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INTERVISTA A GASPARE BALSAMO

Pubblicato il 26 febbraio 2007 da Edoardo Zaccagnini


INTERVISTA A GASPARE BALSAMO

Gaspare Balsamo ha scritto, diretto e interpretato Camurria: un testo che riporta il luce l’opera dei pupi e con questi una Sicilia lontana di parecchi anni. Quello di Balsamo è un modo di fare teatro che si avvicina alla narrazione e che tenta di recuperare una tradizione antropologica da una vicenda privata. Balsamo ha trent’anni, è siciliano e si è laureato in ’Storia del teatro’ all’università di Roma ’La Sapienza’. Di teatro si occupa da parecchi anni, scrivendone e collaborando con alcuni dei personaggi più importanti dell’ultima generazione. Il suo Camurria è uno spettacolo attraente e suggestivo, un monologo di grande interesse, leggibile e godibile su vari piani: quello della qualità recitativa, quello della messa in scena , quello del valore antropologico. La sua esperienza nasce dal Teatro dell’Orologio:

Sì, un’accademia che ti aiuta insegnandoti le regole base. Che non ti dice molto sul modo in cui usare il corpo. Che, soprattutto, non ti insegna a diventatre autore. Certo, si è trattato di una esperienza certamente utile, però è necessario del tempo per imparare le cose. Di impegno e forza di volontà. E ce ne sono molte che sto capendo solo ora..

Ora che hai rischiato con un monologo…

E’ la prima volta che faccio un monologo. Mi hanno aiutato moltissimo alcune esperienze che ho avuto con maestri di grande spessore. La mia sicurezza è aumentata notevolmente grazie alle cose che loro mi hanno insegnato. Ho studiato, lavorato ma poi…

Poi gli incontri..

Già... persone come Mimmo Cutichhio, Marco Baliani, Ascanio Celestini, Davide Nia. Ho avuto modo di conoscere anche Emma Dante, anche se con lei non ho proprio lavorato. La cosa più importante che ho appreso da queste persone è stata l’importanza di prendersi dei rischi, la necessità di mettersi in gioco. Di portare avanti un modo personale di fare teatro. Che poi ho capito essere ciò che conta veramente, la cosa fondamentale. Fare i teatri! Ognuno mette in scena il proprio percorso, la propria esperienza, il proprio modo di vedere e concepire un racconto, una storia. Si, mi hanno dato sicurezza. Ognuno di questi nomi ha un personalissimo modo di esprimersi, e dalla loro diversità (sempre sincera) ho trovato la mia via..

Finchè ecco Camurria

Sì. Camurria è il mio primo spettacolo! Scritto, diretto ed interpretato da me. Potremmo chiamarlo monologo ma oggi non è più esatto chiamarlo così. Lo definirei teatro da solista. Con due musicisti in scena. Camurria, che in siciliano significa seccatura, noia. ’Come la voce di un bambino che si mette a Camurria’. In Sicilia spesso si dice ’Minchia ti mettesti a Camurria’, cioè ’a chiodo fisso’ perché per forza vuoi sapere qualcosa. Come un bambino che ossessiona il nonno perché questo gli racconti una storia: ’Minchia ti mettesti a Camurria’ Risponde il nonno, e allora è costretto a dire al nipote: ’Aspetta che te la racconto’.

Importante aspetto del tuo lavoro sta nel recupero della memoria collettiva... come hai lavorato?

Dapprima c’è stata la compagnia con queste persone. Poi ho fatto una lunga ricerca personale: ho letto dei libri sul mondo dell’opera dei pupi e sono sceso in strada per effettuare le mie interviste. Mi sono rivolto soprattutto ad anziani, quasi esclusivamente a loro e d’altronde non avrei potuto fare diversamente. Solo dopo ho inziato a scrivere. Una scrittura molto scenica, che poi nella messa in scena è stata modificata…

Cosa hai scoperto sull’opera dei pupi...

L’opera dei Pupi è il teatro siciliano per Antonomasia. Rappresenta l’anima di questa terra. Storicamante, se voglaimo fissare delle date, nasce nella metà dell’ottocento in Sicilia. Si sviluppa per tutto quel scecolo e arriva fino alla metà degli anni cinquanta del secolo scorso. Oggi l’opera dei pupi non esiste quasi più. Sono pochissime le persone e le famiglie che la proseguono. Ma il problema è stato che quando l’opera dei pupi non aveva più senso di esistere è stata relegata al folclore. E non è stata valorizzata in quanto genere teatrale. Sui tavoli dei tabacchini, a fianco alla cartolina del fico d’india, c’era e c’è quella del pupo siciliano. I pupi sono finiti nei musei o ad arredare le case della borghesia siciliana. Gli ultimi pupari esistenti non hanno mai usufruito dei diritti Siae.

Davvero?

Certo, nessuno andò mai da loro spiegargli che erano dententori di un diritto Siae per una tradizione di testi rivisitata da loro stessi. Non dimentichiamo che furono loro a riprendere una traccia orale e da questa a riscrivere un loro canovaccio, un testo personale.

Quali sono le fonti letterarie che stanno sotto l’opera dei Pupi?

