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Intervista a Paolo Sorrentino

Pubblicato il 11 ottobre 2008 da Edoardo Zaccagnini


Intervista a Paolo Sorrentino

Paolo Sorrentino è uno dei registi più talentuosi del cinema italiano contemporaneo. Il suo ultimo film, Il divo, ha messo d’accordo tutti: quelli che cercano nel cinema un risultato artistico e una forte esperienza visiva, e quelli che amano del cinema la sua disponibilità a scendere nelle pieghe della storia, del presente e della realtà, per metterne a fuoco i problemi, le tensioni e le contraddizioni. Il divo è cinema e Storia italiana, racconto e ritratto, cronaca e trionfo del linguaggio. Tutto fuso in un solo film, in un’opera che non va affrontata per compartimenti stagni. Che non va vissuta da due punti di vista separati: da una parte il suo valore storico, politico e civile, e dall’altra il suo valore cinematografico. Ne abbiamo parlato col regista:

Io credo che questi due aspetti siano inscindibili nel film. Il linguaggio da sé non esiste, esiste solo in relazione a un contenuto. Ho notato che chi ha una forte passione per la politica ha vissuto Il divo soprattutto da un certo punto di vista. Viceversa, chi ha una forte passione per il cinema ha apprezzato soprattutto la forza espressiva del film. Ma molti spettatori hanno saputo unire le due cose e questo mi fa piacere. Per me si è trattato di affrontare un tema di per sé scivoloso perché i biopic lo sono per ovvie ragioni, e la politica italiana, che non ha degli schemi netti e chiari, è qualcosa di molto intrigato e complesso. Di conseguenza anche il film necessitava di una struttura complessa. Non condivido per Il divo la definizione di film grottesco, onirico o comico. Vista la complessità del personaggio, dell’argomento e delle tante tematiche che stanno al suo interno, credo di aver messo in scena uno stile che rispetti questa complessità. Che di volta in volta si fa realistico, onirico, grottesco e comico. A volte questi stili interagiscono tra di loro ed altre volte si costruisce semplicemente un film d’azione.

Il divo fa della forza visiva la sua capacità comunicativa. Quanto ti rende soddisfatto, da regista, riconoscere che proprio attraverso un’attenzione così forte al linguaggio cinematografico tu sia riuscito a suscitare un dibattito e una riflessione che altrimenti non avrebbero avuto luogo con tale forza e intensità?

Molto. Me ne sto rendendo conto dai riscontri che mi arrivano. Al film viene riconosciuta una grande forza e ne sono davvero entusiasta. Temevo che l’interpretazione del film si rifacesse solo all’argomento, al peso del personaggio che rischiava di essere prevaricatore rispetto alla tipologia della messa in scena. Invece sta arrivando bene l’idea della cifra linguistica, o della molteplicità delle cifre stilistiche, definizione che preferisco per la regia del film. L’aspetto stilistico non è secondario rispetto al contenuto. D’altronde credo che questo fosse l’unico modo per affrontare un film del genere. Ero obbligato ad affiancare all’importanza dei fatti quella della regia.

Può essere ricondotto soltanto a un caso il fatto che, nello stesso momento storico, due dei nostri registi contemporanei più importanti abbiano preso di petto contenuti forti e, puntando sul loro talento di registi si siano immersi nei panni molto sporchi del nostro presente?

Non penso sia un caso. Credo che sia io che Garrone, con risultati più o meno riusciti, proviamo a fare questo tipo di cinema da quando abbiamo cominciato. E credo che non siamo i soli. Oggi si parla di noi ma siamo in compagnia di altri registi che hanno cominciato molto prima. Non si può far finta che non esista un autore come Marco Bellocchio, che non esista un autore come Gianni Amelio, o che non esista Nanni Moretti. Poi ci sono registi della mia generazione, come Vincenzo Marra ed Emanuele Crialese, che fanno un cinema importante e di qualità. La compagine è vasta a articolata. Alcune volte i risultati sono più felici, a volte sono esaltanti ed altre volte lo sono meno. Questo è specifico del cinema. E’ difficile avere una carriera lineare costituita unicamente di successi. Il cinema comporta una componente di rischio per cui è inevitabile che si facciano film belli e film meno belli. E non si può, sulla base di questo concetto, decretare di volta in volta la morte o la rinascita del cinema, o di un autore. Perché è una questione mal posta rispetto al cinema. Il film, rispetto a un quadro, è uno strumento troppo complesso perché possa riuscire sempre bene. Non è affatto un caso, per tornare alla domanda, che nello stesso periodo siano nati film che guardano decisi alla realtà. Trovo che ci sia tutta una serie di registi che sa guardarsi intorno e vedere una realtà piena di tensioni, di difficoltà. Sulla base di questa stabilisce delle priorità di racconto. Comprende che non è il caso di soffermarsi su una storia intimista e d’amore quando la camorra aggredisce un territorio o quando la politica italiana vive una realtà contraddittoria e pericolosa. Se c’è un difetto del cinema italiano è la disattenzione di alcuni registi a ciò che è prioritario in questo paese. E ciò che è prioritario non sono le storie d’amore, né le storie intimiste. Non voglio profetizzare una produzione unidirezionale ma ribadire l’importanza di un cinema che sappia guardare alle priorità. Oggi, per fortuna, in Italia, questo cinema esiste. C’è un vertice e c’è una base di una piramide solida

