Intervista a Federico Rizzo

Intervista con Federico Rizzo, qui a Gorizia per presentare nello spazio Cinema off il suo ultimo film, Fuga dal Call Center.
Fderico raccontaci cosa significa oggi essere un filmaker indipendente? E soprattutto cosa significa lavorare da indipendente?
Quando si dice indipendente bisogna fare una distinzione tra indipendenza e autoproduzione. Spesso si pensa che che possa essere la stessa cosa, in realtà uno può autoprodursi ma non essere indipendente nel farlo e mettere in scena dei canoni filmici già visti tipici della cultura imperante. Oppure si può fare un film prendendo i finanziamenti statali o essere prodotto e fare un film con 5 milioni di euro e poi fare un film indipendente. Indipendente in senso culturale significa fare quindi qualcosa di diverso da quella che è la cultura di massa, che in Italia si degrada sempre più verso il basso. Il cinema oggi è troppo legato a una standardizzazione figlia della televisione, è sempre più un sottoprodotto televisivo. Non è un caso che i due più grandi finanziatori siano Rai e Mediaset.
Parlando di televisione, si nota che sulla tv generalista i film hanno sempre minore visibilità, sono andati perduti gli appuntamenti fissi come Lunedì Film, e il cinema lo si può vedere solo in seconda/terza serata. Quanto costa per una produzione indipendente non poter mostrare il proprio lavoro anche in televisione?
Tutto questo è una vergogna, il mio film Fuga dal Call Center, dopo la sua realizzazione e dopo il grande consenso di pubblico e critica non è stato acquistato dalla Rai. Siamo stati a presentare il film al Karlovy Vary, uno dei maggiori festival in Europa, ed è piaciuto a tantissimi. E nonostante questo la Rai ha detto no. E non capisco perché dal momento che non ci sono scene di sesso o volgarità, né tanto meno un richiamo ad attentati terroristici. Fuga dal Call Center è in fondo un film che riflette l’attuale condizione del lavoro in Italia senza essere di nicchia o ‘depressogeno’, che uno si addormenta dopo 20 minuti. Io non capisco perché la Rai dica di no a me e preferisca film che offendono l’intelligenza dello spettatore.
In Fuga dal Call Center, c’è un realismo che diventa inconsapevolmente surrealismo, non solo sotto il profilo registico, ma soprattutto dal punto di vista narrativo. Il lavoro stesso in quelle realtà che il film ritrae, le ‘catene di montaggio’ dei call center, diventa un concetto surreale.
C’è questa dialettica tra realtà e finzione, tra una realtà che è più paradossale della finzione e una finzione, che essendo paradossale, non è riconosciuta come reale. Un po’ perché chi lavora in queste nuove catene di montaggio, in queste fabbriche di schiavi si accorge che questi ‘capetti’, questi supervisor sono in realtà personaggi grotteschi, proprio come i politici che ci governano, pedofili e puttanieri. Noi siamo governati da queste persone e il nostro establishment lavorativo è identico. Bisogna ribellarci a questo porcile, in senso pasoliniano del termine, e non è un caso che lui avesse anticipato di trenta anni quello che sarebbe stata l’Italia. Cioè la borghesia più ignorante d’Europa anche nei costumi e negli usi e abitudini.
Cinema e Lavoro: Tutta la vita davanti di Virzì, il tuo Fuga dal Call Center, Generazione mille euro, Riprendimi di Anna Negri hanno affrontato il tema del lavoro precario; il tuo film è stato parzialmente finanziato dalla C.G.I.L. Dato questo ineluttabile interesse, quanto il lavoro è diventato oggetto di analisi per il livello di degrado che sta investendo i lavoratori stessi?
Fare dei film sul mondo del lavoro, ma anche solo riflettere, parlare e interrogarsi sul mondo del lavoro è centrale. Freud diceva che il lavoro occupa il primo posto nella scala del benessere psichico, una cosa del genere, quindi, non va trascurata perché stiamo andando sempre più incontro a una generazione di psicopatici. Proprio perché non vede nel lavoro una qualifica, ma un qualcosa che atterrisce e deprime. In una realtà dove non hai sbocchi, dove non sai quando guadagnerai a fine mese o solo mettere su famiglia. Anche solo l’idea di tornare a casa e scopare la tua compagna viene meno perché dopo 8 ore di lavoro lobotomizzante si perdono anche le qualità sessuali.
Fabiana Proietti: C’è una scena del tuo film in cui i protagonisti sono fuori un cinema dove si proietta Il posto di Ermanno Olmi: mi è sembrato un rimando appropriato, perché in quel film si parlava di un ragazzo della provincia che scopriva la Milano impiegatizia degli anni ’60, rimanendo deluso dalla spersonalizzazione aziendale e metropolitana. Il protagonista de Il posto era l’antesignano dei protagonisti ribelli del cinema degli anni ’60, che avrebbero maturato una presa di coscienza su questo stesso tema, ora credi che siamo ritornati al punto di partenza?
Siamo arrivati non al punto di partenza, non all’eterno ritorno nietzschiano, siamo, invece, arrivati proprio al punto di inversione. Il posto di Ermanno Olmi è stato girato nel ’59, Fuga dal Call Center nel 2009, quindi a mezzo secolo di distanza e si potrebbe definire un Posto 2. Il primo raccontava le speranze di un mondo contadino bergamasco che entra a contatto con la Milano impiegatizia con il sogno del posto fisso, con il sogno della scalata aziendale. Il mio invece racconta non il ragazzino della terza media o della quinta liceale, ma la generazione dei laureati, che vede disattese le loro aspettative e quindi la depressione e il crollo totale delle proprie speranze.
Guardando alle nuove distribuzioni e alla gestione dei costi di produzione, qual è la tua idea di cinema indipendente che rispetti il lavoro delle maestranze e del cast artistico?
Dovrebbe esserci un ridimensionamento del divario tra cinema ufficiale e indipendente, non è giusto che certi film vengano pagati tantissimo e altri, come il mio ad esempio, non abbiano nulla, neanche il diritto alla distribuzione.
Per quanto riguarda la distribuzione, è importante che lo Stato aiuti le sale, con una politica volta a incentivare quelle pellicole il cui valore è riconosciuto da pubblico e critica. Perché il pubblico ha diritto di vedere queste opere, di crescere con un cinema sano, alternativo, che gli porti cultura, non standardizzazione di massa. Quella ce l’hanno già dalla tv.

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