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Incontro con David Hare

Pubblicato il 4 novembre 2011 da Giovanna Branca


Incontro con David Hare

Abbiamo incontrato David Hare per parlare del suo ultimo film - il primo da regista da molti anni - realizzato per la BBC e in giro per i Festival di tutto il mondo: Page Eight.

C’è una battuta del Primo Ministro inglese del suo film, che dice "ci sono troppi servizi segreti ovunque". Potrebbe dirci qualcosa del rapporto che nel suo film intrattengono l’MI5 e la politica?

All’inizio di questo secolo c’erano 1500 persone che lavoravano nell’MI5. Ora ce ne sono 4000. Quando è finita la guerra fredda ed è stata riportata la pace in Irlanda del Nord i servizi segreti pensavano che il loro lavoro fosse ormai compiuto, e si preoccupavano del loro futuro: avevano paura di essere messi da parte, che non ci fosse più posto ormai per l’intelligence. Ma dall’attentato alle Torri Gemelle i servizi segreti sono diventati uno dei business più fruttuosi del Ventunesimo secolo.
Nella mia storia di finzione ciò che accade all’intelligence è che viene corrotta, e io credo che questo sia realmente ciò che è accaduto. In altre parole, un tempo il lavoro dell’intelligence era di dire ai politici ciò che avevano analizzato, e ciò che era il loro giudizio su quell’analisi. Ma quando c’è stata l’invasione dell’Iraq, la politica ha cominciato a richiedere un’intelligence che non fosse mediata. Volevano ad esempio sapere se ci fossero a disposizione delle fonti in Iraq che potessero confermare dei fatti; queste informazioni venivano passate direttamente ai politici, senza previamente valutarle. La gente nell’MI5 veniva incitata a dire al Primo Ministro ciò che voleva sentire: che c’erano armi di distruzione di massa. Ma in realtà gli agenti hanno detto che non c’erano armi del genere, o piuttosto che non trovavano indizi che lo potessero provare. Per i servizi segreti questo è stato un grande dilemma morale. Ora si è istituita una commissione per giudicare cos’è andato storto nel processo che ha portato i politici ad architettare il pretesto per fare la guerra. Ed è davvero questo il grande dilemma di chi lavora oggi nell’intelligence, ed è il tema del mio film.

Il presidente francese Clemenceau ha detto una volta che i servizi segreti sono come le fogne: puzzano ma sono necessari. C’è però anche chi pensa che siano loro a tramare nell’ombra in casi come quello da lei ricordato o quello della guerra in Libia.

Io sono un nemico delle teorie complottistiche. Ovviamente il mestiere di chi lavora nell’intelligence è mentire, e una delle cose di cui il film tratta è il modo in cui la vita familiare e personale di queste persone soffra della loro disonestà. Nessuno degli impiegati dell’MI5 può dire alle proprie famiglie ciò che fa per vivere, quindi si creano delle tensioni tremende. Ma non credo che il mondo sia manipolato dai servizi segreti nella maniera più assoluta. Io sono convinto che ci siano delle persone benintenzionate all’interno dell’MI5, e anche che abbiamo assolutamente bisogno dell’intelligence. Ciò di cui non abbiamo bisogno sono i politici che sfruttano e manipolano questi servizi, che è quello che è successo in Gran Bretagna negli ultimi 10 anni. Per questo ci tengo a specificare che il primo ministro del mio film è inventato e non fa riferimento specificamente a Tony Blair né ad un partito preciso, in quanto non credo che la situazione odierna sia minimamente migliorata. Il mio non è pensato come un attacco, nessun personaggio è inteso come qualcuno di reale. E’ una finzione.

Qual è la sua opinione personale su fatti come l’attacco alle Torri Gemelle, la sparizione del corpo di Bin Laden e l’invasione dell’Iraq?

Sono sempre stato contrario all’invasione dell’Iraq, e a quel tempo ho fatto parte del movimento contro la guerra. All’epoca non era così scontato come poi è divenuto anni dopo, in cui l’opposizione a quella guerra è diventata senso comune. Ho scritto uno spettacolo che si chiama Stuff Happens , che è stato messo in scena in tutto il mondo, e che riguarda proprio il processo diplomatico che ha condotto all’invasione dell’Iraq; analizza come nel 2003 l’Inghilterra si sia trovata a far parte di questo evento terribile.
Ma se mi chiedete se credo al racconto ufficiale di questi tre eventi, penso che non ci sia niente di significativo ancora da scoprire a proposito, e credo nel resoconto che ne viene fatto.

Ha detto recentemente che vorrebbe lavorare ancora sul personaggio di John Worricker, e magari fare una trilogia. Lui va all’estero alla fine di Page Eight, quindi sapete già come farete a farlo tornare?

