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Intervista a Francesca Comencini

Pubblicato il 17 ottobre 2008 da Edoardo Zaccagnini


Intervista a Francesca Comencini

Mobbing - mi piace lavorare, A Casa nostra e In Fabbrica. Il cinema di Francesca Comencini è un ottimo esempio per approfondire il rapporto tra cinema italiano contemporaneo e tema del lavoro. La regista ha toccato spesso questo tema, con film intensi e pregni di presente. L’abbiamo incontrata per parlare con lei del perché nel suo cinema ci sia così tanto spazio per il lavoro.

Credo che il lavoro sia il punto centrale attraverso il quale tentare di ricominciare a raccontare la vita delle persone con un certo grado di realtà. Intendo il concetto di realtà nel senso dell’unicità delle persone. In questo Paese la realtà è stata via via eliminata dal racconto televisivo e cinematografico degli ultimi anni. E questa rimozione, che è stata sicuramente un’operazione politica, è avvenuta in gran parte eliminando non solo il tema del lavoro, ma anche il minimo sospetto della sua presenza nelle vite, nelle facce e nei corpi delle persone rappresentate. Per questo, molto semplicemente, mi è sembrato necessario ripartire da lì.

Preferisci definire i tuoi film “impegnati” o semplicemente aderenti alla realtà?

Preferisco le due cose insieme! Ma soprattutto la seconda: la realtà. Che deve essere, secondo me, il centro della ricerca artistica. Quando parlo di realtà mi riferisco al modo in cui la intendeva Elsa Morante: una realtà opposta all’irrealtà che ci assedia ogni minuto e in ogni racconto, che tende a non distinguere tra le diverse coscienze delle persone ed ad ignorare l’unicità delle stesse. Però amo anche la tanto vituperata parola “impegno”. Ne sono fiera, e penso che oggi più che mai non si possano fare grandi disquisizioni seduti ai tavolini dei bar.

Nei tuoi film di finzione, oltre che nei documentari, riesci a stare ben addosso ai personaggi e a seguirli con un realismo non molto comune nel panorama nazionale. Non ti interessa molto la commedia e limiti il melodramma al minimo indispensabile. Pensi sia questo il modo migliore per raccontare il nostro tempo?

Il racconto più realistico possibile è quello che preferisco. Il mio modo di lavorare, anche nei film di finzione, deve molto al documentario. Mi piace raccontare la vita degli altri. E’ la cosa che mi appassiona di più ed è forse quello che so fare meglio. Di certo è ciò che mi emoziona maggiormente. Se in un film riesco a catturare qualche frammento di realtà, di emozione reale, di umanità, di quella fragile unicità delle persone che cerco di rappresentare, allora sono soddisfatta. In fondo mi interessa soprattutto questo. Sono molto attenta a bloccare qualche frammento di realtà, spesso imprevisto, e a liberarlo in un racconto che sappia fargli posto. Mi piace che il racconto sia pronto ed aperto ad accogliere e raccogliere tutti gli elementi di realtà che nella sua costruzione si manifestano..

Nei tuoi film il mondo degli affetti è fortemente minato dai rapporti di lavoro. La protagonista di Mobbing – mi piace lavorare è costretta a riversare la sua sofferenza nel privato. Si ammala e contamina la purezza dei suoi affetti…

Nei miei film il mondo del lavoro e quello degli affetti entrano in conflitto solo per le condizioni inumane nelle quali i personaggi, come Anna in Mobbing, sono costrette a lavorare. Il lavoro di per sè è invece investito, almeno in partenza, di molta affettività. Anna dice e ripete che ama il suo lavoro.

Più in generale l’umanità nei tuoi film è brutalmente aggredita dalla violenza che il denaro impone nei rapporti. A casa nostra spiega come il denaro possa farli saltare, farli morire, naufragare. Sei d’accordo?

Si, sono d’accordo. Ma una cosa è parlare di denaro e un’altra è parlare di lavoro. Sono due cose opposte. La pressione a consumare, a spendere, a guadagnare, aldilà del proprio lavoro, non è mai stata forte come ora. E questo va a discapito di qualunque altro valore, per primo quello della vita stessa. Credo che una cosa simile non sia mai successa, in nessuna epoca, prima d’ora. Non ci sono più argini, nè contropoteri. Il denaro è concepito come l’unica pietra filosofale capace di dare alle persone valore.

In A casa Nostra c’è un rapporto forte tra denaro e affetti. Il denaro molto spesso vince, ma non sempre. C’è chi riesce a tenerlo fuori dalla sua vita, quasi con disprezzo (Il professore, o l’infermiera). E chi, invece, viene travolto dalla sua presenza..

