Intervista a Bruno Dumont

Abbiamo incontrato Bruno Dumont, due volte vincitore del Gran premio della giuria a Cannes, ed esponente di spicco della “politique des auters” degl’ultimi anni. All’autore francese l’undicesima edizione di “Schermi d’amore” dedica una retrospettiva completa, a cura del professor Alberto Scandola, dal suo esordio “Le vie de Jésus” (L’età inquieta) fino al suo ultimo lavoro “Flandres”
Fin dalle sue prime pellicole i suoi film sembrano pervasi da un anima sociale, un bisogno di raccontare la crudeltà, il buio, le ombre ma anche i piccoli spiragli di luce degl’esseri umani. Il suo sguardo però rimane distaccato, quasi pervaso da un sentimento di pietà
E’ il modo più giusto per rappresentare la realtà umana, senza fare commenti. Il male è rappresentato così com’è senza interpretazioni o giudizi morali. Spero e penso che lo spettatore sia capace di affrontare i personaggi e le situazioni che rappresento, anche nella loro crudezza. Io non devo trasformare i personaggi in degli eroi. I film in cui l’eroe è una brava persona non hanno un valore, sono solo un divertimento. Il mio cinema è come un vaccino, un veleno. Io lo inietto così lo spettatore impara a difendersi. E’ il male, come in Euripide o in Sheakspeare in cui è il male l’eroe, il protagonista
Prendiamo ad esempio “L’Humanité”, che ruolo assume la pietà, l’umanità appunto, dal suo punto di vista, nei confronti dei suoi personaggi?
Il sentimento della compassione è quello più primitivo, quello maggiormente in grado di portarci verso gli altri, l’origine vera della morale. Il mio scopo era quello di dare una forma, una rappresentazione, a questo sentimento. Suscitare compassione nella mente dello spettatore
Lei però ha sempre sostenuto di essere un regista che non indaga il sociale, non trova che ciò che ha appena detto cozzi con la sua posizione?
No. E’ coerente, è semplicemente il mio modo di mostrare la natura, la politica non mi interessa. Io mostro gli istinti più primitivi è compito dello spettatore recepire e reagire. Io penso che il cinema sia in parte politico, ma la parte politica sono gli spettatore, perché il cinema va verso lo spettatore. Lo spettatore ha una portata sociale, politica, morale. Infatti nell’”Età inquieta” ci sono dei personaggi in situazioni particolari dal punto di vista socio-politico, ma il racconto di questa condizione rimane marginale e le loro storie vengono sempre sviate. Quello che si vede in tv che ha per scopo mostrare la realtà sociale e politica in sostanza ha il fine di rappresentare una certa realtà politica, non mostra ciò che è. La guerra ad esempio è mostrata ma non è la guerra reale. In “Flandres” io rappresento la guerra che abbiamo dentro di noi, e penso che siano più rappresentative quelle immagini di ciò che mostra la televisione. I servizi dei telegiornali mostrano, il cinema rappresenta
Lei quindi pone delle domande, rappresenta ciò che lo spettatore dovrà interpretare?
E’ esatto. E’ come quando Van Gogh dipinge un paio di scarpe e, come dice Heidegger, quello che Van Gogh ha dipinto sono le vere scarpe. Paradossalmente se non mettessimo qui, sul tavolo, un paio di scarpe avremmo meno verità che nel dipinto. L’artista esprime attraverso la sua arte questo paio di scarpe e così lo rende vero
Lei è considerato un esponente della “politique des auters” contemporanea ma spesso si affida ai generi classici. Cosa ne pensa e che rapporto ha con i generi cinematografici? E qual è secondo lei il ruolo che gli “autori” hanno nella canonizzazione e nell’evoluzione dei generi?
Lo stile. E’ lo stile che cambia il genere. Il cinema industriale non fa altro che ripetere le stesse cose, non fa riflettere. Anche se prendiamo il design delle macchine, una volta c’era lo stile delle macchine francesi, diverso da quello delle macchine italiane adesso sono tutte uguali. L’industria è l’aberrazione dello stile
Qual è la situazione del cinema francese, cos’è essere “autori”, oggi?
Il cinema d’autore è fortemente vincolato in quanto non ha peso economico. In Francia si dice che il cinema non è un prodotto, il sistema commerciale stesso rifiuta di considerare il cinema come un prodotto. Per l’industria il cinema è un aberrazione economica, la cultura è un aberrazione economica
In un intervista lei ha detto “Bisogna vivere prima di raccontare qualcosa”. Le chiedo quindi, cosa sta vivendo e cosa racconterebbe della Francia di questo periodo?
Cerco di raccontare quello che vivo, se non vivo emozioni non posso cercare di descriverle. Il regista restituisce quello che prova, se non vive, se non soffre, se non si innamora non può fare cinema. Io scrivo una sceneggiatura solo se provo qualcosa, non sono un prodotto della mia mente ma del mio cuore. Anche nel caso di “29 Palms” non c’è un ragionamento, una logica alle spalle della sceneggiatura. Sono andato in un deserto con un amico, per 15 giorni, poi ho preso un foglio di carta e ho scritto ciò che avevo vissuto. Non ho inventato niente, quello che c’è nel film è ciò che è successo, senza un perché
Giampiero Francesca

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