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Intervista a Elisabetta Arnaboldi

Pubblicato il 1 ottobre 2007 da Edoardo Zaccagnini


Intervista a Elisabetta Arnaboldi

Riprendono le puntate di 25a ora - il cinema espanso. La trasmissione notturna di La7 dedicata al cortometraggio cinematografico. Il programma giunge quest’anno alla sua settima edizione e riparte proprio dal festival del corto (giunto a sua volta al 3° anno di vita). Quello organizzato da 25a ora è il primo e tutt’ora unico esempio di festival cinematografico allestito senza un luogo fisico tangibile. Il concorso si svolge esclusivamente attraverso lo schermo televisivo. Per il contributo che la trasmissione offre al cinema italiano e per la particolare idea di questo festival, abbiamo incontrato la curatrice del programma, Elisabetta Arnaboldi, per farci raccontare come nasce un festival televisivo di cortometraggi:

25a ora è una trasmissione incentrata sul cortometraggio e Il Festival del Corto è nato nel 2003 come primo (e a tutt’oggi unico) festival di cinema in tv. L’idea di un tele-festival presenta una peculiarità unica, che sovverte il concetto stesso di manifestazione cinematografica: lo spettatore non si deve spostare per visionare le opere in concorso ma lo può fare comodamente sul divano. E’ Un festival che non ha un luogo fisico se non lo schermo del televisore di casa e questo, se da un lato toglie la fisicità dell’evento, dall’altro ci dà la possibilità di raggiungere un pubblico molto più vasto e di rendere accessibile a chiunque ne abbia voglia la nostra idea. L’unico handicap è rappresentato dall’orario, un pò proibitivo ma nel corso delle tre edizioni il numero dei corti che abbiamo ricevuto è andato sempre aumentando (siamo arrivati a più di 600), così come la loro qualità. Questo ci rende soddisfatti e fiduciosi.

Riesci ad individuare una modificazione all’interno del profilo generale dei lavori?

Mediamente, rispetto a tre anni fa, i lavori selezionati presentano meno estetismi ed un desiderio maggiore di raccontare una storia: questo non vuol dire che non manchino lavori sperimentali o caratterizzati da una forte ricerca espressiva, ma i corti paiono animati da una spinta narrativa maggiore. Il cinema è arte dell’immagine e del racconto insieme e quando queste due componenti si integrano allora il lavoro risulta completo ed importante. Un corto che funzioni ha bisogno di due cose: un’idea fulminante e un’esecuzione di qualità. L’integrazione efficace tra contenuto e forma. Che è poi ciò che rende vivo un lavoro: la sinergia tra la tecnica e la profondità dei contenuti, qualsiasi direzione essi prendano. Dal sociale all’intimo.

Da dove arrivano la maggior parte dei lavori?

Si tratta soprattutto di autori italiani, per ovvi motivi logistici e di comunicazione, ma nel corso di questi anni abbiamo presentato in concorso anche opere di registi europei ed extra-europei (Islanda, Stati Uniti, Inghilterra). Il festival parla soprattutto italiano e dà la possibilità a molti giovani registi italiani in erba di confrontarsi con altri registi.

quali sono le caratteristiche che più apprezzatedi un corto ?

L’originalità, la sincerità e l’urgenza narrativa, prima ancora che l’aspetto estetico. Naturalmente sotto il profilo visivo esiste una soglia di professionalità sotto cui non è possibile scendere, ma corti stile videoclip lucidi e vuoti – così come le opere ben girate ma “furbe”, scontate, che sanno di già visto, povere sul versante sceneggiatura, rette solo dal mestiere del regista – non ci entusiasmano. Siamo attenti allo spirito di ciò che ci arriva perchè è lo spirito che comunica, che crea un legame con lo spettatore. Comparando le molte opere che visioniamo notiamo che spesso i corti sono incentrati sulla difficoltà del crescere, del passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Ed è abbastanza normale considerando l’età media dei partecipanti. Due opere molto interessanti a riguardo sono i vincitori delle prime due edizioni del Festival: Ho deciso di Luca Scivoletto e Montesacro di Alessandro Celli. Sono due registi di cui si sentirà parlare ancora in futuro. Ed è quello che speriamo.

Qual è la vita di un corto?

Non è semplice descrivere quale sorte tocchi mediamente ad un corto. Alcuni lavori trovano una loro strada girando ulteriori festival, ottenendo acquisti televisivi, suscitando l’interesse di produttori che commissionano agli autori nuovi lavori. Altre volte non hanno seguito, e restano la prova interessante ma inascoltata di un regista di talento. E’ ovvio che il valore intrinseco di un’opera determini poi gli sviluppi del suo futuro ma la strada non è semplice nemmeno per i lavori più importanti. Il Festival ha il pregio di far circolare i biglietti da visita dei nostri autori, raggiungendo anche gli addetti ai lavori. Ci accorgiamo che il nostro programma contribuisce a migliorare la vita dei corti che proponiamo ma una diversa politica del settore aiuterebbe maggiormente i cortometraggi. Tra i "nostri" autori ce ne sono diversi e parlando con loro ci rendiamo conto che i problemi dei giovani registi sono sempre gli stessi: trovare qualcuno che creda in loro e gli affidi un piccolo capitale da investire.

Qual è il presente del corto in Italia ed in Europa?

Il corto non ha grande mercato in generale, ma da questo punto di vista l’Italia è il fanalino di coda: pochi incentivi alla distribuzione (prima ancora che alla produzione) condannano i cortometraggi all’invisibilità. Il futuro è inevitabilmente fatto di priorità: prima c’è da sistemare la politica cinematografica maggiore, quella dei lunghi. E’ già quello è un territorio pieno di problematiche e di faccende irrisolte.

Cosa pensa il cinema italiano del pianeta cortometraggio?

in questa terza edizione abbiamo invitato in studio a presentare i lavori attori e registi del calibro di Luigi Lo Cascio, Jasmine Trinca, Cristina Comencini, Giovanni Veronesi, Daniele Luchetti. Hanno accettato con entusiasmo di partecipare al Festival come “padrini” e “madrine” dei corti. Ed è un segnale preciso: se ci credono loro possono farlo anche i produttori. Anche i nomi affermati conoscono le difficoltà che toccano a chi sceglie di avvicinarsi a questa strada, perchè anche loro sono passati o passano per le difficoltà che caraterizzano il cinema italiano. Bisogna avere fiducia, pazienza ed amare profondamente questa attività.

Grazie Elisabetta!

Grazie a te!

[Ottobre 2006]



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