In A casa nostra i personaggi che appaiono più liberi nei confronti del denaro sono proprio quelli che amano il proprio lavoro. Quando la moglie di Jerry litiga con il marito lo fa perché ha capito che lui, per avidità, si è messo in affari con gente disonesta. Lei non considera la sua vita miserabile proprio perchè ama il suo lavoro.

L’Italia di A Casa Nostra sembra un paese dominato da una morale privata. Un paese miope e senza etica. I tuoi personaggi sono diversi l’uno dall’altro (quasi opposti) e ci invitano a non generalizzare troppo in fretta. Però la sensazione è quella di un paese con poca coscienza di sé ed un futuro non roseo davanti. Che ne pensi?

Si, purtroppo A casa nostra non è un film molto ottimista. Ma, a mio modo di vedere, i risultati delle elezioni non mi danno torto. E questo non perché io sia di sinistra e ha vinto la destra. Io credo profondamente che la democrazia abbia bisogno di una destra e di una sinistra, come la vita ha bisogno sempre di due elementi opposti. Rispetto la destra, anche se sono di un altro parere. Ma i segnali che questa destra dà non fanno rendere la sua vittoria solo un normale alternarsi democratico. Mostrano, al contrario, un paese incattivito ed impaurito, al quale questa destra fornisce un orizzonte di vedute sempre più ristretto.

Il finale del film ci dice che la strada presa dal Paese è incontrastabile. Si possono aggiustare le piccole cose, qualche caso singolo, ma non i mali di una società in cui il potere calpesta gli interessi collettivi. Ti sembra una lettura corretta?

Direi di si. L’inquadratura finale del film mostra due manifesti affiancati. Su uno c’è una modella e sull’altro il volto di un politico. Questo è il segno di una forte impotenza. Mettere queste due immagini sullo stesso piano significa ridurre l’essere umano a merce. Tutto si abbassa a favore della vendita di un prodotto. In questo modo si avviliscono due cose entrambe ammirevoli e fondamentali: la bellezza e la politica. E questo vale per ogni cosa.

Facciamo un passo avanti, anzi un salto indietro. Insomma, andiamo In Fabbrica, il tuo lavoro più recente. Dopo aver steso un paio di pagine importanti per il nostro presente cinematografico, sei andata a rileggere il rapporto tra Paese e lavoro partendo dagli inizi: dal dopoguerra, dall’industrializzazione e dalla nascita dell’operaio. Lo hai fatto perché è impossibile ragionare sul presente se non si ha chiaro in testa ciò che lo ha determinato?

L’ho fatto proprio per proseguire quella ricerca di cui ti dicevo prima, sul lavoro come angolo di attacco per il racconto della vita reale. Mi è venuta voglia di andare ad indagare e rendere visibile come lavoravano, come parlavano del loro lavoro e della loro vita, in rapporto al lavoro stesso, gli operai italiani. Che non sono solo la classe che più di ogni altra è stata vettore dei cambiamenti economici, politici e morali del nostro paese, ma anche, e soprattutto, è quella grande fetta di umanità che ancora esiste ma di cui oggi non si parla più. Da quando ho iniziato quel lavoro si è ricominciato a parlare di operai, purtroppo per cause drammatiche, cioè per le loro continue morti. E’ incredibile, e fa male, che gli operai abbiano rotto il silenzio calato su di loro attraverso il problema delle assurde morti sul lavoro. Ora i politici ne parlano di continuo. Tuttavia lo fanno forse tardi, male e sempre attraverso una lente di irrealtà. C’è bisogno, urgenza, necessità di ridare parola agli uomini e alle donne che lavorano nelle fabbriche. Lasciandoli parlare e cercando di fornire loro (e a noi tutti) uno specchio della realtà più degno. Ci vorrà molto tempo ancora, credo…

Bisogna stare attenti, però, a non idealizzare troppo il passato e a non descrivere il presente peggiore di quanto sia in realtà. Che ne dici?

In fabbrica è un’incursione nel passato attraverso materiale di repertorio. Ma io ho ribadito che questo documentario non è mai stato animato da un sentimento di nostalgia. Questo atteggiamento, secondo me da combattere, è purtroppo onnipresente nel pensiero collettivo di questo paese. La nostalgia è il contrario della memoria. Nel mio film non c’è la minima intenzione di mettere in opposizione gli operai del passato con quelli di oggi. Anzi! Gli operai che ho intervistato rivelano qualità preziose come quelle delle vecchie generazioni e, aldilà della coscienza politica e di classe che non hanno più, mantengono molte similitudini con gli operai del passato raccontati con i materiali di repertorio che ho adoperato. Sono animati dalla stessa forza e dalla stessa etica del lavoro. Faticano oggi, come faticavano ieri. Il problema è che di operai si parla troppo poco.

Il passato, con la distanza ammorbidente del tempo, ed in contrasto con i carichi di angoscia a cui il presente ci costringe costantemente, rischia di essere rappresentato migliore di quanto non sia stato. C’è questo rischio?

