IO NON HO PAURA

Gabriele Salvatores non manca di sorprenderci. Come filmmaker sembra un vero camaleonte - e l’ha confermato per l’ennesima volta in Io non ho paura, la sua più recente fatica presentata (purtroppo con scarso successo) in Concorso al Festival di Berlino e da adesso anche nelle sale italiane. Era infatti dai tempi (ormai abbastanza lontani) di Nirvana (1996), comunque, che il regista napoletano-milanese, come si dice, non ne azzeccava una, e tutta la sua ultima produzione, dallo sperimentale ma infelice Denti al debole Amnesia, vagava in una notte buia alla ricerca di un lumicino cui orientarsi. Qui, invece nell’adattare il romanzo del “cannibale” Niccolò Ammanniti, pare aver ritrovato lo smalto di un tempo, in un film che curiosamente oscilla tra l’estetismo sontuoso della fotografia di Italo Petriccone, vecchie frequentazioni attoriali (la presenza inscindibile dell’amico-sodale Diego Abatantuono) e ricerche d’atmosfera sull’Italia contadina, in un mix quasi folle ed impossibile. Eppure questa storia ambientata alla fine degli anni Settanta in un imprecisato luogo della campagna meridionale, forse la Puglia, che inizia quasi fosse un’ennesima versione (ma inedita per il cinema italiano) del mito di Kaspar Hauser, prosegue come una comune storia di mafia e di rapimenti per riscatto, per terminare in un finale pulp forse anche troppo aggrovigliato, una sua logica ce l’ha - anzi la conquista in un intricato gioco di rimandi e specchi, in un equilibrio precario ma vincente. Con Io non ho paura Salvatores mette, infatti, molta carne al fuoco, rischia di appiattire l’istanza metaforica e la ricerca figurativa degli esterni (i campi di grano bruciati dal sole estivo) ai dettami realistici dell’action movie di mafia, ma poi alla fine chiude il suo disegno, riteniamo, con successo. Ad una storia di giochi perversi e di rivalsa tra due adolescenti di classi sociali molto lontane, tra ingenuità, tenerezza e brutalità, si sovrappone, infatti, lentamente quella del rapporto padre-figlio in un impasto spurio abbastanza affascinante, pur se diseguale. Nel costruire questo film errabondo, certo non perfetto nei suoi snodi narrativi, Salvatores ha rischiato grosso, ha abbandonato le strade maestre della commedia e dei generi precostituiti, per raccontarci, al guado, anche il nostro paese di un tempo, tribale e antagonista. Non c’è, dunque, che rendere onore a questo tentativo abbastanza coraggioso di raccontarci uno spazio dell’anima e una strana Italia di frontiera quasi fosse ai confini del Messico. E ringraziare il filmmaker milanese per non averci consegnato un’ennesima, diversa e più valida riproposizione di quanto già conoscevamo del suo cinema.
regia: Gabriele Salvatores sceneggiatura: Niccolò Ammaniti, Francesca Marciano dall’omonimo romanzo di N.A. fotografia: Italo Petriccione montaggio: Massimo Fiocchi scenografia: Giancarlo Basili musica: Pepo Scherman, Ezio Bosso interpreti: Aitana Sánchez-Gijón, Dino Abbrescia, Diego Abatantuono, Giuseppe Cristiano, Mattia di Pierro, Giorgio Caroccia, Antonella Stefanucci, Riccardo Zinna, Michele Vasca produzione: Maurizio Totti, Riccardo Tozzi, Giovanni Stabilini, Marco Chimenz per Colorado Film/Cattleya origine: Italia/Spagna/Gran Bretagna 2003 durata: 109’ distribuzione italiana: Medusa