Ci sto già lavorando: sento di non aver ancora finito con questo argomento, quindi spero di fare altri due film, e nello specifico di realizzare i prossimi due insieme. Abbiamo realizzato Page 8 per la televisione perché così è stato più veloce. E’ successo che mentre lo stavo scrivendo mi è stato detto che se avessi fatto un film per il cinema avrei dovuto impiegare 3 anni a mettere insieme i soldi e ad ascoltare l’opinione di tutti a proposito di chi avremmo dovuto far recitare nel film; oppure potevo farlo per la televisione nel giro di 6 mesi. Allora ho fatto un calcolo brutale, perché ormai sono nella seconda metà dei miei sessant’anni, e ho deciso di realizzarlo immediatamente, e quindi per la TV. La mia speranza è che questi tre film un giorno possano venire mostrati in tre serate successive alla televisione.
Ad oggi Page Eight è stato preso da molti Festival, che lo hanno proiettato come un vero e proprio lavoro cinematografico. E visto in sala è favoloso: la direzione della fotografia di Martin Ruhe lo fa sembrare molto lussuoso anche sul grande schermo. Quindi per me ora non c’è molta differenza tra film per la televisione e per il cinema. E parte del motivo per cui sono qui a Roma è ribadire questo punto, che si possono fare film televisivi che appartengono naturalmente ad un Festival cinematografico, esteticamente parlando.
Del secondo episodio vi posso dire che, come avete visto, Johnny (Bill Nighy) va all’estero. Sarà sempre incentrato sul senso di impotenza delle persone, che è secondo me il vero tema del film: la sensazione di non poter fare niente che tutti noi abbiamo in questo momento storico. I politici appartengono ad una classe, una specie di club, e si comportano esattamente come vogliono, fanno le loro scelte seguendo un credo che il resto di noi non condivide assolutamente. Dal momento in cui vengono eletti improvvisamente credono tutti nella stessa cosa. Quindi il mio film sarà a proposito di tutto ciò, perché penso si tratti del grande tema dei nostri tempi.

C’è oggi una tendenza a rendere meno glamorous le figure degli agenti segreti, in film come il suo o Syriana o Tinker, Tailor, Soldier, Spy. Come mai secondo lei?

Perché penso di tratti di un’ulteriore figura professionale che si trova sempre più in difficoltà nel fare il proprio lavoro. Non so come siano le cose qui, e non posso parlare per l’Italia. Ma se andate in un ospedale in Inghilterra troverete molte persone serie e dedite al loro lavoro che vi diranno che ricevono troppe interferenze dall’esterno su come dovrebbero gestire l’ospedale, tutto per ragioni ideologiche. Anche nelle scuole, in tutti i servizi pubblici. La stessa polizia vi dirà che viene costantemente ostacolata dalle ingerenze esterne di persone che impongono un diverso modo di svolgere il proprio lavoro. E questo senso di impotenza è comune a tanti gruppi professionali, ma nella mia opinione soprattutto ai servizi segreti.

Negli anni ’90 molte delle sue opere teatrali erano incentrate su quella che all’epoca era una classe sociale nascente in Inghilterra, le cosiddette "persone intraprendenti"; in particolare se si pensa a Skylight. Ma non si parlava tanto del governo, mentre ora lei tratta molto di servizi segreti e ciò che li circonda. Cosa è cambiato negli ultimi 12 anni, il governo è diventato più avido o siamo solo più consapevoli di cose di cui prima non ci accorgevamo?

Quello che accadde con il thatcherismo è che un gruppo di persone andarono al potere e crearono dei terribili danni al tessuto sociale; quindi i miei eroi in quanto scrittore diventarono persone come i dottori, i poliziotti… Ho scritto molto anche della chiesa, di tutti coloro che si trovarono a dover curare le ferite lasciate dalle crudeli politiche sociali degli anni Ottanta. Capii improvvisamente che avevo degli eroi a disposizione per scrivere: la gente in prima linea, che capiva di non poter fare molto per quanto riguardava le scelte governative ma si impegnava a rendere quanto più possibile migliore la situazione. In Inghilterra esisteva anche un ramo radicale delle forze di polizia, che aveva idee molto di sinistra e pensava che il governo stesse danneggiando il paese e che loro dovevano arginare il problema. All’epoca scrivevo di questo cambiamento nella sensibilità comune. Ma penso che nel ventunesimo secolo i politici stiano facendo un danno ancora più “attivo”. L’appropriazione indebita operata dalla politica nei confronti di ciò che è accaduto con le Torri Gemelle è stata radicale, ha causato problemi terribili in Europa ed in America. Ed è questo che mi ha spinto a scrivere dei leader stessi, perché penso che ci stiano arrecando più danno rispetto al passato. I politici sono rimasti indietro di molto rispetto alla popolazione civile, sembra che non abbiano imparato la lezione degli ultimi 25 anni: non hanno analizzato ciò che è andato storto. In Inghilterra abbiamo avuto una catastrofe finanziara, ed invece che affrontarla il governo ha premiato coloro che l’avevano causata e penalizzato quelli che invece ne erano le vittime; sono le uniche persone a non aver imparato nessuna lezione da questa catastrofe. Quindi loro sono sempre di più il problema ,del mio paese perlomeno, perchè non posso parlare del vostro.


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