Intervista a Cosimo Terlizzi

Videoartista, regista , artista contemporaneo, Cosimo Terlizzi è stato alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, che dedica una retrospettiva ai suoi lavori. Oltre ai cortometraggi, ci sono anche due opere dalla durata più propriamente “cinematografica”: il documentario Murgia (2009) – girato in un parco naturale della regione natale di Terlizzi, la Puglia – e il recentissimo video-diario Folder (2010), resoconto di un anno della vita dell’artista tra varie città d’Europa. La necessità di raccontarsi nasce da un trauma: il suicidio dell’amica Fabiana che, dopo dieci anni di dolorose operazioni per cambiare sesso, è sopraffatta dai traumi legati al suo percorso di vita e si impicca. Il film, per sua stessa natura basato sulla rinuncia alla propria privacy da parte di coloro che vi prendono parte, colpisce per un silenzio “assordante”: l’impossibilità di Fabiana di dare il proprio assenso alla messa in scena della sua tragica esperienza.
Come ci si sente autorizzati a raccontare al pubblico la privata e drammatica scelta di una cara amica?
Il consenso l’ho ricevuto dalla sorella di lei. Insieme siamo stati mossi da un senso di giustizia e rivendicazione di qualcosa che è più grande della stessa Fabiana: i diritti umani. Fin da bambina lei – allora Fabio - era molto femminile, probabilmente per problemi di scompensi ormonali, ma i genitori sono stati ciechi davanti a questo, e quando a 18 anni ha detto loro cosa intendeva fare l’hanno cacciata di casa. Ad ogni modo, il mio lavoro va oltre Fabiana, vuole rappresentare tanti casi come il suo. Credo che lei avrebbe acconsentito, perché si fidava di me. Per rendere giustizia a Fabiana, poi, tutti ci siamo messi in gioco, abbiamo rinunciato a celare aspetti molto privati delle nostre vite.
E tuttavia c’è una bella differenza tra il mettere in campo aspetti della propria vita intima e il cappio con cui una ragazza si è tolta la vita.
Ma mi sono comunque imposto delle limitazioni: la sorella di Fabiana mi aveva anche autorizzato a filmare il cadavere e io non l’ho fatto. Folder era il mio diario intimo, e dal proprio diario in genere non si omette niente, anche sbagliando. La mia ricerca artistica ed espressiva riguarda questo campo: è un luogo di prova in cui ci confrontiamo con i nostri limiti, e se omettiamo qualcosa non abbiamo più modo di capire dove stiamo andando e dove dovremmo andare. Non mi interessa fare cose che mettano tutti d’accordo.
Anche se oggi può sembrare un discorso datato, un critico francese sostenne che esistono cose che il cinema non può rappresentare, pena l’immoralità: la morte e l’amore. Il tuo film è fondato sull’opposto esatto di questa affermazione, la morte e l’amore sono - in modo estremo – il cuore della tua ricerca in Folder. Non esistono tabù di nessun genere nell’arte?
Io credo che l’arte lavori proprio sulla rappresentazione del tabù; ha il potere di cambiare lo stato delle cose, di suggerire delle riflessioni. Se si pensa al quadro della Madonna morente, e incinta, di Caravaggio, già si capisce come questo tema fosse altamente problematico. La Madonna che muore mentre aspetta il bambino. Se si va oltre, si scopre anche che il modello di Caravaggio è stata una prostituta. Ci sono accumulati praticamente tutti i tabù possibili. Perché le opere forti sono quelle che lavorano su temi che hanno il potere di condurre ad un superamento dello stato attuale. Ad esempio l’omosessualità – mia, dei miei amici – in Folder è cosa già accettata, è il punto di partenza, si dà per scontata. Bisognava fare il passo successivo. Ho voluto da subito mostrare le immagini di sesso tra Fabiana e il suo compagno, per rispondere in un certo senso all’interrogativo che si pongono la maggior parte delle persone quando pensano ai transessuali: in che modo hanno rapporti sessuali? Dalle foto che mostro è evidente come lei sia donna in tutti i sensi; è donna, non trans. Questo è il punto di partenza, poi la ricerca interessante è vedere quali sono i muri da abbattere. In Folder è una questione intima, in Murgia si svolge più a livello estetico: si tratta di far diventare sessuale la natura per poter avvicinare il pubblico a quello che è un paesaggio desertico. Ho cercato di realizzare una rappresentazione dell’ambiente che non sia classica - come quella da documentario naturale ad esempio - avvicinandolo all’uomo: umanizzando il paesaggio o naturalizzando lo spettatore. E’ quello che cerco di fare sempre: superare la rappresentazione convenzionale delle cose. Anche se è sempre un rischio; c’è il pericolo di scadere nella pornografia, di oltrepassare il limite invalicabile del rispetto e del pudore. Ma è un rischio che va corso.
Nei film in cui la tematica gay è volutamente portata in primo piano, sembra ci sia una tendenza diffusa tra i registi a fare ricorso alla propria esperienza personale, spesso anche utilizzando filmati familiari, ma comunque senza la mediazione dell’astrazione. Cosa pensi che scateni questa urgenza?
La famiglia è il primo luogo problematico, è lì che nascono le prime esperienze. “Normalizzare” l’omosessualità è anch’esso un tabù nella nostra società, per questo è bene partire dalla famiglia stessa. Sono stato sempre infastidito dalla rappresentazione stereotipata dell’omosessuale in voga fino a qualche anno fa (e ancora sicuramente non accantonata): la checca isterica con il maglione rosa per intenderci. Per questo in Folder riprendo anche una sequenza dell’Ispettore Coliandro (dei Manetti Bros.) in cui viene utilizzata una mia performance. Nella citazione di questa fiction all’interno del film si incontrano due mondi: il mio e quello della fiction italiana che rappresenta l’immaginario collettivo sul gay, e da questo “cortocircuito” si nota come la complessità della realtà viene improvvisamente banalizzata quando si vuole andare a toccare il grande pubblico. La maggior parte della società è lenta a percepire il cambiamento: in Folder mostro anche i titoli dei giornali che riportano l’appello della chiesa affinché l’omosessualità resti reato. Nel mio mondo invece tutto è accettato, sono avvertiti i cambiamenti e la loro complessità. Volevo insomma mettere a contatto lentezza – quella dei cambiamenti sociali – e velocità, che è quella della realtà in cui viviamo.

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