Voi siete prima di tutto registi, uomini di cinema. Quando hai iniziato a lavorare a questo progetto, hai pensato più a prestare la figura di Andreotti al cinema o più a mettere il cinema a disposizione di una questione complessa come quella della storia e della politica italiana?

Penso che ci sia uno scambio di palla continuo tra i due concetti. Godard diceva che si deve partire dal reale per andare altrove, e poi dall’altrove tornare al reale. C’è un continuo rimbalzo tra la realtà e il cinema nel mio film. E’ ovvio che se giro una pellicola su Giulio Andreotti a un certo punto smetto di pensare a lui e faccio si che diventi un mio personaggio cinematografico. E quindi metto Andreotti e la politica al servizio della mia idea di cinema. Però è anche vero che misuro il cinema sulla base di quello che sto raccontando. Sarebbe presuntuoso pensare che qualsiasi cosa mi circonda può entrare dentro la mia idea di cinema. Devo avere anche una flessibilità tale per cui adatto il linguaggio e la forma a quello che devo e voglio raccontare.

Torniamo per un attimo al cinema italiano. Siamo d’accordo sul fatto che c’è una generazione di autori capace di guardare molto più in là del proprio ombelico e di non spostare lo sguardo dal fastidioso, dal meschino e dall’ingiusto.

Si ma bisogna stare attenti a non mettere tutti i registi sullo stesso piano. A non allargare troppo il numero degli autori. Bisogna distinguere tra quelli che anche quando sbagliano si capisce che lo fanno in una certa maniera, ed altri che sbagliano perché non sono in grado. Non lo dico per motivi personali, ma per focalizzare l’attenzione su un altro dei problemi del cinema italiano. Quello per cui, a dispetto di tanti talenti che ha, cerca di produrne alcuni che non sono tali anche se lo sembrano. In quei casi sarebbe preferibile investire risorse su ragazzi molto giovani.

Chiarito questo, e stabilito che il cinema italiano è oggi risorto come poche settimane fa era morto, quale pensi che possa essere la sua capacità di spostare gli equilibri, di produrre effetti sensibili sulla società? Di facilitare un cambiamento in positivo?

Se si tiene conto che determinati film hanno un grande successo, sembrerebbe che il cinema sia in grado di contribuire ad un miglioramento. Credo che il cinema italiano sia in grado di parlare e far riflettere. Oggi i nostri film hanno ricominciato a comunicare non solo con l’universo dei cinefili, degli affezionati, delle persone che vanno al cinema con una grande frequenza. I nostri film stanno registrando un tipo di successo per cui riescono ad incontrare anche le esigenze ed il favore dei non appassionati. Il cinema parla, mostra, spiega, ma poi bisogna vedere in che misura si è capaci di ascoltarlo. A mio parere ci sono dei segnali evidenti di una mancanza di volontà ad ascoltare. Questo avviene soprattutto in alcune zone del nostro paese. Non si vuole comprendere il messaggio lanciato dal cinema e nemmeno prestare attenzione a quello che sta succedendo nella realtà. C’è molta reticenza. Non si vuole assimilare che la cultura italiana sta parlando in maniera molto forte e decisa. Se uno parla e dall’altra parte ci si tappa le orecchie e non si vuole ascoltare, allora non è un problema del cinema. Il dialogo diventa difficile. Ci sarebbe la possibilità che il cinema, di colpo, dopo molti anni, possa influenzare certe dinamiche di questo paese. Ci sono i presupposti, ci sono i numeri, c’è un’attenzione mediatica molto forte intorno a certi film. Però dall’altra parte è necessario che la gente che conta, che ha potere, cominci ad ascoltare. E purtroppo ce ne è molta che non lo fa. C’è gente che continua a pensare che la cultura, compreso il cinema stesso, siano un giochino mondano e residuale del quale occuparsi solo dopo che si è finito di pensare a tutta un’altra serie di problemi. Ci sono tutti i presupposti, invece, perché la cultura italiana ed il cinema stesso, possano essere un avamposto.

Che effetti possono produrre, invece, film come Il divo e come Gomorra sulla produzione immediatamente a venire del cinema italiano?

