INSULTI AL PUBBLICO

Roma, Rialto Santambrogio - Da Al-Rhaman –Il Misericordioso- ad As Sabur –Il Paziente-: i sufisti, per perdersi in Dio, ne ripetono i novantanove nomi finché essi non significano nulla.
Scrive Peter Handke ne Il peso del mondo : << De-pensarsi... finché non vi sia più nulla di sé e tutto si perda nel vento e nel sole, nulla, tranne un piccolo punto di dolore>>.
Ascetismo scritturale e tenace neo-avanguardismo: ecco i punti focali da cui viene illuminato, trova linfa vitale ed espressiva, lo spettacolo Insulti al pubblico ad opera dell’ Accademia degli Artefatti –tratto proprio da un testo dello scrittore austriaco, messo in scena al Rialto Santambrogio di Roma dal 16 al 20 gennaio.
L’incontro tra la compagnia romana e lo scrittore-drammaturgo austriaco -personalità complessa e affascinante, che i più, purtroppo, ricorderanno solo per le polemiche legate al suo essere un “testimone di passaggio” della situazione serba durante l’ascesa e la caduta di Slobodan Milosevic- porta ad un dispiegamento di tanti e tali piani di lettura, interpretazioni, messe in scena che, in finale, ciò che viene dissezionato non è solo il teatro tout court ma tutto quello che sta attorno, sopra, sotto, di fronte ad esso –e se si considera l’arte come uno specchio o un oltrepassamento della realtà, ecco che le congiunzioni possibili divengono necessarie ed infinite…
Insulti al pubblico – Publikumsbeschimpfung in originale- viene pubblicato nel 1966, lo stesso anno de I calabroni – Die Hornissen -. Si tratta, come scrive il regista Fabrizio Arcuri, quasi di un <<manifesto teatrale del periodo>>. Ed è interessante confrontare ciò con quello che lo stesso Arcuri ci ha detto riguardo proprio il teatro di quel periodo in una recente intervista: << Sono finiti gli anni di contrapposizione, di contraddizione tra la platea e il pubblico borghese. Non siamo in un momento storico in cui questa frattura diviene interessante>>. Quale è il motivo, dunque, di un ripescaggio così -ad una prima e superficiale considerazione- “datato”?
Fin dalla gioventù, fin dalle polemiche nate con il Gruppo 47, Handke ha sempre dimostrato una grande consapevolezza in quello che scriveva, in quello che sentiva. Un testo come Insulti al pubblico oltre che essere intessuto di tutta quella “necessità di decostruzione” propria di quegli anni –in quel periodo iniziava a fiorire l’amara stella di Thomas Berhnard- è, per forza di cose, intimamente collegato con la consapevolezza stessa che reggeva e, nonostante tutto, regge ancora, l’uomo Handke. Il disagio, letteralmente, di stare al mondo, in quel mondo, non è affrontato, traslato, in sterili svuotamenti provocatori della macchina-teatro. Smontare, decostruire lo spettacolo non è il limite ultimo dei personaggi, dell’autore: nel continuo interrogarsi, nel loro continuo –perché no?- ciarlare, ciò che viene investito da questa valanga verbale è, come detto sopra, il teatro e tutto quello che gravita attorno ad esso –in finale, la vita-, ma ciò avviene nel modo più consapevole possibile, più umano, sincero possibile, attraverso dubbi, incertezze, bivi, strade senza uscite. Domandare di un qualcosa, in questo caso dei pilastri fondamentali della società –tra cui viene annoverato senza alcun dubbio il teatro-, viene rivestito e trova asilo in un più ampio progetto etico che Handke sembra, vuole avere –etico in quanto progetto aristotelico di libertà.
Ed è proprio questo “immergersi” dentro il problema, dentro quel mondo che porta noi spettatori ad avvertire una sorta di distanza ontologica-storica tra quel posto e il nostro, tra quegli attori e i nostri –i dubbiosi, nascosti, Daria Deflorian e Pieraldo Girotto-, tra quegli spettatori e noi. Ciò che si avverte, che si attua, è uno sguardo storico, rivolto ad un qualcosa che è nato in una perduta stagione, e che oggi non avrebbe la sua ragion d’essere, qui ed ora, se non fosse per la sua intrinseca problematicità, se non fosse per le piaghe ancora aperte, per i problemi ancora irrisolti, per l’umanità problematica che si/ci interroga.
Il distacco razionale con cui si arriva a concentrarsi sulle parole, sulla –perché no?- stantia retorica urlata –ma intimamente avvertita, percepita-, permette la nascita di una nuova consapevolezza per lo spettatore di oggi: consapevolezza storica innanzitutto; ma anche etica, come progetto di libertà; oppure artistica, come analisi del teatro e di quello che noi –non spettatori, ma noi uomini e donne- diveniamo in quel luogo, in quel tempo –in quei luoghi, in quei tempi.
La messa in scena, consapevolmente, riecheggia tutte queste indeterminazioni scritturali, asciugando ogni pretesa “spettacolare”, riportando il tutto ad un’atmosfera scenica ed emotiva fortemente “empatica” con quel periodo. “Nascondere” gli attori per la maggior parte dello spettacolo e poi, ogni qual volta i loro dubbi teatrali, esistenziali li assalgono, farli uscire per un confronto con il pubblico, trasporta la rappresentazione (?) in un’atmosfera intimistica che (ci)regge fino alla fine –a prescindere dalla presenza della bocca-magafono, più naturale amplificazione del dialogo istituito con il pubblico, che strumento di appiattimento dello stesso.
Coerentemente, l’Accademia degli Artefatti continua il suo percorso di decostruzione linguistica e ricerca di nuove forme espressive, trovando in questo caso in Handke un formidabile compagno di avventure e confermandosi una delle realtà teatrali più innovative ed importanti dell’attuale panorama italiano.
Autore: Peter Handke Traduzione: E. Filippini Regia: Fabrizio Arcuri Interpreti: Daria Deflorian, Peraldo Girotto Scene e Costumi: Rita Bucchi Sonoro: Dj Rasnoiz Produzione: Accademia degli Artefatti 06 in collaborazione con Radio Rai 3 Web Info: Accademia degli Artefatti, Rialto Santambrogio, Peter Handke,
