Inside job - Roma 2010 - Extra

“E’ stato come quando fai la gara con gli amici a chi piscia più lontano”, commenta uno degli intervistati cercando di spiegare alla telecamera la corsa alla speculazione che ha portato alla più grande crisi economica dal 1929 ad oggi. Questa come tante altre frasi dello stesso tipo, perentorie e concise, sono l’essenza di Inside job, l’importante documentario che il buon Charles Ferguson ha presentato nella sezione Extra di questa quinta edizione del Festival del film di Roma. Dedicato al recente disastro finanziario abbattutosi sull’emisfero industrializzato della terra, Inside job si assume l’onere di sviscerare uno dopo l’altro, in una infinita sequela di dati analitici e spiegazioni particolareggiate, l’evoluzione della crisi, dal momento della sua gestazione allo scoppio della bolla, fino ad arrivare ai risultati concreti da essa provocati e alle reali misure di contenimento adottate dagli uomini di potere. Per compiere la sua complessa analisi il matematico milionario Ferguson decide di partire dall’Islanda, simbolo di un’oasi armoniosa, sfaldata nel giro di pochi anni da una speculazione spaventosa e da una deregulation che ne ha messo in crisi l’equilibrio finanziario interno. Ma il suo è solo un punto di partenza che gli permette di rafforzare il livello di incisività di una crisi che ha avuto la sua esplosione nel cuore dell’America. Più precisamente nel centro del potere finanziario mondiale. Quella stessa Wall street già abitata dal Gordon Gekko di Oliver Stone e impacchettata da Michael Moore nel recente passato, e che ora viene letteralmente spogliata dalla caparbietà di un documentarista d’impatto capace, in un solo colpo, di rendere comprensibili all’opinione pubblica i più scabrosi meccanismi finanziari posti all’origine del crollo e di individuarne in una elencazione, dettagliata e alquanto coraggiosa, i veri responsabili. Ferguson porta avanti attraverso il suo puntiglioso lavoro la linea della compostezza ad ogni costo, di un approccio volutamente sobrio e di un metodo mai incline allo spettacolo sovversivo o d’assalto. Contrariamente al "rivoluzionario" Moore, il buon Ferguson rimane dietro la sua macchina da presa e senza incalzare nessuno con la propria presenza lascia parlare i protagonisti (coloro che almeno gli si concedono), facendo così in modo che lo spettatore possa distinguere autonomamente la dichiarazione falsa da quella puntuale, possa decidere realmente se donare fiducia a qualcuno di quei personaggi ed eventualmente a chi di loro donarla (dirigenti, analisti, broker, finanzieri, speculatori, manager, giornalisti). Ovviamente il suo è più che altro un trucco per mettere in ridicolo tali avventori, di “sputtanare” la loro ipocrisia e farne cadere la maschera davanti allo spettatore, visto che ad ogni dichiarazione di un dirigente implicato si fa puntualmente seguire l’informazione necessaria a confutarlo. Che poi questa venga divulgata attraverso la dichiarazione di un altro intervistato, di un “face” questa volta, vale a dire di uno ascrivibile alla categoria dei buoni, o che venga pronunciata dalla voce narrante del buon Matt Damon, non ha molta importanza. Ciò che conta in Inside job è la descrizione del più piccolo e malsano gesto, la scoperta del più vecchio e insignificante scheletro nell’armadio, è l’analisi equilibrata, rigida, a volte addirittura troppo tecnicistica di uno scandalo ai limiti del possibile. Si rimane a bocca aperta davanti a questo lavoro per l’assurdità delle informazioni apprese, per il ritmo incalzante a cui si è sottoposti e per la sagacia di un discorso molto ben calibrato, costruito sulla semplicità dell’alternanza (degli intervistati e delle notizie) dietro cui si rivela una sottigliezza davvero funzionale. In alcuni tratti, come in parte accennato, Inside job difetta probabilmente di comprensibilità ed eccede leggermente nell’utilizzo di un gergo tecnico lontano dal pubblico medio ma è doveroso sottolineare come questo costituisca anche la sua forza principale, ciò che lo rende distinguibile da un certo tipo di documentari ormai realizzati in serie. Il lavoro di Ferguson vuole essere un un’inchiesta giornalistica pura, più vicina al trattato economico-finanziario che allo spettacolo d’intrattenimento corrosivo. Per questo non cede alle lusinghe di un populismo gratuito e, pur correndo il rischio di perdere spettatori, rimane fermo sulla sua posizione rigida, coerente ad una impostazione seriosa e lineare nell’esposizione dei fatti. Pieni meriti ad un regista appassionato, coraggioso e desideroso di rivendicare la potenza dei fatti sulla limitata efficacia delle azioni eclatanti.
(Inside job); Regia: Charles Ferguson; voce narrante: Matt Damon; sceneggiatura: Charles Ferguson, Chad Beck, Adam Bolt; fotografia: Svetlana Cvetko, Kalyanee Mam; montaggio: Chad Beck, Adam Bolt; musiche: Alex Heffes; produzione: Representational Pictures, Sony Pictures Classics; distribuzione: Sony Pictures Releasing (Italia); origine: Stati Uniti; durata: 108’.
