Io, l’erede

ROMA, TEATRO ELISEO – L’uomo è un animale cattivo ed egoista e se fa del bene non è per magnanimità, ma solo per stare meglio con se stesso e con la propria coscienza, poco importa dell’effettiva felicità di chi questo bene lo riceve. Questa è la tesi sostenuta, con un rigore a dir poco scientifico, da Ludovico Rivera, figlio di Prospero, piombato in casa Selciano all’indomani della morte di suo padre, a reclamarne l’eredità. Prospero Ribera, difatti, era stato per ben trentasette anni ospite fisso di questa famiglia, incarnazione di tale ipocrita generosità, impegnata, da generazioni, a compiere opere di beneficenza e, soprattutto, ad ostentare la sua cosiddetta bontà. L’arrivo di Ludovico in casa Selciano stravolgerà progressivamente lo stagnante equilibrio familiare fondato su menzogne, segreti e false apparenze, che è lui stesso a smascherare, ma alle quali alla fine rimarrà invischiato, facendo in modo che la storia di suo padre continui a perpetuarsi attraverso di lui. Io, l’erede è una commedia che pur prendendo spunto da un ‘fatterello’ autobiografico accaduto allo stesso Eduardo, tratta, in realtà, cruciali tematiche universali. Come non riconoscere, infatti, nella famiglia Selciano, lo stesso atteggiamento che accomuna tutti paesi ricchi del mondo nei confronti di quelli più poveri, un tempo noto come colonialismo? Ciò che emerge è lo spietato ritratto di un’umanità perduta, marcia dalle fondamenta. Nascosto dietro la nobile facciata della carità cristiana, si cela un perverso desiderio di possedere l’altro, di legarlo a sé attraverso una riconoscenza esteriore in cui rispecchiarsi per sentirsi migliore. Il fatto stesso, poi, che, dopo vari rimaneggiamenti, la versione definitiva della commedia sia in italiano, le conferisce la solennità e la grandezza di un vero e proprio classico del teatro contemporaneo, distaccandosi dalle peculiarità della tradizione partenopea. Eppure, nonostante tutto, rimane una commedia poco frequentata, tanto a suo tempo dalla compagnia dei fratelli De Filippo (nel 1942 fu, infatti, accantonata dopo sole quattro repliche, a causa di dissapori tra Eduardo e Peppino), quanto, in seguito, dagli altri. La regista Andrèe Ruth Shammah sembrerebbe rappresentare un’eccezione. A distanza di nove anni torna a cimentarsi con questo testo, proponendocene una versione con cui, senza tralasciare l’aspetto più comico, riesce a penetrare il senso più profondo dell’opera, che, partendo dalla riflessione sulla natura di un uomo meschino, piccolo e mediocre, ne ricrea una vivida immagine, in tutta la sua alienazione e assurdità. In una splendida e minimale scenografia bianca, abbagliante, perchè la luce riflessa dai benefattori possa risultare accecante anche per gli spettatori, si muovono dei personaggi grotteschi, fuori da ogni tempo. Gli attori sono tutti straordinari e, oltre ai protagonisti, Geppy Gleijses, un Ludovico dalla lucida e per questo inquietante dialettica, e Leopoldo Mastelloni, che nei panni della zia Dorotea si dimostra convincente ed ineccepibile, senza mai cadere nel farsesco, spiccano per loro forza interpretativa Gabriella Franchini e Umberto Bellissimo, capaci di rendere benissimo l’ambivalente natura dei loro personaggi, i coniugi Selciano, al contempo fragili e spietati, vittime e carnefici. Tanti e calorosi i meritati applausi.
Autore: Eduardo De Filippo; Regia: Andrée Ruth Shammah; interpreti: Geppy Gleijses, Leopoldo Mastelloni, Umberto Bellissimo, Margherita di Rauso, Antonio Ferrante, Ferruccio Ferrante, Gabriella Franchini, Valentina Tonelli, Marianella Bargilli; scene e costumi: Gian Maurizio Fercioni; musiche: Michele Tadini; luci: Marcello Jazzetti
