mi permetto mai di essere scortese e brutale: sono stata cresciuta bene e provo sempre ad essere cortese.

Avete provato a lungo per raggiungere l’intensità necessaria ai vostri personaggi?

Judy (Davis) e Geoffrey (Rush) lo hanno fatto, insieme a Fred (Schepisi), perché erano in Australia, mentre quando sono arrivata io abbiamo iniziato a lavorare immediatamente. Le prove le ho fatte principalmente da sola. Ma va bene così per il personaggio: lei non ha reali contatti con nessuno, è completamente assorbita nel suo mondo egotistico/narcisistico , e di quando in quando scivola in mondi altri a causa del delirio. Anche se non sappiamo mai se in certi momenti perda davvero del tutto il contatto con la realtà o faccia solamente finta.

Potrebbe parlarci del suo rapporto col cinema italiano dal momento che lei ha lavorato moltissimo nel nostro paese?

Ho sempre avuto la sensazione che il vero inizio della mia vita cinematografica sia avvenuto in Italia. Nei primi anni Settanta provavo il bisogno di allontanarmi dall’Inghilterra e sono venuta qui. Il primo regista italiano a contattarmi è stato Gianfranco Mingozzi, per Sequestro di persona. Da quel momento in poi è nato un legame con il cinema italiano, che mi si adattava molto: un legame tra l’Italia e la persona che sono e ciò di cui avevo bisogno, che mi ha permesso di raggiungere una parte profonda di me. Volevo essere lontana dall’Inghilterra come molti altri inglesi che hanno bisogno di andarsene dal loro paese, ed è stato quello il momento in cui ho trovato l’Italia, quando avevo 26 anni. Quindi sono rimasta, e ho fatto film qui per quasi 10 anni.

L’Italia le ha dato qualcosa di cui aveva bisogno a quel tempo, c’è invece qualcosa di cui sente il bisogno al momento? Delle esperienze che ancora le mancano?

Adesso sono in Italia di nuovo, a fare un film italiano e questa volta anche in italiano: Baby Blues di Alina Marazzi. La cosa bella di ciò che faccio, di ciò che noi attori facciamo, è che possiamo continuare all’infinito a fare film, salute permettendo. E dal momento in cui posso farlo, sento che ho costantemente bisogno della mia “dose”. Non so mai cosa sarà; poi un film arriva- come in questo caso Baby Blues – ma la cosa veramente importante è l’idea di far parte di un progetto. Alcune persone sanno cos’è la loro “dose”: l’alcool, la droga, magari il sesso. Nel mio caso so che si tratta di fare un film, ma non so da dove quel film arriverà, di che ruolo si tratterà. Non sono io che vado a cercarmelo, perché non è questo il mio modo di lavorare: deve trattarsi di qualcuno che viene da me perché mi ha pensata per il ruolo.

E cosa fa quando non sta lavorando a un film?

Quello che fanno tutti: vado in giro, mi annoio, gioco col mio gatto, leggo, mi chiedo se il prossimo progetto andrà in porto…

E’ semplice per lei liberarsi di un personaggio dopo aver finito un film oppure no?

No, quasi mai. Ci vuole sempre almeno un mese. Non se ne è sempre consci ma non è una bella esperienza: dà un senso di tristezza, come se si stesse perdendo qualcosa, un senso di abbandono. Non solo per quanto riguarda il ruolo ma anche tutto il cast e la crew, la storia, e tutte le cose a cui prima si è pensato così a lungo. Poi ad un certo punto torno a casa, dal mio gatto, e devo farmi la colazione da sola tutte le mattine e tornare ad essere una persona qualsiasi. Però non ripenso quasi mai ai miei personaggi. Se mi capita di rivedere un mio film ne sono molto contenta, ma non lo faccio mai di proposito: mi capita a volte di trovarne uno quando sto facendo zapping alla TV e allora dico “Oh Dio, quella sono io!”.

Qual è stato il ruolo più difficile da lasciar "andare via"?

Penso che Il portiere di notte sia stato il più difficile. Ho avuto un brutto periodo girando quel film. Quando si ha più esperienza tutto diventa più semplice ma all’epoca ero molto giovane e quando il film è uscito è stato terribile. Ho ricevuto molte brutte critiche ed è stata molto dura. Capita poi spesso ai film così “pericolosi” che col tempo vengano compresi e accettati, ma quando li si vive direttamente e si è così giovani è un’esperienza molto violenta. Ero in America quando uscì e sono stata attaccata come persona, dalla lobby ebraica e così via. Nessun altro film mi ha segnata a quei livelli, per via del tema che trattava.

Di recente ha recitato la parte di due madri terribili: quella della sposa in Melancholia e quella di The Eye of the Storm. Ma che genere di madre è lei?

Questo è stato un grande anno per le madri! E intendo madri veramente cattive… Io sono una madre abbastanza dura, ascolto molto ma non do consigli. Sono molto rigida per quanto riguarda le regole, ora i miei figli mi ringraziano per questo. Io sono stata cresciuta così e credo che ai figli faccia bene: sono molto gentile e affettuosa ma le regole sono regole. E intendo quelle basilari: fare o non fare una cosa, rispettare le altre persone, guardare negli occhi chi ti sta parlando, questo genere di cose. E proprio queste cose rendono le persone forti, perché se non ti vengono insegnate poi diventi un adulto molto più debole. E’ semplice senso comune: se si dà a un bambino una spina dorsale insegnandogli come comportarsi in società poi lo saprà sempre, anche se non vuole; saprà sempre come comportarsi.

Quali sono i progetti a cui sta lavorando al momento?

Il film di Alina Marrazzi che stiamo girando a Torino e un film con mio figlio. L’ha appena finito, sta terminando il montaggio. Si chiama I, Anna, ed è tratto da un libro. Se non altro questa volta non ho dovuto fare molte ricerche per capire chi fosse il regista, perché era mio figlio! Inizialmente non avevo idea che intendesse rivolgersi a me per il film, perché ci stava già lavorando da un po’; poi mi ha chiesto se sarei stata interessata a recitarci. Due anni dopo è tornato con la sceneggiatura che era molto buona, e il mio ruolo era fantastico quindi ho accettato.

Qual è il ruolo della musica nella sua vita?

Un ruolo importantissimo: sono stata sposata con un musicista per più di 20 anni ed ero molto appassionata a quello che succedeva nel mondo della musica nei primi anni Settanta, i gruppi inglesi e americani di quegli anni sono i miei preferiti. Ma amo molto anche la musica italiana, le voci dei cantanti italiani. Ad esempio Franco Battiato: come lezione di italiano ho imparato molte sue canzoni.


Enregistrer au format PDF