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Intervista a Carlo Luglio e Enzo Gragnaniello

Pubblicato il 4 settembre 2011 da Annalaura Imperiali


Intervista a Carlo Luglio e Enzo Gragnaniello

Intervista al regista e all’interprete di Radici, presentato alla Mostra Venezia nelle Giornate degli Autori.

Carlo Luglio:

Perchè la scelta di un documentario sulla vita e l’esperienza musicale di Enzo Gragnaniello, perché un tema così specifico?

Conosco Enzo Gragnaniello sotto il profilo musicale da circa quattro anni. La musica di questo compositore è il racconto di una tradizione partenopea millenaria ed egli è la propaggine di una Napoli ricca e positiva che esiste, a dispetto di quanti credono il contrario, e che si esprime nella sua realtà e nella sua geografia, dalle viscere dei vicoli alla punta più alta del Vesuvio. Enzo racchiude tre aspetti complementari in sé: quello lunare, quello solare e quello infernale; ed è proprio mediante queste tre componenti che egli si propone come alternativa alla Napoli “misera” descritta ogni giorno, alla Napoli della camorra, della spazzatura e della malavita in genere. Spesso fa notizia solo ciò che è negativo: noi di Radici abbiamo avuto l’ambizione di dire basta a tutto questo e di aprire un capitolo su un’altra faccia di Napoli, positiva, esplosiva e visionaria, liberando l’energia di artisti che sono stati troppo a lungo con le mani e i piedi legati. Ho scelto di fare un documentario su questo tema per esprimere ciò che rimane nell’ombra di una civiltà potente e per puntare, attraverso una storia particolare che si innalza ad univerale, ad una nuova onda che rompa le barriere del suono.

Perché ha deciso di inserire stralci di grandi film del passato di Rossellini, della Cavani, di Comencini, di Olmi?

Sono stati dei grandi registi. Rossellini diceva che “un uomo non si sveglia la mattina decidendo di fare il criminale; c’è un determinato contesto sociale che lo spinge a diventare criminale”. E’ vero, e bisogna dirlo per spiegare i fenomeni di malavita a Napoli. E poi i film da cui ho preso spunto, ad esempio I bambini e noi di Comencini, rccontano in modo veritiero la napoli degli anni ’70. Io ho visto in questi stralci un parallelismo tra Enzo e un qualsiasi scugnizzo protagonista di questi film.

Enzo Gragnaniello:

Partiamo proprio dal titolo. Il suo ultimo album si chiama Radice e Radici è anche il titolo originale del documentario di Carlo Luglio che la vede protagonista. Che valore hanno queste parole?

Si tratta degli sbagli che commettono le persone, i quali, appunto, aiutano a mettere le radici in profondità per poi far salire i rami sempre più in alto, crescendo a partire dagli errori che sono stati fatti.

Nel documentario viene costantemente messa in evidenza un’alternanza tra la Napoli del dopo-guerra, in cui lei era un bambino e poco più, e la Napoli di adesso, in cui lei è ormai cantautore affermato. Pensa che sia cambiata molto la Napoli di allora da quella di oggi?

Napoli si divide in due grandi blocchi: la Napoli del popolo e quella della borghesia. Un tempo queste due categorie erano pù vicine, erano una cosa sola in certi casi; oggi c’è una grande separazione tra le due parti. Ma Napoli non sta in questa divisione: la Napoli vera è nella sua energia. Non è il luogo né dei poveri né dei ricchi: è il luogo della potenza che proviene dalle radici della terra, dai suoi stessi vulcani.

Ad un certo punto, nel documentario, lei dice che la musica “sceglie chi la deve rappresentare”. Cosa intende esattamente?

E’ così, perché la musica è qualcosa che sta nell’aria, che sceglie chi la rappresenta perchè decide attraverso chi materializzarsi. Come diceva Michelangelo “per fare una scultura io tolgo semplicemente il superfluo con lo scalpello”, anche io faccio un po’ la stessa cosa: con la mia musica tolgo il superfluo dall’anima di Napoli che già si esprime da sé.

I luoghi scelti da Carlo Luglio per ambientare il documentario sulla sua vita e sulla sua esperienza musicale sono legati a lei? Hanno per lei un valore particolare?

I luoghi presenti in Radici non servono solo a mostrare la bellezza di Napoli: secondo Carlo essi mi rappresentano, son posti spesso un po’ onirici che si confanno a me, persona esoterica e trascendentale.

Una domanda volendo banale, ma forse utile ad inquadrare la sua passione artistica: come definisce esattamente il suo genere musicale?

E’ musica napoletana, laddove questa definizione vuol dire passione, sentimento, dignità e fierezza. Perché il popolo napoletano è un popolo fiero.

Quando lei e un altro personaggio, Tonino, ad un certo punto del documentario passeggiate in una grotta lei chiede “Tonì, ma aropp’ tutt’ stu viaggio camm’ fatto, l’anema a ro’ sta?”, le viene giustamente risposto che l’anima non si può trovare per terra. Dove pensa di trovare l’anima e come pensa che la musica possa aiutarla a trovarla?

L’anima si trova nella musica perché nel momento in cui si prova l’emozione per la musica, lì ci si accorge che l’anima c’è e che palpita dentro di noi per ciò che più ci appassiona. Io su questo poi ho un’idea tutta mia: l’anima per me risiede nel cuore, è lì la sua dimora. Ed è lì che la musica entra.

Qual è la componente più importante della musica a suo parere? Le parole, il suono, i contenuti, la ricerca della verità o che altro?

Prima di tutto nella musica conta la melodia, perchè è come se fosse lei stessa l’anima della musica; poi le parole perché vestono la melodia. Le parole devono derivare spontanee dalla melodia, esse sono potenti, sia nel bene che nel male. Attraverso queste, io raggiungo il mio obiettivo di artista: far emozionare chi ascolta la mia musica, come io mi emoziono componendola. Tutto si trasforma in una preghiera, in cui la musica ha un’anima rock e l’artista si mette continuamente a nudo di fronte al proprio pubblico di ascoltatori.


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