Se vogliamo risalire alle fonti dobbiamo ritornare all’opera dei cuntisti. Se in Camurria si parla di personaggi dell’Ariosto o del Tasso bisogna stare attenti a non andare fuori strada. Per trovare le fonti dell’opera dei pupi, bisogna rimanere sui cuntisti, cioè su questi personaggi che stanno nei vicoli con una spada in mano e una pedana, ed ogni giorno raccontano le storie dei paladini di Francia. E’ un racconto a puntate, quasi un serial di vicolo. Poi forse, probabilmente, qualcuno di questi cuntisti, (magari un po’più acculturato degli altri), può aver messo mano nell’opera dell’Ariosto o in quella del Tasso per arricchire gli intrecci, ma l’origine dell’opera dei pupi sta nella tramandazione orale delle vicende dei paladini di Francia. E’ molto importante un testo in dodici volumi scritto da un maestro di scuola elementare dal buffo nome di Giusto Lo Dico. Si tratta di un libro scritto attorno al 1880. Lo Dico, a furia di ascoltare i cuntisti che raccontavano storie nei teatri di marionette, deve aver raccolto tutta la storia dei paladini di Francia in una antologia di dodici volumi. Quel testo è diventato un testo sacro, un punto di riferimento per tutti i pupari.

Come si tramandava la tradizione...

Tutto era a gestione familiare. Il figlio imparava dal padre. Ascoltando lui e i nonni. Gli apprendisti non leggevano ma ascoltavano. Non andavano a memoria ma a braccio perché conoscevano la storia nei dettagli e la ricostruivano spontaneamente. Un po’ come avveniva nella commedia dell’arte, con una buona dose di improvvisazione.

Ma ci sarà qualcuno che ha studiato il teatro dei Pupi?

Sì, un antropologo: Giuseppe Pitrè. Egli racconta molto del teatro delle marionette e dei puntisti. Prima di lui, però, non ci sono fonti. A Parte Lo Dico. Dobbiamo risalire al Don Chisciotte di Cervantes per ritrovare un documento indiretto: in un capitolo si racconta che un giorno Don Chisciotte va a vedere, in una locanda, uno spettacolo di Marionette e il tema di quello spettacolo è epico cavalleresco. Per cui probabilmente Cervantes, che in Sicilia c’è stato, avrà visto degli spettacoli di marionette e successivamente deve aver riportato questi spettacoli nel Don Chisciotte.

Lo spettacolo che tu metti in scena nasce più dall’esigenza di raccontare una tradizione antropologica oppure quella dei pupi siciliani diventa l’occasione per recuperare un tempo siciliano, il primo novecento, che ormai non esiste più…

Tutte e due! C’è il recupero della memoria storica e di quella antropologica. Con L’opera dei Pupi ho voluto far riemergere anche tutto il mondo che c’era dietro. A cominciare dalla famiglia per finire al pubblico, che è la componente fondamentale per la cultura del teatro delle marionette in Sicilia. Ma dietro questo sfondo molto attivo c’è anche la Storia personale: quella tra un bambino ed un adulto. Quel nonno può essere il nonno di chiunque: tutti abbiamo avuto un nonno. Poi c’è la storia della Sicilia, io sono siciliano e quindi c’è il forte senso di appartenenza alla mia terra. La Sicilia tra le guerre, una Sicilia epica che non vuole mai sfiorare il nostalgico, perché così’ facendo commetteremmo lo stesso errore degli storici e dei critici, che hanno relegato al folclore l’opera dei pupi.

Tu stai in scena da solo per un’ora con due musicisti che ti accompagnano…come si arriva a poter fare questo

Ho seguito la voce di quel tempo.. sono stato molto attento al dialetto. Sono partito dai sentimenti e da lì ho cercato di trasformarli con i suoni e le parole.

Fino a che punto per Camurria è giusto parlare di teatro della narrazione?

Fino ad un certo punto, perché io mi sento molto più attore che narratore. Certo nel mio spettacolo c’è anche tanta narrazione ma l’uso che faccio del corpo è molto forte. C’è danza, canto e musica, più personaggi che interagiscono, anche se sempre da me interpretati. Ci sono salti sia temporali che psicologici da un personaggio all’altro. Io non sono un narratore anche perché ho un testo ben preciso. Non cambio la storia. Le piccole variazioni che apporto servono a fornire il ritmo giusto per ogni performance…

In questo teatro ci sono frasi che vengono ripetute con una precisa cadenza...

Questo serve per vari motivi: un po’ all’attore, in questo caso a me, per mantenere viva l’immaginazione. Un po’ per aiutare lo spettatore a mantenere viva la sua, a ricordargli dove si trova. Lo fa anche Celestini, è vero, ma il motivo per cui lo faccio io non è certo per imitare la sua tecnica e il suo modo di costruire le storie

La televisione ha sfasciato tutte e cose… lo dice il nonno nel tuo spettacolo

Sì, lo dice il nonno, in effetti l’opera dei pupi è morta con la televisione.

Speriamo invece che il tuo lavoro vada molto lontano….Grazie

Grazie a voi!


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