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Incontro con Eugenio Cappuccio

Pubblicato il 10 maggio 2007 da Gaetano Maiorino


Incontro con Eugenio Cappuccio

Abbiamo incontrato Eugenio Cappuccio, presidente di giuria nella sezione Passaggi d’Europa del festival cinematografico Linea d’Ombra, sezione riservata al cinema europeo del Festival Culture Giovani di Salerno. Dopo il successo del suo film d’esordio Il caricatore nel 1997, il regista, uno degli autori emergenti della cinematografia italiana, realizza due anni dopo La vita è una sola e in seguito Volevo solo dormirle addosso nel 2004. Alla prima Festa del cinema di Roma è stato presentato in anteprima il suo ultimo lavoro, Uno su Due, interpretato da Fabio Volo e Ninetto Davoli, che nell’occasione ha ricevuto il premio Lara come miglior attore non protagonista. Una volta in sala il film ha avuto ottimo riscontro di critica e pubblico.

Iniziamo dai primi lungometraggi. Il caricatore e La vita è una sola raccontano entrambi di registi che vogliono realizzare un film. Come mai questa tematica ricorrente in entrambi i film?

Raccontare il lavoro di chi fa cinema era un modo divertente per cominciare. Si parte di solito da se stessi, dal mondo di cui si fa parte e poi si cresce e si esplora il resto. Un po’ come quando si parte per un viaggio e si mettono le proprie cose tutte in valigia e si và. È stata soprattutto una bellissima esperienza che ho fatto con due compagni di viaggio come Massimo Gaudioso e Andrea Nunziata, è stato il nostro ingresso nel mondo del cinema e avevamo voglia di inventarci qualcosa. Il caricatore è stato un ottimo inizio, poi con il secondo film siamo stati più sfortunati, non è stato nemmeno distribuito.

Poi è passato al mondo del lavoro, con Volevo solo dormirle addosso.

Il lavoro è una tematica che mi interessa molto. Io amo le vicende umane e il lavoro coinvolge tutti, interessa tutti ed è luogo ottimo per mostrare come l’uomo si trova a confronto con le situazioni della vita, con quei poteri che in qualche modo condizionano le scelte, non c’era modo migliore per sviluppare questi temi.

Il personaggio di Marco Pressi, interpretato da Giorgio Pasotti che deve licenziare i suoi colleghi per una promozione somiglia molto all’avvocato Lorenzo Interpretato da Fabio Volo in Uno su Due. Sono entrambe dei “rattenuti”, sentimentalmente rattrappiti e trattenuti.

Si è vero, hanno tutti e due delle caratteristiche in comune, entrambi hanno messo in cantina le emozioni e ciò condiziona i loro rapporti umani, l’amicizia, l’amore. Sono concentrati sulla “missione” da compiere.

Finchè non si trovano davanti a una scelta.

Sì, arriva sempre il momento in cui c’è la resa dei conti, ci si trova nella condizione di dover scegliere e si capisce cosa è importante e cosa lo è meno. Sarebbe importante riuscire ad arrivare a comprendere questa cosa al momento giusto e non solo quando la vita ti presenta il conto, ma è molto difficile, succede solo alle persone straordinarie, succede alle persone elette.

Parlando della condizione del cinema italiano, sembra che sia sempre più difficile per un film avere una buona distribuzione se non si tratta di una pellicola molto commerciale. Meglio uscire in una copia in una sala di periferia, oppure cercare vie alternative come la distribuzione unicamente in DVD?

Non so se sia meglio l’una o l’altra cosa, non ho i mezzi per poter rispondere, però è vero, se una pellicola non è commerciale non viene distribuita, ma se il film è un buon film la distribuzione la troverà di sicuro. È così che funziona. Non sto dando però giudizi sulle opere, faccio una constatazione su un sistema che tuttavia è marcio e vile: dico che il cinema è arte ed è creazione, mentre la distribuzione è mercato e profitto, nichilismo nei confronti dell’arte, sono due cose che non potranno mai andare d’accordo.

Alfred Hitchcock quando gli si chiedeva del messaggio dei propri film rispondeva dicendo che i messaggi li portano i postini, non il cinema. Che ne pensa di questa affermazione alla luce del fatto che i suoi film contengono e vogliono trasmettere sempre un messaggio?

Hitchcock è stato un grandissimo regista e nei suoi film ce ne sono sempre di messaggi. Per me ogni autore quando fa un film rappresenta e porta con sé un mondo, e solo per questo fatto diventa un po’ messaggero di questo mondo. Hitchcock non amava che gli si domandasse del senso dei suoi film perché è difficile chiedere a un regista di stare a spiegare il senso. È una cosa molto intima, i registi in fondo sono dei timidi, degli io scissi, non è possibile chiedere loro una cosa del genere. Per quel che mi riguarda io non mi preoccupo del messaggio quando faccio un film. Racconto una storia e non sto lì a pensare se ne viene fuori un senso, utilizzo un linguaggio e una forma per mettere in scena. Credo però che ogni opera d’arte celi una vita dietro di sé e quindi è naturale che porti anche un messaggio.


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