E’ successo un fatto abbastanza anomalo. Di solito accadeva che i film che venissero premiati nei festival poi non incassassero. Fatta eccezione per Moretti, che non a caso è per molti di noi una specie di guru e di modello. Lui è uno che vince la Palma d’oro e poi riempie le sale. Fino a pochissimo tempo fa sembrava essere l’unico in grado di sovvertire la tendenza per cui quello tra festival e pubblico è un rapporto inversamente proporzionale. Ora, invece, si è creato un fenomeno di allargamento che comprende anche due outsider assoluti come Matteo Garrone e come me. Fino a poco tempo fa eravamo autori semi sconosciuti al grande pubblico ma ora i nostri film hanno ottenuto dei premi nel più importante festival del mondo e stanno avendo un ottimo successo in sala. La produzione cinematografica italiana è molto attenta ai numeri. E’ sensibile anche ai premi, che la riempiono di orgoglio e di vanità, ma lo è di più ai numeri. Per ciò io penso che il successo di Gomorra e del mio film possano influenzare la produzione italiana. Suppongo che questi precedenti possano mettere in moto un’attenzione, da parte del cinema italiano, non più solo alla commedia di evasione ma anche al cinema d’autore più serio ed impegnato. Tuttavia non vorrei che questa attenzione si focalizzasse troppo sui temi e poco sui linguaggi. Potrebbe passare l’idea, errata e che porterebbe a un fallimento, per cui si possono fare i soldi se si scelgono i temi forti. Perché indubbiamente il tema della camorra a Napoli e quello di Giulio Andreotti sono dei temi forti. Si potrebbe commettere l’errore di pensare che la scelta del tema sia determinante. Invece, questi due film che hanno ottenuto riconoscimenti a Cannes e che stanno conquistando il pubblico, dimostrano che il tema non può essere disgiunto dalle scelte estetiche che si fanno. Le scelte di linguaggio, purtroppo, le si capisce soltanto quando il film è finito. In fase di sceneggiatura, o in fase di racconto verbale ad un produttore, non sono molto facili da spiegare. Se si vuole creare un cinema d’autore che possa incassare, ci vogliono, quindi, dei produttori che siano molto attenti al racconto che gli fa il regista. Da un punto di vista tematico ma anche della forma.

Il tuo film, assolutamente valido da un punto di vista espressivo, è pienissimo di Storia italiana. Storia complessa, misteriosa e dolorosa. Le parti dove questa viene fuori in maniera emotivamente più disturbante sono quella del monologo/ confessione di Servillo/Andreotti e quella del colloquio tra il “divo” ed Eugenio Scalfari. Due frammenti di cinema puro, che prescindono dall’esistenza di un documento diretto. Con quale atteggiamento hai costruito queste due scene? Le hai pensate da subito o sono state la conseguenza emotiva di un’analisi approfondita dei fatti?

La scena del monologo giunge alla fine della scrittura. L’ho inserita a sceneggiatura già finita, poco prima di iniziare a girare. E’ una scena che ho capito di dover fare solo molto tardi. Quando mi sono reso conto che mancava un momento catartico che potesse aggiungere un barlume di certezza a ciò che voleva dire il film. E quindi era evidente che dovessi essere io a prendere una posizione. Non potevo più limitarmi all’esposizione di atti e fatti storici, giudiziari e giornalistici. Il monologo nasce da questa mia esigenza di schierarmi. La scena con Scalfari, invece, è più il frutto di un’esigenza della sceneggiatura tout court. Quella di coagulare tutto il monte di accuse precedenti alla mafia in un unico rappresentante dei mezzi di informazione che si confrontava col potere politico.

Qual è stato il tuo desiderio di partenza e quale la tua paura più forte all’alba di un film come Il divo?

Il desiderio di partenza era quello di raccontare un personaggio per me ambiguo, e quindi al tempo stesso affascinante e pieno di sospetti, di sfiducia e di dubbi. Questo mi interessava molto. Quel personaggio esercitava su di me un sentimento ambivalente. Di paure ce ne sono state tante, ovviamente, però ho affrontato con molta incoscienza questo film. Solo dopo mi sono reso conto che poteva essere un film molto pericoloso, che poteva risolversi in un gran fallimento, ridursi ad un’operazione didascalica, semplicistica, da bagaglino. Durante la lavorazione tutte queste paure non le ho avute. La paura più grossa che mi ha accompagnato era quella di non riuscire a fare il film. E’ lei che ha preso il sopravvento su tutte le altre.

Il film del passato che più è stato citato in occasione del tuo film è Todo modo, di Elio Petri. Immagino che per te sia un paragone gradito e che tu sia legato a quel film come a Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, e come a tutte le opere italiane che hanno fuso forza cinematografica ed impegno civile. Ma penso anche che tu non sia stato esageratamente attento ai grandi modelli. Che rapporto hai con il cinema del passato che sapeva denunciare e approfondire partendo proprio dalla qualità espressiva?

