Intervista a Luca Raffaelli

Abbiamo incontrato Luca Raffaelli direttore del festival “Castelli animati”. Raffaelli rappresenta uno dei massimi esperti di animazione in Italia, sceneggiatore (Johan Padan di Dario Fo), collaboratore di Repubblica (per cui ha curato la serie “Classici del fumetto”) e autore di saggi sull’argomento (Le anime disegnate - Il pensiero nei cartoon da Disney ai giapponesi e oltre)
Come ogni forma di linguaggio anche l’animazione è soggetta ad una lenta evoluzione. In particolare, negli ultimi anni, stiamo assistendo, da un punto di vista iconografico, ad un ritorno dello stile americano dopo un periodo di grande influenza giapponese. Questo da cosa dipende?
Dipende in primo luogo dal successo e dalla popolarità. Ci sono proprio degli stilemi grafici che cambiano periodicamente, ciclicamente, potremmo addirittura rifarci a Gian Battista Vico e alle sue teorie. Disney negl’anni ’20 e ’30 ha proposto la rotondizzazione del tratto, tutto doveva essere rotondo, tutto si poteva schiacciare e allargare, poi abbiamo avuto degl’altri stili grafici come quelli più quadrati della UPA e di Hanna e Barbera che però hanno avuto un successo limitato rispetto alla fortuna dello stile giapponese. Quella orientale è una scuola completamente differente, con occhi enormi e visi stilizzati. Il cambiamento di queste influenze deriva ovviamente dal successo che queste forme hanno. Credo sia però più interessante ragionare su quali siano le produzioni e gli artisti che invece di cavalcare canoni già consolidati preferiscono la sperimentazione di nuovi linguaggi
Esistono esempi di prodotti innovativi in grado di ottenere un buon riscontro sul mercato?
Si. Per citare un esempio eclatante potrei dire la Aardman animation. La Aardman con la sua plastilina, con i suoi personaggi, con la sua animazione fatta di bocche larghe hanno creato un nuovo stile. Non si può dire che il successo della Aardman sia paragonabile al successo dell’animazione giapponese però è un successo che non si è appoggiato su niente di preesistente ma ha inventato un proprio stile
Si nota anche nel campo dell’animazione la possibilità di fondere, ibridare canoni già esistenti con queste prospettive innovative?
Direi che questo esiste. Dipende dal coraggio di una produzione. Faccio un esempio le Winx, che hanno avuto grande successo in Italia, sono personaggi che si rifanno solo in minima parte alla tradizione italiana essendo molto più legate alla tradizione americana e giapponese, in particolare. D’altro canto Monster Alergy, un prodotto sempre della Rainbow, è molto più coraggioso e sviluppa un tipo di grafica molto più interessante e sicuramente meno legato alla tradizione americana e giapponese. E’proprio un esempio di ibridazione ben riuscita
Passando dalla forma alla sostanza è facile notare, dopo l’avvento di anime come Evangelion, il riferimento a temi considerati molto più alti, ricchi di echi e citazioni. Nel caso di Eva, ad esempio, Freud e Kirkegaard
Si, c’è un innalzamento del livello ma questo avviene perché già di base c’era una narrazione forte. Non credo che partendo da Freud o Kirkegaard avrebbero potuto raggiungere il successo che hanno avuto. Questo è un altro esempio di ibrido che funziona. Partendo da un tipo di narrazione popolare si può arrivare a dire cose importanti anche sulla base di pensatori, scrittori, filosofi. E’ una strategia molto interessante che rievoca gli scritti di Umberto Eco
Facendo riferimento ad “Opera aperta” di Eco si potrebbe dire che questi prodotti siano appunto “aperti”, abbiano dunque molteplici chiavi di lettura
Certo. Da questo punto di vista i Simpson sono l’esempio più classico. I bambini certo non possono capire tutti i riferimenti, le citazioni, le prese in giro dirette a personaggi politici e dello spettacolo, però la situazione narrativa la colgono perfettamente, il rapporto fra genitori e figli. Ci si può divertire tranquillamente guardando i Simpson anche senza cogliere tutte le sfumature
C’è dunque un allargamento del target di riferimento?
Mi pare evidente che si sita cercando di allargare il target e di unire il mondo dei bambini e degli adolescenti a quello dei giovani adulti. Forse perdendo di vista proprio quello dei bambini. D’altro canto i bambini si stanno interessando sempre più a quello che è adulto. Per loro è una sorta di birichinata guardare dalla serratura il mondo degli adulti così come fanno quando guardano i Simpson e si divertono pur non capendo tutto quello che viene raccontato. A mio parere è comunque una furba strategia di mercato questa perché in fondo quando si crea un prodotto adatto dai 14 ai 36 anni, e probabilmente anche ai 50 e ai 70, ovviamente si allarga il pubblico di riferimento e quindi le possibilità di successo
Abbiamo fatto riferimento a prodotti americani e giapponesi ma qual è la situazione italiana oggi
Quello che bisognerebbe riuscire a fare in Italia è scardinare la cultura della paura nei confronti dei bambini e dei ragazzi. E’ un problema culturale che devia dal discorso semplice sul cartone animato. Stiamo vivendo in una cultura della paura perchè gli adulti non sanno più chi sono i bambini, perché di fronte al bullismo di cui si è parlato nelle scorse settimane c’è stata un afflato di terrore come se queste cose non fossero mai avvenute. Quando ero piccolo io avvenivano esattamente le stesse cose che si sono viste grazie ai telefonini, esattamente le stesse cose. C’era qualche reazione, ma non di questa portata e solo perché non c’erano i telefonini. E’ come se il mondo improvvisamente scoprisse che i ragazzi prendono in giro il più debole o, a volte, possono aver voglia di spaccare le sedie contro i muri delle classi. Mi sembra spaventoso che il mondo degli adulti si sorprenda di certe cose che dovrebbe semplicemente ricordare, non perché dica che queste siano cose giuste ma perché non dovrebbe farne un dramma, dovrebbe semplicemente esserne al corrente ed entrare in contatto con un mondo che sembra non riconoscere, ma semplicemente pura ipocrisia. I cartoni animati italiani sono frutto di questa ipocrisia. I produttori delle nostre animazioni hanno il sacro terrore degli adulti e dei genitori, perché chissà quale influenza possano avere i cartoni sui figli, finché qualcosa non si smuove in questo meccanismo avremo sempre dei cartoni animati migliori dal Giappone e da altre parti del mondo

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