Il passato non è mai migliore del presente, secondo me. Questa è l’idea nostalgica di cui ti ho appena parlato e che va assolutamente combattuta. Ogni periodo storico ha le sue caratteristiche. Se è vero che il presente in questo momento mi spaventa, è altrettanto vero che mi attira e mi appassiona.

In fabbrica cerca di restituire il racconto sfaccettato di un’intera classe sociale che con il proprio lavoro ha contribuito a resuscitare l’Italia dalla miseria. Registra lo sviluppo del nostro paese puntando molto sull’aspetto umano dei protagonisti. Alcune figure dei tuoi film sul presente, invece, sembrano pregni di disumanità. C’è meno umanità oggi?

Assolutmente no. Credo che l’umanità sia esattamente la stessa. E sono le parole sugli aspetti umani di tutti i protagonisti del film In fabbrica che ci dicono che l’umanità è ancora viva. Parlando del loro lavoro, della loro fatica, del loro orgoglio, ho cercato di cogliere i punti di sutura tra passato e presente di un’umanità che, seppure non chiami più se stessa «classe» è ancora molto forte.

In fabbrica è associabile ad una serie di film italiani che sono andati ad illuminare zone d’ombra del nostro passato recente ed hanno rinverdito la nostra Storia “appena” trascorsa. Non può essere un caso che molti anni dopo il cinema sia tornato a fare luce su momenti come quello dei “35 giorni” o della “marcia dei quarantamila”. Qual è secondo te il motivo principale di questa scelta autoriale “collettiva”, oggi?

Sicuramente ha influito l’enorme importanza storica che quei giorni hanno avuto. Mentre lavoravo a In fabbrica ho letto da qualche parte, ora non ricordo dove, che gli organizzatori stessi della marcia dei 40.000 si sono stupiti, a posteriori, dell’importanza che quei fatti hanno rivestito, del significato che quella esperienza ha avuto e dei cambiamenti che quella marcia ha indotto.

Si può parlare di una giusta distanza (in senso temporale) che dia la possibilità di osservare con calma e un certo distacco? Può aver aiutato il fatto che la componente storica sia più forte di quella politica e che tutto, molto tempo dopo, sia più semplice e meno rischioso da raccontare?

No, non per forza. Credo che entrambe le distanze siano necessarie. C’è un’ansia nell’affrontare e nel ragionare sulle cose a caldo che può essere molto interessante e benefica. Poi c’è lo sguardo più distante, più lucido, più storico, anch’esso necessario. Ma quell’ansia di filmare con il fiato sul collo il presente da vicino la ritengo molto importante. E’ quella che ha abitato il mio film Carlo Giuliani, ragazzo.

Che tipo di esperienza possono trarre i giovani osservando la strada percorsa dagli operai in quasi mezzo secolo di cammino?

Mentre realizzavo In fabbrica pensavo molto ai ragazzi di oggi. Idealmente mi rivolgevo a loro. Penso che per loro sia molto importante capire da dove viene la loro possibilità di vivere in un paese più ricco. E’ molto importante, secondo me, che loro sappiano che quello che hanno oggi deriva da un lavoro collettivo, da una grande fatica. E’ di certo necessario, non solo per loro, conoscere quel lavoro e quella fatica.

In Mobbing il sindacato aiuta la protagonista ad uscire da una situazione di ingiustizia. Osservando altri film italiani, anche molto recenti sul tema del lavoro, beh.. le istituzioni sindacali non fanno una bella figura. Alla luce dell’esperienza di Mobbing, in cui la Cgil ha contribuito alla realizzazione del film, che idea ti sei fatta del rapporto tra lavoratori e sindacati?

Non ho fatto uno studio abbastanza approfondito sui sindacati tale da rispondere approfonditamente a questa domanda. L’esperienza che ho vissuto, tuttavia, mi porta a pensare che, come per ogni altro argomento, i sindacati sono composti da persone, e che queste persone a volte si impegnano molto e fanno cose straordinarie (soprattutto i delegati di base), ed altre volte no. Come accade dovunque. Ma, ripeto, non ne so abbastanza per esprimere un giudizio definitivo.

Oggi l’operaio italiano è quasi scomparso dal cinema e il precario sembra stia iniziando a sostituirlo. Ha senso pensare che il lavoratore precario sia il nuovo operaio?

L’operaio italiano è scomparso non solo dal cinema ma anche dalla politica. E’ scomparso da ogni luogo meno che dalle fabbriche. Non so se si possa dire che il precario sia l’operaio di oggi. Mi pare una semplificazione. In termini di sfruttamento forse si, ma le sue caratteristiche sono molto diverse da quelle degli operai.


MI PIACE LAVORARE (CON LA REALTA’) Intervista esclusiva


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