Il mio rapporto con il cinema italiano è ottimo, è una passione smodata. Amo nella stessa maniera Petri, Fellini e la commedia all’italiana. Sento che nel film Il divo c’è l’influenza di tutti questi registi e di questi tre modi diversi di fare cinema. Credo di subire molto l’influenza di questi modelli, di rimasticarli e di rigiuocarmeli a modo mio. Anche perché sono passati molti anni dai loro film. Al di là del fatto che sono dei maestri, e che quindi non vanno imitati, non sarebbe neanche immaginabile pensare di fare un cinema troppo simile al loro, oggi, nel 2008. Il cinema è molto cambiato e sono cambiati anche i mezzi che si possono usare per farlo. Io sono debitore nei confronti del cinema politico così come lo sono nei confronti di Fellini e della commedia all’italiana. Non c’è un modello che prevale su un altro. Certo, visto il tema del film, Il divo fa pensare molto a Petri e questo mi rende felice. Lui, al pari di Rosi e di Fellini, è uno dei registi che preferisco. E’ chiaro che non mi sono messo a studiare Todo modo. Quelle dei maestri sono lezioni che si interiorizzano senza pensarci troppo. Credo che per fare buoni film sia necessario fuggire dall’eccesso di conoscenza, perchè questo può essere controproducente. Lo stesso vale per quando affronto la fase di sceneggiatura. Nel caso di Andreotti ho studiato molto, mi sono documentato ma ad un certo punto sono andato da solo. Sono convinto che l’eccesso di conoscenza reprima l’inventiva e la fantasia, che invece devono galoppare liberamente se si vuole provare a fare un film decente.

Si esce dal film con soddisfazione, amarezza e indignazione. Il film ha riferimenti storici precisi ma non si può non collegarlo al paese di oggi. Quanto è utile per parlare dell’Italia contemporanea? Quanto è un film sulla gestione del potere in Italia? Quanto un film sulla politica italiana?

Astrarrei leggermente il discorso. Il film vuole scandagliare, analizzare, studiare, rappresentare molto il funzionamento del potere in generale. Che poi questo tipo di potere ci sia in Italia è vero, ed è vero che in Italia assume delle forme particolari rispetto ad altre nazioni, d’Europa e del mondo. Ma i meccanismi psicologici derivanti dal potere sono più o meno similari nelle varie culture. Le derive che un uomo di potere può prendere sono molto simili in tutti i paesi. Questo è la ragione con la quale mi sono spiegato l’enorme apprezzamento che il film ha ricevuto dalla critica estera. I meccanismi del potere sono analoghi in Francia in Italia e negli Stati uniti. Quello che cambia è il rapporto tra etica e potere: da noi è più labile e altrove è più forte. In questo senso il nostro paese è più claudicante rispetto ad altri. Con Il divo volevo raccontare i meccanismi del potere, che sono la solitudine, l’arroganza, la tendenza ad istaurare una vita basata esclusivamente sui rapporti di forza. E’ una cultura che appartiene a chiunque eserciti il potere. La grande anomalia dell’Italia è che gli uomini di potere, fino ad un certo punto, sembravano essere destinati ad esercitarlo a vita.

Sei d’accordo sul fatto che il miglior modo per avvicinare i giovani alla storia italiana contemporanea sia quello di invitarli a vedere un documento che sia in partenza un gran bel film?

Se Il divo cattura l’attenzione dei giovani io sono molto felice. Significherebbe aver fornito loro delle informazioni su qualcosa che non conoscono ed aver suscitato le loro emozioni con un taglio narrativo originale ed antitelevisivo. Se le loro emozioni passano per le scelte di regia del mio film questo mi riempie di soddisfazione. Io penso che se una fiction televisiva su un argomento storico avesse un gran successo tra i giovani, ma fosse fatta in maniera tradizionale, allora quel successo sarebbe solo parziale. Se la vivacità del mio film può essere l’esca per portare i ragazzi ad una conoscenza della storia italiana recente per me va benissimo.

Hai riscontrato alcune reazioni in seguito al film che non avevi calcolato?

Non mi aspettavo un’attenzione così forte al valore complessivo dell’opera. Ho notato un apprezzamento ed una comprensione del linguaggio che mi hanno sorpreso. Credevo in reazioni legate solo ai fatti del film, al peso del personaggio e della storia, e non alla qualità della narrazione. In realtà sono pochi quelli che si abbandonano al comizio politico dopo il film. La maggior parte della gente ha uno sguardo complesso.

Non ti spaventa l’idea di esserti attaccato un’etichetta dopo questo film?

No. E sono proprio le reazioni della gente che mi danno la possibilità di sentirmi libero di fare il cinema che preferisco, e nel modo che più mi è congeniale.


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