Intervista a Luca Gaeta

Il teatro non è arrivato subito nella tua vita. Potresti raccontarci come hai capito che fosse la tua aspirazione professionale? Come ti sei avvicinato?
È vero il teatro è entrato a far parte della mia vita molto tardi, circa 10 anni fa e solo a 35 anni. Non ho mai pensato di farlo diventare una professione, ma solo un mezzo per conoscere esseri umani da dentro, studiarne la natura, la bellezza e la paura che hanno. Poi, per gli altri tutto deve avere un’etichetta. Io non mi percepisco così, ma come un essere che snoda uomini dentro il loro disperato bisogno d’amore. Poi se lo vogliono chiamare teatro...È stato un caso, un bisogno di un forte cambio nella mia vita per situazioni personali molto delicate, poi le parole di Shakexpeare mi hanno aiutato devo dire...Il primo spettacolo a cui presi parte (come attore) era Romeo e Giulietta e così...
Cosa pensi del teatro contemporaneo? Come potremmo essere tra 20 anni... Penso tutto il male possibile poiché dentro questo calderone ci sono finito anche io. Detto questo spero davvero che tra 20 anni ci sia ancora qualcuno che voglia fare teatro.
I tuoi spettacoli sono un turbinio di vita tra la gioia e il dolore: quanto c’è di te nell’Hamlet-Ophelia?
Mi piace questa osservazione. Questa dicotomia estrema è interessante e reale. Diciamo che pur avendo attinto da Shakespeare, Müller e Sartre, credo sia la messinscena più autobiografica che abbia mai fatto
La tua generazione è denominata la X, pensi si possa ricondurre ad un’incognita l’assenza di una forte identità collettiva oppure sei per un sano individualismo universale?
Non ho mai creduto alle generazioni, è il bisogno di una società i per età di cultura capitalistica che sviluppa queste "stronzate": se si riesce ad etichettare un profilo di una generazione la si schiaccia e la si omologa e la si costringe ad avere bisogno di stessi inutili piccoli beni o forme di riconoscimento. Amo il fool, il poeta e il solitario. La risorsa non è l’individualismo, ma l’unicità.
Cosa ti sta più a cuore che vorresti trasmettere al pubblico?
L’amore per tutte le cose del mondo. La voglia di allungare la mano oltre il muro delle cose che si conoscono, l’idea che l’impossibile è solo un modo per chiamare le scoperte che ancora non si sono fatte. Le scoperte fuori da sè ma soprattutto quelle che guardano dentro noi stessi.
Come scegli gli attori dei tuoi spettacoli?
Principalmente con seri e veri provini. Poi spesso mi innamoro di alcuni attori e parto da loro per scrivere una storia o adattare un testo e portarlo in scena.Sono molto attento alla composizione del cast. Cerco dei fratelli o delle sorelle mute con cui scambiare l’anima. Sono molto attento ai colori della luce che emanano. Quella è la loro voce che chiama.
Quale consideri il più grande maestro del teatro contemporaneo? Cosa vorresti chiedergli.
Detesto tutti i maestri, sono iconoclasta. Non so se sia giusto, ma sento così. Non credo esistano davvero. Preferisco comunque i cattivi maestri. Gli chiederei di smettere
Quale sono i tuoi progetti futuri?
Perdermi in un bicchiere d’acqua gassata. Credo sia molto divertente.
